Mafia: Caro Matteo (Messina Denaro) hai vinto…

di FRANCESCO GRECO - Incipit micidiale: “Sia maledetto Goethe!”. Il poeta tedesco, nel viaggio in Sicilia, creò l’icona, poi fattasi archetipo, della bellezza commuovente di quella terra. Giunta sino a noi, solo che qualcosa di indefinito, come una foschia sinistra, ne impedisce la percezione, di goderla, saziare lo sguardo e il cuore. Una condanna biblica. Tanto da far esclamare con infinita amarezza: “Sia maledetta la bellezza”.

Un sentimento di rabbia e furore, fatalismo e impotenza che impregna “Contro l’antimafia”, di Giacomo Di Girolamo, Il Saggiatore, Milano 2016, pp. 248, euro 14,00. Un saggio insospettato nei codici espositivi e analitici, forse in anticipo sui tempi, che esce dai tradizionali, sedimentati canoni di approccio al fenomeno per proporre una visuale “altra”.
 
Di Girolamo è un giovane giornalista siciliano, lavora in una radio a Marsala, la più ascoltata nel Trapanese. Si è inventato un format di pochi minuti, che infila nel palinsesto di canzoni e calcio, parla della mafia e di Matteo Messina Denaro, latitante dal 1993 (Georgofili e dintorni), “un impero fondato sul sangue”.

Dice di sapere dove si nasconde: Inghilterra, Germania, Nordafrica, Sudamerica, o il palazzo accanto? Ogni tanto i giornali pubblicano la sua foto, invecchiandolo coi pixel, ma forse si è cambiato i connotati. Poi continua l’attesa della cattura, come nella fortezza del Deserto dei Tartari…
 
C’è bisogno di dirlo? La sua è una vita complicata. Lo sa, ha scelto quella strada, la percorre con coraggio circondato da un assordante silenzio (“fa più male di una coltellata”). Il portiere lo ignora, ogni giorno lettere anonime, minacce, denunce, richieste esose di risarcimenti. Dopo “Dormono sulla collina” e “Cosa Grigia”, un terzo saggio politically scorrect non gli procurerà certo medaglie al valore.
 
Caro Matteo… “Tu hai vinto perché hai reso la mafia invisibile”. Di Girolamo annuncia la resa. Non sua, che in effetti non c’è ed è da decodificare nell’esatto contrario, ma della società civile in toto, descritta come un presepe, o un gioco di società in cui ognuno si è preso un ruolo e lo interpreta perfettamente a suo agio: “Tu sei il diavolo, a te abbiamo dato l’anima…”.

La mafia nel frattempo è all’anno zero, ha mutato pelle, si è fatta “entità senza corpo, indefinita, spirito diabolico immanente”. Niente più tritolo e sangue, ma toni soft, moral suasion. Una mafia 2.0, da big-data: “liquida” e “flessibile”, “mafioso della porta accanto”.

E L’antimafia? “Piccola mafia”, “pensiero unico”, “vuota ritualità”, “corsa ai finanziamenti”, “marketing”, “è morta quando ne abbiamo fatto uno stile di vita”. Sociologia, ammuina.

Di Girolamo invita a rileggere il famoso articolo di Sciascia (10 gennaio 1987) sui “professionisti dell’antimafia”: in realtà era la recensione di un saggio e voleva dire che la “parodia antimafia non disturba la mafia”.

Si scaglia contro il giornalismo, altro fallimento, che racconta una mafia ormai trasfigurata in altro da sé. E dimostra la vaghezza del pentitismo, la sua sostanziale inaffidabilità. Relativizza Libera, che ben conosce avendone fatto parte, descritta come una compagnia di giro per darsi visibilità e fare carriera in politica.

Nel paese dove si certifica da soli il non essere mafiosi, il cattivo funzionamento o l’assenza dello Stato lascia spazi alla cultura mafiosa e dove “Porta a Porta ” in 30 anni ha parlato di mafia solo una volta (del libro del figlio di Riina), ci vorrebbe un grande dibattito, a reti e giornali unificati. Per fare il punto, ridefinire la mafia e adottare strumenti di contrasto alla sua subcultura.

Questo libro aspro, appassionato come il grido di Munch, oltre che documentato, offre lo spunto per cambiar passo, abbandonando “la dittatura ideologica dell’antimafia” per passare a una nuova fase, smettendo i panni logori e gli arnesi spuntati con cui sino a ieri si affrontava il fenomeno.

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