Emigranti, i veri “ambasciatori” del made in Italy


di Antonio Negro - Apprendiamo in questi giorni che gli indicatori economici segnalano un’inversione di tendenza rispetto agli anni che abbiamo alle spalle perché si vedono segnali positivi in tutta Europa, tranne che in Italia, che resta fanalino di coda col suo  segno negativo: -2 rispetto al +3 dell'eurozona.

   L'economia italiana resta in affanno, con gravi ripercussioni sull'occupazione, specie quella giovanile, che ha toccato livelli mai raggiunti negli anni passati, con i giovani del Meridione che pagano il prezzo più alto.

   Spending-rewiev è stato, e continua a essere, il ritornello di tutti questi anni per evitare la bancarotta nazionale, col rischio di trascinare dietro anche le altre economie europee. Il risparmio della spesa ha comportato tagli in tutti i settori e di pari passo con l'aumento delle tasse è diminuito il potere d'acquisto delle famiglie, specie quelle più povere.

   Il contenimento della spesa pubblica ha comportato poi il blocco degli investimenti sia a livello centrale che periferico, tanto che le opere pubbliche sono al palo da diversi anni e gli enti locali hanno difficoltà a intervenire, perché costretti a mantenersi entro il tetto di spesa del 3%.

   In una situazione così difficile, una boccata d'ossigeno viene dai fondi Ue che nel triennio 2013-2015 per l'Italia ammontano a una somma pari a 31 miliardi.  Ebbene, è notizia proprio di questi giorni, l'Italia rischia di perdere gran parte di questa somma perché non è capace di impiegare e spendere tutta la mole di denaro messa a disposizione dai programmi europei.

   Non si può non riflettere su queste cose che fanno dell'Italia il fanalino di coda dei Paesi avanzati, e la storia è vecchia da sempre: il Paese non è all'altezza di programmare e spendere le somme a disposizione e spesso, quelle che vengono utilizzate sono spese male. La stessa Ue di recente ha avvertito l'Italia che non permetterà più di fare tutti quegli interventi a pioggia che sono stati fatti in passato, anche per cose stupide, inutili e superflue, come finanziare il concerto di Elton John o la ricerca sul tartufo o, addirittura, la Salerno-Reggio Calabria. Cose che si leggono sulla stampa in questo periodo.

   Come sia possibile lamentarsi di non avere disponibilità finanziaria per aiutare la crescita economico-occupazionale da una parte e non riuscire a spendere tanto denaro pronto per interventi che potrebbero dare una notevole spinta per la crescita e limitare la grave crisi in atto da anni, è un mistero tutto italiano.

   In questo settore tutti gli altri Paesi hanno fatto e fanno meglio di noi, persino la Spagna e il Portogallo che hanno saputo utilizzare e spendere tutte le risorse europee a loro disposizione.

   In questi primi sette mesi l'Italia ha speso solo il 27% del programma annuale: 1.803 milioni su un target di 6.719 milioni. Lo stato di emergenza continua in tutti i campi, da quello politico a quello istituzionale, dalla giustizia alla burocrazia, dalla criminalità all'evasione fiscale, impediscono al Paese di programmare e di andare a regime come tutti gli altri.

   In questo quadro il Ministro Trigilia ha dichiarato di recente che la priorità è finanziare il made in Italy. Non vi è dubbio che incrementare la vendita dei prodotti italiani all'estero è necessario per la nostra bilancia dei pagamenti; ma oggi che la concorrenza si fa sempre più spietata e che la globalizzazione non lascia troppo spazio di manovra ai produttori italiani, come si può intervenire per allargare gli spazi di intervento?

   Certamente bisogna puntare sulla qualità, specie nell'agroalimentare, ma non solo. Esiste, però, un canale che viene trascurato, per ignoranza e per dimenticanza, anche volutamente, ed è quello di penetrare nei mercati all'estero attraverso le numerosissime comunità di italiani emigrati in tutti i Continenti.

   Gli italiani all'estero sono i veri ambasciatori della nostra Nazione e hanno fatto conoscere e apprezzare tantissimi prodotti nei Paesi dove risiedono; anche i primi passi del turismo in Italia, specie nel Mezzogiorno, sono stati fatti per merito degli emigrati che facevano conoscere e apprezzare a tutti le bellezze del nostro territorio.

   Quando i Pugliesi in Svizzera fondarono le prime associazioni, per emulare le altre comunità che si erano insediate prima e organizzavano le feste dei loro paesi d'origine (la festa delle castagne, la sagra della polenta, ecc.) si inventarono anch'essi la loro festa: a Zurigo divenne la festa dell'uva pugliese.

   Ed ecco che camion interi di uva da tavola dei “tendoni” baresi giungevano prima sulle tavolate delle feste e poi nei mercati e supermercati della Svizzera. E così fu per la salsa, i vini, la pasta, i vestiti e la moda, per la quale anche gli emigrati, certamente non quelli delle baracche, erano attenti.

   L'Italia non è capace nemmeno di tenere il legame con i suoi cittadini all'estero  i quali, senza chiedere nulla in cambio, non fanno altro che far conoscere e apprezzare le cose italiane nel mondo. Anzi, ultimamente questo legame viene sempre più messo in discussione perché il Ministero degli Esteri invece di tagliare sugli stipendi degli ambasciatori, i consoli e i funzionari, taglia su quelle poche cose che si fanno e si facevano per la diffusione della lingua e della cultura italiana nel mondo e sulle sedi consolari che diminuiscono di giorno in giorno a danno del servizio per tanti italiani che hanno bisogno.

   Non solo, ma il gruppo dei saggi che Napolitano ha nominato per la proposta delle riforme elettorali e istituzionali, vuole mettere la parola fine persino al voto degli italiani all'estero, eliminando i collegi elettorali degli emigrati nel mondo, a dimostrazione della scarsa considerazione che si ha per milioni e milioni di cittadini che orgogliosamente hanno scelto la via dell'emigrazione per sfamare dignitosamente se stessi e le loro famiglie, contribuendo non poco alla crescita economica del Paese con le loro rimesse e con la loro esperienza una volta rientrati in Italia.

   Quei pochi parlamentari eletti all'estero sarebbero diventati l'unico legame concreto e diretto tra le nostre comunità sparse nel mondo e il Parlamento di Roma. I saggi, quindi, con il loro immenso sapere, ignorano gli emigrati e li trattano con disprezzo, dimostrando di non essere diversi da quella Italia che, pur in difficoltà, non sa programmare e perde le risorse europee.

   Lo stesso disprezzo dimostrato da chi ritiene prioritario finanziare il made in Italy e non sa che nel mondo ci sono decine di milioni di italiani emigrati che lo fanno tutti i giorni, gratis e con tanto, infinito amore per il proprio Paese.