Nel fitto sottobosco del malaffare consociativo
di Francesco Greco. Un fiume carsico scorre tranquillo al di sotto delle istituzioni. Trascina fango e veleni che corrodono la democrazia, inaridiscono la sua semantica rubandola a tutti noi, irridendo chi ha dato la vita per farcene dono prezioso. E’ un albero che insinua le perverse radici in un patto consociativo non scritto, trasversale a destra, centro e sinistra: tutti iscritti al “partito degli affari”, citazione quotidiana dell’adagio pecunia non olet. E se dal dopoguerra agli anni ‘90 la tavola perennemente imbandita era vista come un aspetto folkloristico della cultura politica, è in questo ultimo ventennio che l’assalto è degenerato diventando patologia. E se la goduria è un fatto privato, il conto da pagare è collettivo sotto forma di lacrime e sangue, accise e tributi (mentre la casta odiata rimanda i sacrifici in un futuro che non arriverà mai).
E’ una jungla fitta in cui ci si avventura col machete, un labirinto dove per non perdersi ci vuole la bussola, ma se si colgono i segni e li si decifra adeguatamente si può capire com’è maturato il secondo debito pubblico al mondo e come il default dei Greci è usato per nascondere il nostro. Mani Pulite in fondo è stato solo la punta dell’iceberg. Per decenni la polvere è stata spazzata sotto al tappeto, carpe diem. E se oggi qualcosa viene alla luce è solo per una saggistica coraggiosa, analitica, non già per un soprassalto etico di chi, anche se le risorse si restringono continua la grande abbuffata, che anzi s’è fatta più arrogante e si abbevera alla cultura dell’impunità.
Ecco dunque perché “Il sottobosco” (berlusconiani, dalemiani, centristi uniti nel nome degli affari), di Claudio Gatti e Ferruccio Sansa, Chiarelettere, Milano 2012, pp. 194, € 15, progetto grafico di David Pearson, è un libro che si scrive da sé. Basta far parlare le carte delle inchieste e qualche intercettazione ed ecco “le convergenze del mondo dalemiano con quello berlusconiano”. E’ una pantomina indecente, un’ammuina degna del tempo di Franceschiello: si azzuffano sul lodo-Alfano e la legge elettorale, sulle pensioni e la Tav, ma quando maggioranze e opposizioni siedono al desco a drenare risorse pubbliche per intercettare un consenso sudicio e saziare appetiti famelici, l’intesa c’è. La Corte dei Conti ha detto che dopo Tangentopoli tutto è continuato come prima all’insegna del “A Frà, che te serve?” poi modulato (1999) nell’input dalemiano “Arricchitevi!” (e la sinistra elevò un’ode al Bingo: la classe operaia gratta e vince). Mentre, dicono Gatti e Sansa, siamo in attesa di un Balzac, un Bunuel che affreschino la decadenza, la deriva etica in nome di un liberismo, e social-liberismo, riscritti in salsa italica.
Il mercato come piace a noi, cosa nostra è. Perchè, convitato di pietra, c’è sempre in questo mondo di ladri qualche uomo delle cosche ben camuffato a consumare il pasto nudo, oltre alla manovalanza piegata sui propri conflitti di interessi (Tedesco) o solamente avida (Lusi). Idee e valori? Optional. Gatti e Sansa scoperchiano il vaso di Pandora di un “sistema incestuoso” che, fanno capire, ha alimentato il berlusconismo. “Può esistere una vera dialettica politica se all’ombra del sottobosco amici e alleati di un leader condividono affari e comportamenti con quelli dell’altro?”.
Il riferimento è a D’Alema e i suoi boys: Roberto De Santis, per dire, che lo chiama “fratello maggiore”. Ma anche Gianpi Tarantini, “un uomo fortemente insicuro e instabile” che “finisce per avvicinarsi a un Valter Lavitola decisamente più scafato”. Il riferimento è all’inchiesta di Bari sulle escort “planate nella capitale per alleviare le notti insonni del premier” e, più in generale, “la visione berlusconiana in cui sesso, affari e politica si intrecciano”. Con l’atout di bottiglie di vino a 1500 €, coca a go-gò e ovviamente affari, non certo per i cittadini. Altra cloaca: associazioni e fondazioni. Ogni politico se n’è fatta una: è il trend del momento, da “Free” di Brunetta a “Italianieuropei” di D’Alema, finita in molte inchieste negli ultimi due anni. Il sospetto è che “si tratti di soggetti dedicati al lavoro di lobbyng” o che servano “a ricevere fondi dribblando gli obblighi di legge”. Non bastano i rimborsi elettorali, i soldi ai giornali di partito e a partiti defunti: le fondazioni sono un espediente levantino di far cassa. “Italianieuropei” ha, fra gli altri sponsor, la Cmc (Tav in Val di Susa) e Sma-Gruppo Intini (ss. 275 a 4 corsie in Salento).
