L’orecchio, tra storia, curiosità e modi di dire
Per il neonato un suono o un rumore attira sempre la sua attenzione. Il bambino è costantemente in ascolto. Sentire per lui significa veramente udire: il passo della mamma, la voce dei familiari, la porta che si apre. Anche per la mamma è importante ascoltare imparando così a riconoscere la voce del bambino, il suo pianto o i suoi strilli.
Fu Ippocrate (460-370 a. C.), fondatore della medicina scientifica in Grecia, per quello che si sa, a descrivere per la prima volta il timpano come «una membrana tesa, sottile e secca», paragonandola ad «una ragnatela molto fragile». Notò anche che «I venti del sud portano debolezza di vista e d’udito…», mentre Galeno (129-216 d.C.), medico greco, trattava la sordità con dieta e lassativi e insisteva sull’importanza di corretti movimenti masticatori (?). Suggerimento oggi utile nelle otiti catarrali.
Nel primo atto dell’Amleto di Shakespeare (1564-1616), si legge: «Spettro: … nella mia ora di serenità tuo zio entrò di nascosto, con succo di maledetto giusquiamo - nome italiano di un erba solanacea - in una fiala, e nelle mie orecchie versò quel distillato lebbroso». Succo versato nel cavo dell’orecchio del padre di Amleto, che morì perdendo «vita, corona e sposa». Successivamente (1948) un medico italiano, appassionato di gialli letterari, affidò la soluzione del caso all’esperimento scientifico e si scoprì che, l’instillazione di giusquiamo in orecchi di cani, non fu affatto mortale, ma causò solo disturbi transitori per cui pare che Shakespeare, la storia dell’avvelenamento, se la sia proprio inventata, anche perché all’epoca nessuno sarebbe stato in grado di smentirla.
Scorrendo notizie relative a grandi personaggi affetti da malattie che hanno colpito, l’importante organo di senso, ricordo Jean Jaques Rousseau (1712-1778), filosofo e scrittore, affetto da «pulsazioni delle arterie e dal ronzio»; Sigmund Freud (1856-1939), neurologo e psicanalista, soffriva di uno strano disturbo dell’udito; Bedřich Smetana (1824-1884), musicista cecoslovacco, accusava ipoacusia che divenne poi sordità completa; Lucrezia Borgia (1480-1519), divenne completamente sorda prima di morire; Francisco Goya (1746-1828), pittore spagnolo, ‘perse’ l’udito all’età di 46 anni, divenendo da quel momento «il pittore del dolore e dell’angoscia». Tra i sordi più celebri è annoverato il musicista Ludwig Van Beethoven (1770-1827), la cui perdita dell’udito è stata progressiva e inesorabile, e nonostante «le più moderne ed avanzate terapie» dell’epoca, non guarì, ma durante una delle sue convalescenze «per riposare l’affaticato organo dell’udito», compose la IX Sinfonia, della quale è noto il famoso «Inno alla Gioia». Ma pare che Beethoven fosse affetto anche da altre gravi malattie che minarono mortalmente il suo fisico.
Si parla anche di allucinazioni uditive e «ronzii cerebrali», che sono elementi deliranti e si differenziano dagli acufeni per la loro oggettività. A tal proposito pare che Nabucodonosor (605-562 a.C.), re di Babilonia che governò per 43 anni, ordinò la costruzione di grandi templi e l’apertura del canale dell’Eufrate, proprio in virtù delle allucinazioni uditive. Per lo stesso motivo, Robert Schumann (1810-1856), sosteneva di aver scritto alcune importanti composizioni musicali sotto dettatura di Franz Schubert (1797-1828), e di Felix Mendelssohn (1809-1847).
Per concludere, eccovi alcune prescrizioni regionali tradizionali in tema di mal d’orecchio, ricordate da Luciano Sterpellone nel suo libro “Orecchi, naso… e un po’ di gola. «Introdurre nell’orecchio qualche goccia di latte di una donna che allatta il figlio maschio» (Val d’Aosta); o «Un pezzetto di pelle di serpente» (Friuli); «Introdurre nell’orecchio un po’ di burro disciolto e tappare con un batuffolo di ovatta» (Trentino); oppure «Olio riscaldato con un tizzone rovente» (Marche); «Strofinare energicamente la parte con l’olio caldo»; «olio di topo» (Campania); per la Puglia «Cuocere un topolino nell’olio e applicarlo all’orecchio» e, per la Calabria, in caso di orecchioni (parotite), «Fare una croce su un pezzetto di mattone e applicare questo sulla parte malata». Mentre i Turchi per il mal d’orecchi consigliavano di «Introdurre nell’orecchio qualche goccia di bile di gatto» o «qualche goccia di succo di cipolla» o, ancora, «far bollire bile e milza d’orso, mescolare con miele e introdurre un po’ nell’orecchio».
E per finire qualche famoso proverbio a proposito dell’organo di senso dell’udito: «Aprire bene le orecchie», ovvero ascoltare attentamente per conoscere o riferire; «Fare orecchio da mercante», far finta di non sentire o non avere intenzione di assecondare una determinata richiesta; «Cosa detta all’orecchio arriva cento miglia lontano», la cosa affidata come un segreto all’orecchio di un confidente si diffonde più rapidamente e più lontano; «Non credere alle proprie orecchie», rimanere cioè molto meravigliati per quel che si sente… o si vede, per cui «Chi ha orecchie, intenda», famosa frase evangelica, ovvero «A buon intenditor poche parole».
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