Su quel 'Tir' viaggia la nostra solitudine

dal nostro inviato Francesco Greco.
ROMA - Un apologo sulla solitudine, sull'impotenza, una critica feroce alla globalizzazione che ricaccia ai margini i lavoratori senza tanto potere contrattuale. Dopo i minatori e i pastori sardi, al Festival del Cinema sono sbarcati gli autisti dei Tir. Di primo impatto "Tir" (in concorso) pare una citazione di "Duel", il primo Spielberg. Lo firma il friulano Alberto Fasulo (1976, documentarista), produzione Nefertiti film, coproduzione Focus Media, Raicinema, Regione Friuli Venezia Giulia, Fandango.
   E' la storia di un insegnante sloveno (di Rijeka, interpretato dal bravissimo Branko Zavrsan: attore e film si candidano ai premi, come "Acrid" dell'iraniana Kiarash Asadizadeh) che ha lasciato il suo lavoro nella scuola per fare l'autista, mestiere con cui si guadagna il triplo. Parla al telefono con la moglie, vivono una loro quotidianità, sebbene sublimata.

   Tra un trasporto di mele e un altro di maiali, l'autista non riesce a tornare a casa. E non lo fa nemmeno quando la moglie gli dice di una lettera arrivata dalla scuola che lo chiama a sostituire un'insegnante in maternità. Nel frattempo lui diventa geloso, perché lei è rimasta con l'auto ferma e Goran, un giovane meccanico, l'ha rimessa a posto. E il figlio vuole una casa più grande e formatta tutti i risparmi di una vita: altra lite via cavo: la moglie si arrabbia perché è stata tenuta all'oscuro di tutto.

   Continua così l'odissea sulle strade d'Europa di Branko, sempre più rassegnato. Mentre il collega Maki riesce a conservare uno spirito di ribellione e pensa di cambiare lavoro, Branko è ormai troppo stanco e disilluso per riprendere in mano la direzione della sua vita fatta di docce alla meglio e cibi cucinati sul fornellino.

   Si trasfigura così, con un affollamento semantico, nell'autista l'uomo del terzo millennio, che non ha più alcun libero arbitrio sulla propria esistenza: è ridotto a un accessorio nelle mani del liberismo selvaggio che mette al primo posto la merce e all'ultimo gli affetti, la socialità, mentre la vita scorre e il tempo ci divora l'anima.

   Il lungo applauso finale alla proiezione (presenti produttori, sceneggiatori, il montatore giapponese, ecc.) fa capire che il pubblico ha colto nella storia questo nostro smarrimento epocale, una solitudine cosmica che ci avvolge come perfida gramigna. Il film forse pecca di eccessivo schematismo, ma alla fine proprio il taglio da documentario si trasforma nella sua forza affabulatoria che ci comunica tutto il disagio di vivere nel nostro tempo insonne.

   Smarriti, soli, impotenti, condannati a una vita che ci scivola addosso, che ci rende cattivi e ci lascia ben poco, lo siamo tutti. In attesa di un neo-umanesimo possibile che rimetta l'uomo al centro dell'universo.

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