L’amore al tempo del percolato e delle “navi a perdere”

Francesco Greco. L’amore al tempo del percolato che penetra le falde e delle “navi a perdere” che giacciono sugli abissi marini a 400 m. di profondità. Icone di una modernità assassina retta da un modello di sviluppo il cui archetipo fondante è il massacro quotidiano della Natura, come fosse qualcosa che ci appartiene in esclusiva e non un prestito momentaneo da lasciare alle generazioni future.

L’umanità è grata alla napoletana (ora vive in un delizioso paese del Molise) Monica Zunica per averci dato “Tra le onde i giorni dimenticati”, Edizioni Compagnia dei Trovatori, Napoli 2011, pp. 143, € 10, Collana “Le narrazioni del desiderio”, (illustrazioni Alessandro Rak, cover Vittorio Bongiorno, editing Maria Rosaria Vado).

L’umanità perchè l’emergenza ambientale è planetaria e, citando De Andrè, anche chi si ritiene assolto è lo stesso coinvolto. Questo romanzo dovrebbe essere adottato nelle scuole della Repubblica. E delle monarchie. Appunto per confermare che l’aggressività dell’essere umano è trasversale a regimi politici, latitudini e longitudini, meridiani e paralleli, moltiplicati dalla globalizzazione. “Il sole oggi non scalda, brucia”, ci diceva tempo fa un vecchio contadino di Otranto.

In Puglia stanno cercando di fare strade a 4 corsie che servono solo alle lobby politiche e del cemento, con espianto di migliaia di ulivi secolari, consumo del territorio. A Corigliano d’Otranto una maxi-discarica sulle opere dell’Acquedotto Pugliese. Non c’è bisogno del master per scoprire la verità: anche un bambino sa che il percolato avvelenerebbe la falda. E’ la storia di Filippo Tursi, ambientalista deluso, che è andato via dal giornale dove lavorava dopo uno scatto d’orgoglio a causa delle censure.

Vivacchia al crepuscolo dei suoi sogni in frantumi mandando avanti, nel centro di Napoli, una botteguccia dove fotocopia libri a studenti annoiati. L’anziana madre gli tiene in ordine la casa, gli cucina un boccone. Passa le giornate a osservare alla finestra la coppia di anziani di fronte, la loro quotidianità, proiettando il legame famigliare che non ha (il rapporto con Elena si è esaurito da tempo: restano i ricordi degli orgasmi nell’auto con i fogli di giornale a ombrare i vetri).

Una vita banale, un po’ vigliacca, accidiosa, al limite del voyeurismo. Che lentamente precipita verso il suo non essere, direbbe Carmelo Bene. Ingrigita dalla tv che frulla quiz e film scemi. Una sera, però, aprendo la posta elettronica, Filippo trova una e-mail inaspettata, che con un balzo all’indietro, da macchina del tempo, lo riporta ai tempi della militanza e la passione politica in difesa dell’ambiente, le denunce, gli articoli scomodi.

Una ragazza per caso ha letto il suo libro scritto dopo aver indagato sull’ennesimo inquinamento provocato da discariche di rifiuti tossici abusive, traffico gestito dalla malavita. E siccome il suo vissuto si sovrappone ai passaggi del libro, racconta di sé incuriosendolo e rimuovendo un cristallizzato atteggiamento di indifferenza di cui è spalmata la sua vita, decide di conoscerla. La ragazza si chiama Ondina, non s’è mai allontanata da dov’è nata. I genitori la negano al mondo perché malata di una strana malattia che la costringe a stare sempre in acqua, e quando esce deve stendersi nella vasca da bagno o avere addosso l’accappatoio umido.

Trascorre le giornate a leggere i libri che le procura il suo medico in una grotta con una spiaggetta interna. Alla soglia dei 50, Filippo torna senza accorgersene ai furori adolescenziali: s’invaghisce della curiosa creatura marina, cerca di sapere della malattia. Scoprirà che i figli dei Ragusa, proprietari di un campo sulla scogliera, che hanno abbandonato per improvvisarsi operatori turistici, per fare la bella vita l’hanno affittato alla criminalità che ha interrato rifiuti tossici provenienti chissà da dove, sintesi del modello di sviluppo che ci siamo dati e che ha necessità di disfarsi. Ma la malattia che inaridisce la pelle di Ondina non è provocata solo da quei veleni finiti nell’acqua che lei beve e dove nuota sin da piccola. L’ispettore di Polizia indaga e ha una spiegazione ben più grave, che non diremo per non togliere al lettore il gusto di scoprirlo da solo. I meccanismi della legge si attivano, qualcuno andrà in galera, qualcun altro la farà franca con i noti espedienti della giustizia italiettana messi in mezzo da legali ben remunerati.

Monica Zunica scrive maledettamente bene. Viene dal giornalismo serio, civile, militante: si vede nella prosa contratta, essenziale, attraversata da un’ironia amara, una poesia lieve, una dolcezza che conquista, un candore infinito. All’ultima riga, il lettore, spaventato dall’approssimarsi del “the end”, forse maturerà – istinto di sopravvivenza - una nuova coscienza ambientale ed etica che tradurrà in atteggiamenti virtuosi e magari combatterà i “cacciatori”, specie quelli incravattati, profumati, con stipendi alti: i più pericolosi, violenti, cinici, brutali. Non si farà più i fatti suoi vedendo l’abuso sulla Natura che, osserva fra l’altro la scrittrice, è un infierire su se stessi.

La potenza del messaggio di questo romanzo dal sapore neorealista è anche qui: l’amore di Filippo proverà a guarire Ondina, ma la Natura, il paesaggio, la bellezza potranno salvarsi solo se noi massa critica recupereremo la forza di scandalizzarci, di non voltare lo sguardo dall’altra parte. Perché il mondo è connesso, interdipendente e, come si dice, il battito d’ali di una farfalla in Amazzonia ha riflessi sulla nostra esistenza e sulla qualità della vita del domani che vorremo, e sapremo darci. E che lasceremo alle generazioni in progress.