Alex Pelagalli, il cantautore anti-Bossi: una canzone patriottica e fu subito divo
di Francesco Greco. Sono bastati meno dei 15 minuti che il guru della pop-art Andy Warhol augurava a ogni mortale per il successo, e passare da persona, una delle tante che gorgheggia in un’Italia zeppa di “chitarrosi” come diceva Sergio Saviane, a personaggio. La durata di una canzone sull’Italia nel 150mo compleanno, titolo patriottico: “Bianco, rosso e verde”. Il dito medio in alto di Umberto Bossi ha fatto il resto. La sua replica: “Sono venuto a Milano per lavorare, come tanti dal Sud…”, una denuncia per “ingiuria” a due ministri della Repubblica, appunto il Senatur padre del “Trota” e Roberto Calderoli e un senatore in camicia verde, Rizzi, sindaco di Besano (Varese) dove stava cantando. E fu subito fama. Alex ha interpretato il desiderio struggente di 20 milioni e rotti, molto rotti, di meridionali. A milioni, dalla Terra di Lavoro a Terra d’Otranto, si sono sentiti offesi e ritrovati nel suo coraggio, orgoglio, sincerità, passione. E’ come se quella querela portasse 20 milioni di firme. E’ la storia di Alessandro Pelagalli, divenuto una star in un giorno, il 10 luglio 2011, e ora inseguito dai giornalisti come un divo, con l’agenda fitta di concerti che gli tiene la compagna Stefania Bonomo, bellissima ragazza nata a Paola (Cosenza) anche lei milanese d’adozione. “Se volevano stroncarmi la carriera hanno ottenuto l’effetto contrario…”, sorride. L’audacia è nel dna dei meridionali e perciò sfidare la Lega nella sua tana è, come dire, in linea. “Ma i leghisti – precisa con la sincerità della gente del Sud – non sono tutti uguali: ci sono sindaci che mi chiamano per farmi cantare al loro paese…”.
Come tanti, anche Alessandro, 27 anni, è salito al Nord con la valigia di cartone e dentro sogni e speranze. Nella capitale economica di un’Italia mai unita ha fatto tanti lavori. Poi s’è ricordato della passione per la musica e ha iniziato col piano-bar, i primi concerti: la voce, calda e forte, c’è, è simpatico, spigliato, sa “tenere” il pubblico, fa presa, le serate si moltiplicano. “Non credo ai miei occhi – osserva Salvatore Bianchini, ingegnere – non molto tempo fa giocava con la bicicletta in piazza, oggi lo vedo lì, in tv…”. “E’ da sempre che facciamo sacrifici”, dice il padre Giuseppe, da poco in pensione dopo una vita da fabbro al Comune. I Pelagalli sanno cos’è la vita, il lavoro duro ma onesto, il pane sudato. Sono persone ricche di umanità, buone, generose, con cui è bello avere a che fare. Si concede una battuta anti-casta: “Bossi ha chiamato Brunetta nano, questi zoppo… Stiamo messi bene: e noi paghiamo le tasse per mantenerli?”.
Alex ha appena cantato (accanto ai “Kalàscima”) nella piazza principale di Gagliano, a due passi da Leuca, intitolata a San Rocco protettore, senza cachet, alla Festa della Solidarietà “Fiorire for Africa” (La mia generazione non ha perso), è contento, ci teneva. E dire che il sindaco Antonio Buccarello, socialista, aveva opposto il niet: “Troppo politicizzato!”. Della serie “più lealista del Re”. Se così fosse, da Vecchioni a De Gregori dovrebbero star zitti tutti. Ma se c’è un modo di far fare ai meridionali una cosa è proprio vietargliela.
E’ stato un successo, applausi, qualche battutina sulle camice verdi, poi scende dal palco e lo trattano da eroe: tutti vogliono conoscerlo, stringergli la mano, fare una foto-ricordo, gli augurano successo, sempre con Gagliano e il Sud nel cuore. Quando ha intonato la canzone sui 19 martiri di Nassirya, un brivido di commozione ha scosso la piazza affollata. Poi quella che non piaceva a Bossi, che pure a ”Roma ladrona” mangia. Intanto sul maxischermo accanto al palco scorrevano le immagini del Tg3, c’è Maria Cuffaro, col fermo-immagine di Bossi col dito medio, Alex che canta. “Dice che Bossi è caduto, si è rotto la spalla: così poco? Che peccato!”, scherza un vecchio contadino. Altre interviste, tv, Radio 101, testate nazionali.
Ormai è un mito: i padri lo indicano ai figli come esempio di pelo sullo stomaco: “E’ quello che ha denunciato Bossi!”. Un altro grida: “Sei tutti noi!”. E giù flash con le digitali e i cellulari. La madre Anna Morciano è felice, non sta nella pelle, se lo mangia con gli occhi: “Domani a Telenorba parlano di lui, l’ha intervistato Cecilia Leo… Ho una postazione per registrare e ho già una rassegna-stampa dei giornali che parlano lui: ha avuto sin da piccolo la passione per la musica…”. La gente si avvicina contenta, un vecchio con la faccia scura di sole e la mano callosa gliela stringe forte, e intanto acquistano i biglietti della lotteria a sostegno di un progetto-Lilt: un pulmino per i malati oncologici.
Alessandro è il piccolo di casa, ha due sorelle, Cinzia sposata a Milano e Stefania a Tricase (ha due gemelle). E dunque, la parabola di “Alex Show” è solo agli inizi ma promette sviluppi molto belli, anche perché è un ragazzo intelligente, sa stare al mondo, è determinato. Mentre lo intervistiamo squilla il cellulare della compagna-manager: chiamano dalla Svizzera, gli emigranti vogliono ascoltarlo, farà una tournèe. Poi si ricordano del cane Virgola rimasto chiuso a casa: “Oddio, starà facendo i capricci, dobbiamo correre a fargli prendere un po’ d’aria, ci scusi…”, sorride Stefania. Van via come nelle favole, felici e contenti. Ormai è notte, il tempo di scambiarci il bigliettino, il suo dice: “Musica per tutte le cerimonie. Live music. Liscio. Balli di gruppo. Latino Americano. Karaoke. 60, 70, 80, 90, 00. Web: alexshow.myblog.it”. Ha un repertorio di 3 ore, alla faccia di Bossi e i padani convinti che al Sud si ozia, ci si rilassa, si perde tempo al bar sport…