“Dio vuole la gioia e la pace”. Parla Padre Taneburgo


di FRANCESCO GRECO - SCUTARI (ALBANIA DEL NORD). Da San Francesco che a settembre del 1119 incontra il Sultano Malik-al-Kamil a Damietta, nel deserto dell’Egitto (a due passi dal Cairo), a Federico II di Svevia, che, settembre 1228, insegue un suo ordine mondiale basato sulla convivenza pacifica e incontra anche lui il Sultano vincendo la pace, senza spargere sangue, non si è mai interrotto nel tempo il filo del dialogo fra le tradizioni religiose.

Oggi, tuttavia, il confronto appare disidratato nel suo etimo originale. Eppure, la strisciante secolarizzazione da una parte e la minaccia dell’Islam fondamentalista dall’altra, suggeriscono una nuova stagione di aperture nel comune ideale della coesistenza in armonia.
 
È la tesi sostenuta dal frate cappuccino Pier Giorgio Taneburgo nel bel saggio «L’ecumenismo delle radici», Gabrielli Editore, Verona (prefazione di Brunetto Salvarani), uscito a ottobre 2017.

Padre Taneburgo (Gioia del Colle, 1964) vive e opera a Scutari, nell’Albania del nord.

DOMANDA: Padre, cos’è l’ecumenismo delle radici?
RISPOSTA: “Molti studiosi, in particolare il teologo protestante Karl Barth, hanno sottolineato che la prima grande questione ecumenica riguarda il nostro rapporto col popolo d’Israele.
I credenti in Cristo, battezzati e inseriti nelle rispettive Chiese, sapranno ritrovarsi più vicini, se guarderanno alla radice della loro fede.
Gesù di Nazareth era e rimane per sempre un ebreo. Pensare, studiare, scrivere e agire per diffondere tale verità, significa aiutare chiunque a riscoprire che la linfa che nutre proviene da una stessa radice, buona e santa. San Paolo lo spiega nel capitolo 11 della Lettera ai Romani a proposito della salvezza dei pagani”.

D. Perché sino a qualche decennio fa il ritorno alle radici è rimasto un’utopia?
R. “Nel 2018 ricordiamo 80 anni dalla promulgazione in Italia delle leggi razziali, un’autentica vergogna per il nostro Paese. Il popolo ebraico nei secoli ha subìto pressioni, persecuzioni e altre incredibili vicissitudini, culminate nella Shoah.
Ancora oggi non si riesce a vedere un orizzonte di pace in Medio Oriente e la questione che tocca le relazioni fra israeliani e palestinesi è tutta da risolvere.
L’utopia di alcuni veri profeti, pur conservando le caratteristiche della speranza in un futuro diverso, ha aiutato molti a rendersi conto delle reali situazioni di conflitto, pregiudizio e disprezzo.
È anche con i sogni più audaci, oltre che con una formazione capillare, che si iniziano a scardinare le false convinzioni e si può sensibilizzare pian piano l’opinione pubblica, credente o meno, a partire dai più giovani”.

D. Quali sono stati gli ostacoli culturali e ideali?
R. “L’antisemitismo diffuso ha creato sempre ostacoli gravissimi e conseguenze inenarrabili. Jules Isaac, storico francese, identificò nell’«insegnamento del disprezzo», l’enseignement du mépris, inculcato ai cristiani verso gli ebrei, una delle cause dell’opposizione secolare fra queste tradizioni religiose.
Anche la perfetta sovrapposizione fra il concetto (divenuto realtà) di Stato israeliano in terra palestinese e le convinzioni religiose dell’ebreo medio sta rallentando molto il processo di pacificazione.
Per non parlare delle aderenze esistenti fra Israele e Stati Uniti, recentemente dimostrate dalle prese di posizione del Presidente Trump sullo scacchiere fragilissimo del Medio Oriente e nei confronti della comunità internazionale.
Quella che noi chiamiamo usualmente Terra Santa, denominazione entrata nel linguaggio comune, gli israeliani continuano a chiamarla da sempre Terra Promessa. Ovvero là è significato il delicato passaggio da un’idea puramente religiosa a una socio-politico-economica, più ampia e coinvolgente. Sostengono alcuni, più biblica!
Naturalmente il linguaggio e le parole hanno il loro peso, rappresentando un ostacolo o un aiuto, a seconda dei casi, sulla via dell’armonia civile e religiosa”.

D. Cristiani, ortodossi, ebrei: e l’Islam?
R. “Nel mio studio si analizza appunto il dialogo della vita e del pensiero, sinora condotto fra cristiani ortodossi ed ebrei, insieme a prospettive di aperture future. L’Islam rappresenta un mondo sfaccettato, di comprensione non facile. Non ci sono soltanto i sunniti e gli sciiti a mostrare le facce diverse di quella che si crede una religione monolitica.
Ben più ampia è la serie delle credenze e delle sette derivate dal ceppo dell’unico Profeta.
In Albania, dove io mi trovo, vivono - ad esempio - molti musulmani moderati e tendenzialmente panteisti detti Bektashi con Baba Mondi (Padre Edmondo), loro referente spirituale.
Ci sarà senz’altro qualcuno che, munito degli strumenti adatti, vorrà intraprendere l’esame dei dialoghi che si sono svolti fra musulmani e altri credenti, nel mare grande delle religioni abramitiche”.

D. Lo scrittore Tahar ben Jeollun sostiene che l’Islam non ha mai detto di uccidere né di suicidarsi: è vero?
R. “Le letture che del Corano vengono fatte sono tantissime. Benché si pensi che sia completamente ispirato dall’alto e perciò non andrebbe soggetto a nessuna privata interpretazione, né darebbe adito a fraintendimenti di alcun genere, c’è invece chi strumentalizza le sure, cioè i capitoli del Libro sacro.
Ma questo processo avviene pure con la Bibbia, il grande codice della nostra fede, come con qualsiasi altra Scrittura, tradotta, tradita o asservita ad una ideologia. Ogni ideologismo alimenta una striscia, un fiume, più spesso un mare di sangue innocente.
Il Dio di tutte le genti e di tutte le religioni non può che volere la vita. E, abbondantemente, la vita nella gioia e nella pace”.

D. Perché i teorici massimi di un Islam “illuminato”, da Averroé ad Avicenna e tanti altri, sono stati formattati dalla cultura araba?
R. “Evidentemente le culture sono frammentate. Non esiste un modello unico di pensiero ed azione, altrimenti saremmo assai più poveri e meno “sinfonici” nella ricerca comune e sincera della verità che ci avvolge. La verità ci precede, ci accompagna, ci segue. Sta davanti, di fianco e dietro di noi. Il vero problema è quello di lasciarsi toccare e coinvolgere dal vero, dal bello, dal buono, dall’Uno. Una passione che dovrebbe prenderci dentro e non lasciarci mai più. Quando la cultura, sia popolare sia accademica, di massa o di élite, non va in cerca della Verità, ossia del suo splendore, facilmente rischia di dimenticare, silenziare o addirittura cancellare tutti gli sforzi fatti, per dare spazio alla luce e tempo per godersela con cuori riconciliati”.

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