Dos Passos, la guerra “iniziazione” dell’uomo

di Francesco Greco - Cinema, Storia, Letteratura: la guerra è, dall’inizio dell’avventura umana, un archetipo. Che ha intrigato le intelligenze raffinate d’ogni tempo. Da Sun-Tzu a Omero, da Senofonte a Giulio Cesare, da Hemingway a Faulkner, da Remarque a Saint-Euxpery, sino a Monicelli, Joe Dante, Francis Ford Coppola. E’ stata scannerizzata in tutte le molteplici, infinite facce, aspetti ideali e irrazionali, implicazioni psicologiche e strategiche. Eppure l’approccio di Dos Passos risulta, in certi passaggi, nuovo per immediatezza e freschezza di stile e per la rievocazione della vita al fronte, dove gli uomini che si muovono sono consapevoli di essere pedine di un gioco folle pensato altrove da menti corrotte, impegnati comunque a salvare la dignità, ad arrivare alla fine (“il futuro è nulla per lui” nelle “pozzanghere color caffè”).

   “L’iniziazione di un uomo” (“One Man’s Initiation: 1917”), di John Dos Passos, Piano B Edizioni, Prato 2013, pp. 128, € 12, collana “Controtempo”, è un classico, un capolavoro che bene fa l’editore a riproporre ripescandolo dall’oblio, confermandosi una casa editrice aggressiva senza l’ossessione del best-seller, anche perché talvolta i grandi numeri si traducono in proposte di basso livello che deludono. Il grande scrittore americano è il maestro riconosciuto di Faulkner, Hemingway, Fitzgerald, la Lost Generation (copyright di Gertrude Stein) degli Anni Venti del secolo breve; persino Bukowski gli riconosce grandezza con le parole di devozione dell’allievo. La guerra di questo suo primo romanzo (scritto nel 1917, esce nel 1920), modulata su un “registro crudo e realista”, è intrisa di una pietas laica che si ritrova negli eroi omerici sui campi di battaglia dell’Ellade. Ma a tratti anche sparsa di accenti lirici sullo sfondo di un furore condiviso fra i soldati che si stempera in una denuncia dell’orrore cui una cerchia esigua di uomini spinge maggioranze incolpevoli.

   Dunque, Martin Howe, alter ego dello scrittore, si è arruolato volontario come autista di ambulanze nella Grande Guerra, prima sul fronte italiano, poi francese. Il suo disincanto permeato di tenerezza è tipico del soldato americano d’ogni tempo, su tutti i fronti: una leggerezza che si trasfigura in una forma d’esorcismo del dolore. Lo sguardo quasi indifferente, ma per questo ancor più partecipe, è tipico di un popolo giovane, a tratti ingenuo, antitesi del modo di osservare corrucciato e cerebrale dell’europeo. Su queste premesse Dos Passos (1896-1970), “il più grande scrittore del nostro tempo” (Jean Paul Sartre), adombra la guerra come forma di iniziazione alla vita, un’allegoria della lotta che lo attende, nuda metafora dei conflitti con cui dovrà vedersela nel tentativo di domare gli istinti peggiori del mondo, degli uomini, lotta logorante come la guerra di trincea nella “poltiglia motese”, mentre incombe la morte “inodore” (il gas subdolo che squaglia i polmoni), le maschere antigas, i “papaveri scarlatti”, “gli occhi del soldato… erano come quelli di un animale ferito”, “quell’uomo che avrebbe voluto abbracciare fraternamente…”.

   Borghese di nascita, formazione culturale socialista, Dos Passos entra semanticamente in conflitto con la classe di provenienza (il “mondo capitalista e industriale”, A. Miliotti in prefazione), il patrimonio di valori. Quella che poi incuba le guerre come soluzione dei conflitti. Vagheggia “i valori positivi dell’uguaglianza e dell’equità sociale”, echeggia l’anarchismo di quel tempo, pensa a una risata liberatoria, trasversale, in grado di dire basta ai massacri sistematici delle civiltà e le culture: “…si alzeranno improvvisamente in piedi e scoppieranno a ridere di fronte a tanta austera idiozia, alla stupida, feroce, viziosa pompa di quello che stanno facendo. Il cielo rintronerà di risate”. Che sconfina in un universalismo pacifista che unisce i popoli: “…ufficiali, soldati e prigionieri… abbasseranno le loro armi, getteranno via zappe, picconi e fardelli e si avvieranno… verso le loro capitali dove rideranno in faccia a deputati e senatori, congressisti… a Presidenti e primi ministri, a kaiser e dittatori…” per cui la guerra è l’igiene del mondo, perché “nulla purifica più del sacrificio”.

   Traccerà, nel suo animo, un “prima” e un “dopo”, una diaspora lacerante con il dna di provenienza, il mondo “facoltoso e colto delle frequentazioni paterne”. Sarà così per tutta la “generazione perduta”, che nei suoi romanzi relativizzerà un mondo retto (ancora Miliotto) dai “falsi ideali incarnati dalle democrazie occidentali”, le “menzogne (oceani) dei suoi megafoni – la stampa e la propaganda – i princìpi politici che lo guidano e lo legittimano, la religione (“la croce cadde in avanti, con un tonfo sordo nel fango della strada”) sentita come sempre più distante”. In “One Man’s Initiation: 1917” il “romanzo di formazione si fonde col diario e l’invettiva antimilitarista”; poi arriveranno, a consacrare un maestro d’ogni tempo, “Three Soldiers”, “Manhattan Transfer” (1925) e “U.S.A. Trilogy” (1938), pubblicato col titolo “U.S.A.”. Maestro di stile (“il vino aveva il freddo bagliore di un diamante biondo”…”uomini dai volti lividi, segnati da rughe di angoscia, di paura, di tedio”… “sangue e fango gocciolavano per terra”) che s’arrampica su su sino alla bellezza, la poesia, il delirio, l’eternità.