Leggi e leggi e nella mente sale quel vecchio motivo dei Doors, “The End” e ti dici: se le sorti del Belpaese sono nelle mani di Tarantini e Lavitola, le D’Addario e i Frisullo, ma anche i Clementi “uno dei protagonisti della terra di nessuno a metà strada tra politica e affari”, God save the little Italy. Sottinteso: senza un’indignazione collettiva, e un’assunzione diretta di responsabilità (la vera discesa in campo), non si uscirà dal sottobosco dove le idee forti sono ricacciate ai margini in nome dell’etica degli affari, dal “partito unico”, un Leviatano che vive, e prospera, al di là del bene e del male.
E’ una jungla fitta in cui ci si avventura col machete, un labirinto dove per non perdersi ci vuole la bussola, ma se si colgono i segni e li si decifra adeguatamente si può capire com’è maturato il secondo debito pubblico al mondo e come il default dei Greci è usato per nascondere il nostro. Mani Pulite in fondo è stato solo la punta dell’iceberg. Per decenni la polvere è stata spazzata sotto al tappeto, carpe diem. E se oggi qualcosa viene alla luce è solo per una saggistica coraggiosa, analitica, non già per un soprassalto etico di chi, anche se le risorse si restringono continua la grande abbuffata, che anzi s’è fatta più arrogante e si abbevera alla cultura dell’impunità.
Ecco dunque perché “Il sottobosco” (berlusconiani, dalemiani, centristi uniti nel nome degli affari), di Claudio Gatti e Ferruccio Sansa, Chiarelettere, Milano 2012, pp. 194, € 15, progetto grafico di David Pearson, è un libro che si scrive da sé. Basta far parlare le carte delle inchieste e qualche intercettazione ed ecco “le convergenze del mondo dalemiano con quello berlusconiano”. E’ una pantomina indecente, un’ammuina degna del tempo di Franceschiello: si azzuffano sul lodo-Alfano e la legge elettorale, sulle pensioni e la Tav, ma quando maggioranze e opposizioni siedono al desco a drenare risorse pubbliche per intercettare un consenso sudicio e saziare appetiti famelici, l’intesa c’è. La Corte dei Conti ha detto che dopo Tangentopoli tutto è continuato come prima all’insegna del “A Frà, che te serve?” poi modulato (1999) nell’input dalemiano “Arricchitevi!” (e la sinistra elevò un’ode al Bingo: la classe operaia gratta e vince). Mentre, dicono Gatti e Sansa, siamo in attesa di un Balzac, un Bunuel che affreschino la decadenza, la deriva etica in nome di un liberismo, e social-liberismo, riscritti in salsa italica.
Il mercato come piace a noi, cosa nostra è. Perchè, convitato di pietra, c’è sempre in questo mondo di ladri qualche uomo delle cosche ben camuffato a consumare il pasto nudo, oltre alla manovalanza piegata sui propri conflitti di interessi (Tedesco) o solamente avida (Lusi). Idee e valori? Optional. Gatti e Sansa scoperchiano il vaso di Pandora di un “sistema incestuoso” che, fanno capire, ha alimentato il berlusconismo. “Può esistere una vera dialettica politica se all’ombra del sottobosco amici e alleati di un leader condividono affari e comportamenti con quelli dell’altro?”.
Il riferimento è a D’Alema e i suoi boys: Roberto De Santis, per dire, che lo chiama “fratello maggiore”. Ma anche Gianpi Tarantini, “un uomo fortemente insicuro e instabile” che “finisce per avvicinarsi a un Valter Lavitola decisamente più scafato”. Il riferimento è all’inchiesta di Bari sulle escort “planate nella capitale per alleviare le notti insonni del premier” e, più in generale, “la visione berlusconiana in cui sesso, affari e politica si intrecciano”. Con l’atout di bottiglie di vino a 1500 €, coca a go-gò e ovviamente affari, non certo per i cittadini. Altra cloaca: associazioni e fondazioni. Ogni politico se n’è fatta una: è il trend del momento, da “Free” di Brunetta a “Italianieuropei” di D’Alema, finita in molte inchieste negli ultimi due anni. Il sospetto è che “si tratti di soggetti dedicati al lavoro di lobbyng” o che servano “a ricevere fondi dribblando gli obblighi di legge”. Non bastano i rimborsi elettorali, i soldi ai giornali di partito e a partiti defunti: le fondazioni sono un espediente levantino di far cassa. “Italianieuropei” ha, fra gli altri sponsor, la Cmc (Tav in Val di Susa) e Sma-Gruppo Intini (ss. 275 a 4 corsie in Salento).
Leggi e leggi e nella mente sale quel vecchio motivo dei Doors, “The End” e ti dici: se le sorti del Belpaese sono nelle mani di Tarantini e Lavitola, le D’Addario e i Frisullo, ma anche i Clementi “uno dei protagonisti della terra di nessuno a metà strada tra politica e affari”, God save the little Italy. Sottinteso: senza un’indignazione collettiva, e un’assunzione diretta di responsabilità (la vera discesa in campo), non si uscirà dal sottobosco dove le idee forti sono ricacciate ai margini in nome dell’etica degli affari, dal “partito unico”, un Leviatano che vive, e prospera, al di là del bene e del male.
