Caso Romano: processo in piazza a Patù all’uomo politico “Pater Patriae”
di Francesco Greco. “La Corte qui riunita assolve l’imputato Romano Liborio dall’accusa di tradimento perché il fatto non sussiste, e lo condanna alla pena di mesi 6 per il reato di inquinamento delle Forze di Polizia. La seduta è tolta”. I ritardi della giustizia italiana sono proverbiali, ma una sentenza emessa a 144 anni dalla morte dell’imputato (Patù, 17 luglio 1867), è da guinness dei primati. Il pubblico composto da abitanti del paese che diede i natali al Ministro di Polizia Liborio Romano il 27 ottobre 1793 e da turisti venuti a sentire come stanno davvero le cose, accenna un applauso. Il “processo” si svolge in Piazza Indipendenza, cuore della cittadina salentina, dove l’uomo politico riposa, e dove ha sede la sua casa-museo, fiore all’occhiello dell’ultima amministrazione-Galante (centro-destra) mente il suo successore in municipio, Francesco De Nuccio, centro-sinistra, ha commissionato all’artista Vito Russo un busto del discusso uomo politico pugliese.Il “processo” è, in tutta evidenza, una fiction. E’ una forma di rievocazione della storia che ha successo, piace alla gente perché la accosta ai grandi personaggi attraverso l’excursus dei retroscena delle loro parabole esistenziali e politiche. Così, dopo il “processo” a Masaniello e ai gruppetto di marinai baresi che trafugarono da Myra (Turchia) le spoglie di San Nicola, ecco le interfacce di un personaggio controverso perché tale fu il momento storico in cui visse, riattualizzato dal secolo e mezzo di rievocazioni dell’unità d’Italia. Il “processo” deve rispondere a questo pregnante interrogativo: Romano fu un grande statista, un volgare trasformista, o un colluso con la Camorra? Per l’accusa non ci sono dubbi: lo storico Mario De Marco sostiene che Romano tradì sia Franceschiello che Vittorio Emanuele II e che mai mise in discussione la legittimità della corona Borbone. Mentre per l’altro storico Luigi Montonato non ci sono dubbi che l’imputato, se non di essere camorrista, deve essere accusato quanto meno di “fiancheggiamento della Camorra”.
In difesa di Romano, lo storico Salvatore Coppola abbozza la figura di statista dalla mente raffinata, grande stratega che tiene testa persino a Cavour, a cui, fatta l’Italia, indica le “dieci piaghe” del Mezzogiorno da debellare e chiede finanziamenti per grandi opere infrastrutturali per far ripartire l’economia e l’occupazione. Corsi e ricorsi, i meridionali aspettano ancora quei denari e aspettano che quelle “piaghe” si rimarginino. Altro difensore, il prof. Fabio D’Astore (Università del Salento) assolve Romano dall’accusa di contiguità con i guappi perché, con Garibaldi alle porte, egli tratta con il capo del camorristi per evitare a Napoli un bagno di sangue (è il giugno 1860).
Non ne ricava, è opinione corrente, né gloria personale (tant’è che chiede ben due volte un prestito di 500 ducati di cui si fanno garanti i fratelli), né politica. Il “processo” contestualizza il personaggio scandagliandolo negli aspetti più contraddittori. Mentre incombono gli eventi, e Re Franceschiello è un sovrano giovane quanto inetto, in fuga verso Gaeta dove guiderà la resistenza, e le due potenze europee, Inghilterra e Francia, spingono per l’unità d’Italia avendo interessi precisi nell’area, Romano – da ministro di Polizia del governo borbonico - convoca a casa sua il capo dei camorristi chiedendogli di non ostacolare il passaggio storico. Cosa che avviene.
E’ evidente che la Camorra dell’800 non ha ancora i tratti sanguinari della “Gomorra” del XXI secolo, ma è fenomeno essenzialmente sociologico dovuto all’emarginazione di ampie fasce di popolazione senza lavoro né mezzi. Tuttavia è una “legittimazione” della malavita. Non è la prima volta: in Sicilia, nel secolo successivo, la Mafia non si oppose allo sbarco degli Americani. Sono i passaggi storici obbligati, in cui si sceglie una scorciatoia come male minore. Il “processo” lascia sullo sfondo il ruolo delle massonerie, italiane e straniere (di Sua Maestà britannica soprattutto), come quello preponderante dei poteri forti (clero, nobiltà di provincia,etc.).
Il verdetto arriva dopo una lunga camera di consiglio e porta la firma del tribunale giudicante composto da Franco Losavio (già consigliere di Corte d’Appello di Lecce e Taranto), lo storico dell’Università del Salento Mario Spedicato e lo storico Mario Zacchino. E’ un modo di “fare” Storia da incoraggiare, a fronte della cronica ignoranza del passato degli italiani e della loro memoria debole. Elemento questo che incuba corsi e ricorsi delle sue tragedie.
Primogenito di 7 figli, nel 1810 Romano è a Lecce dove compie studi classici. Nel 1817 va a Napoli per studiare Legge e due anni dopo si laurea. Comincia a esercitare la professione di avvocato, a Napoli, ma deve difendere se stesso dalle accuse più varie (fra cui “cospirazione politica”), e più volte conosce il carcere. Nel 1836 difende l’Inghilterra contro i Borboni per la “Questione degli zolfi”. Nel 1848 manca l’elezione al Parlamento per soli 4 voti. Per i moti del ’48 conosce prima il carcere e poi l’esilio in Francia (1852-1854). Nel giugno 1860 è Prefetto di Polizia. Garibaldi è all’orizzonte, i Borbone sulla via del declino. Mente sopraffina, Romano convoca i capi della malavita: Michele ‘o Chiazzere, De Crescenzo (una donna), Schiavetto, Persianaro. E nell’estate 1860 mette la Camorra al servizio della causa dell’unità d’Italia. Storici avveduti parlano di “cura omeopatica”: combattere il male col male stesso. Mai se ne vantò il ministro, considerandolo per quel che era: un atto di disperazione. “Ragion di Stato” (Coppola).