Omaggio di Scola a Fellini, genio visionario

Dal nostro inviato Francesco Greco
VENEZIA – “Fellini? E’ come l’olio…”: ipse dixit Roberto Benigni in morte del grande regista romagnolo, vent’anni fa. Cioè, Fellini è un’icona che si sovrappone al Paese, che lo ha incarnato con i suoi sogni, le visioni, le allucinazioni. La sua arte ha segnato il Novecento, tanto da far dire in un’intervista all’attore-regista pugliese Sergio Rubini : “Se fosse ancora vivo, avremmo qualche brutto film e qualche libro inutile in meno. Anche la politica sarebbe meno degenerata”.

   Fellini dunque è l’Italia. Un caleidoscopio che racchiude vizi e virtù, passioni e ossessioni, deliri e desideri. Che egli ha riversato nei suoi alter ego (su tutti Marcello Mastroianni). E che ciò abbia valore di postulato lo dimostra anche la presenza, ieri sera al Palazzo del Cinema di Venezia, stra-blindato, la presenza del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e gentile signora Cloe per la prima di “Che strano chiamarsi Federico”, firmato dall’amico e sodale Ettore Scola.

   Il film scorre sul filo esile della memoria, della nostalgia, lieve e poetico, modulato sul “come eravano” appena ieri e che Fellini, con i suoi film, ha spiegato con la sua affabulazione barocca, densa di graffianti e tenere allegorie, inventandosi un’estetica tutta sua sublimata poi nell’aggettivo “felliniano” (gli piacerebbe un sacco il Carnevale estivo in calendario in laguna il 22 settembre).
   Scola lo ha costruito con una solida architettura, attingendo a materiali di repertorio in equilibrio con quelli della finzione, del plot narrativo. La memoria scorre impetuosa in un viaggio (quello di G. Mastorna) che egli non riuscì a compiere (o compì morendo a in quel dolce, tiepido fine ottobre del 1993). Spezzoni di film miracolosamente emersi da oscuri magazzini, retroscena di storie, backstage, aneddoti a non finire, frammenti illuminanti, disegni.

   Tutto concorre a ripensare un uomo, e ad abbozzare un’epoca. Si parte dal 1939, quando un Fellini magro e allampanato arriva a Roma e bussa alla porta del giornale satirico “Marcaurelio”. I primi film (“Lo sceicco bianco”) in cui delinea la sua poetica e quelli che lo consacrano “maestro” del cinema mondiale, di tutti i tempi, un classico vivente: “La dolce vita”, “8 e 1/”, “Amarcord”, “E la nave va”, “La città delle donne”, ecc.

   C’è anche uno Scola 16enne che lo incontra e diviene amico di una vita, sullo sfondo di una vivida complicità intellettuale. Oltre a un Rubini (nell’87 girò “Intervista”) nel ruolo di un madonnaro con cui il grande regista parla di arti visive e di estetica, tipico archetipo felliniano. Affettuosa standing-ovation finale, con commozione di Napolitano (i due furono amici) e signora. Il “tribute” di Scola è anche quello di un Paese riconoscente al genio nato a Rimini nel 1920, alla sua possente immaginazione, alla sua arte onirica, visionaria. Si, aveva ragione Benigni: “Fellini è come l’olio…”.

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