Ma saremo mai un Paese normale?
di Antonio Negro - Perché in Italia siamo in uno stato di emergenza continua? Come mai non riusciamo ad andare a regime come tutti i paesi europei e occupiamo gli ultimi posti in classifica in ogni campo della vita sociale ed economica?Da decenni diciamo di volerci rifare a modelli istituzionali di altri paesi europei, ma non riusciamo mai a mettere in atto nemmeno quelle piccole cose che darebbero il segnale evidente di un'inversione di rotta.
E quali sarebbero le piccole cose? Proviamo a fare degli esempi, pur sapendo che gli italiani, litigiosi per natura, si appassionano solo sui grandi discorsi di sociologia politica e contorsionismi mentali.
Domenica scorsa, di pomeriggio, andavo con la famiglia in un paesino di mare per assistere alla messa in memoria del suocero. La chiesetta si trova su una stradina su cui si è obbligati a marciare a senso unico. Eravamo sul piccolo sagrato in attesa dell'orario della funzione quando giungeva tranquilla in senso vietato una macchina i cui occupanti entravano subito dopo in chiesa per la medesima funzione.
Il mio sconcerto era finito lì. Ma, all'improvviso, al momento della lettura dei salmi, ti vedo la moglie del guidatore contromano che legge, a me e a tutti i presenti, la parola di Dio e dei Vangeli come se niente fosse.
Sono rimasto allibito e un fremito di nervosismo mi ha impedito di scappare via dalla messa urlando contro un comportamento ipocrita che, presumo, avvenga tutte le domeniche pomeriggio.
Oggi, viaggiando in auto, sono giunto su di un incrocio in cui i paletti di sostegno dei semafori e dei segnali stradali sono pieni di manifesti di ogni tipo che annunciano feste, cenoni, sagre e altro. Tali manifesti sono estremamente pericolosi sugli incroci, tanto che spesso succedono incidenti, a volte anche gravi, perché impediscono la visuale dei mezzi che sopraggiungono sulla corsia opposta e distraggono il guidatore nella conduzione del veicolo.
Il codice della strada vieta (art. 23, c. 1, D.Lgs. n. 285 del 30 aprile 1992) categoricamente l'affissione di manifesti o altro sui segnali stradali. Sulle strade passano quotidianamente, a tutte le ore, decine di mezzi delle forze dell'ordine e nessuno si ferma per sanzionare un'infrazione che può costare la vita a qualche conducente. Non si capisce: forse il ragionamento potrebbe essere che la stradale pensi che lo facciano i carabinieri, questi pensano che lo faccia la forestale che, a sua volta, pensa che lo faccia il vigile urbano, e così via.
Possibile che in Prefettura non sappiano queste cose? Eppure, oltre alla pericolosità, queste scene sono tanto orrende da vedere quanto frequenti su tutti gli incroci di tutte le strade del Salento: deturpano il paesaggio e sono un pessimo biglietto da visita per i turisti. Basterebbe poco, pochissimo per far perdere il vizio ai committenti di tale misfatto.
L'altro ieri ho acquistato una scheda sim per un tablet. Il gestore telefonico, nel darmi conferma con un messaggio dell'attivazione della linea, mi ha informato che, da quel momento entravo in possesso di due linee attivate a mio nome. Chiamo il 119 per sapere quale fosse la seconda scheda in mio possesso e mi rispondono che sono utente della Tim dal 1996, anno in cui non avevo cellulari o altri apparecchi bisognosi di schede sim.
Chiamo il giorno dopo per maggiori ragguagli e, dopo un'attesa di 20 minuti per non perdere la precedenza con un sottofondo musicale da marcia funebre, l'operatrice si rifiuta di darmi il numero che io non sapevo essere intestato a me. Non so se mi spiego: un numero sim che loro stessi dicono essere mio non può essermi dato o confermato, immagino per via della privacy.
In sostanza, qualcuno può rubare la mia identità e intestarsi una scheda telefonica e io non ho diritto di sapere il numero che mi appartiene e che loro stessi mi dicono di disconoscere per iscritto attraverso un fax.
Non ho ancora capito come posso disconoscere un numero che non conosco, che tuttavia mi apparterrebbe e che altri stanno usando al mio posto: roba da delirium tremens.
Ora mi tocca andare da un magistrato e denunciare il tutto, con perdita di tempo e di denaro per me e per lo Stato, e di salute solo per me. Una cosa che in Svizzera avrei risolto già alla prima telefonata col gestore.
Una vecchia abitazione, ma non succede solo con quelle vecchie, tiene sul muro segnati a pennarello nero non meno di quattro-cinque numeri civici che le amministrazioni hanno dato e corretto nel corso degli anni. Non c'è un ordine nella toponomastica, e in questa condizione non può esserci un vero controllo del territorio. Vi sono funzionari e dipendenti che rilasciano permessi, autorizzazioni, licenze senza conoscere minimamente lo stato dei luoghi.
Vi sono addetti ai lavori che non hanno mai messo piede nelle periferie delle campagne del proprio territorio da controllare, sì che ognuno può fare quello che vuole. E se qualcuno parla è una spia, se non parla è omertoso.
Le periferie e le strade di campagna sono piene di ramaglie, vecchi copertoni, lastre di eternit, cucine e frigoriferi arrugginiti, materassi sfatti, rifiuti di ogni genere proprio perché prive di controllo.
Nessuno vede niente. Ma è proprio trascurando le piccole cose, i piccoli reati che si finisce col non vedere i grandi delitti che si compiono, o che sono stati compiuti, come le discariche dei veleni, l'inquinamento del suolo e delle falde.
Il controllo del territorio passa dalle piccole cose: gli investigatori arrivarono a pochi metri dalla prigione di Aldo Moro e non si resero conto che era lì perché l'abitudine al controllo del territorio non c'era e non c'è in Italia.
Tutto questo fa parte della quotidianità di un popolo, di una comunità, di una società organizzata. Non è possibile che nessuno risponda di tutte queste cose. Come non è possibile continuare su questa strada se si vuole ridurre il gap che ci separa dagli altri paesi civili?
In Italia tutti fanno tutto e sanno tutto e nessuno svolge il suo compito per il quale è addetto e viene retribuito. Il sistema fa acqua perché l'assetto istituzionale si basa su vecchie logiche da clan familiari e sociali.
Nei piccoli paesi di periferia, poi, siamo ancora ai concetti tipo "una mano lava l'altra e con tutte e due ci si lava la faccia". Oppure, se uno vuole occuparsi del sociale, si sente spesso dire "ma chi te la fa fare, lascia perdere, tieni famiglia, fatti i fatti tuoi!".
Ma quel che sorprende ancora di più nei paesini, come si diceva decenni addietro in emigrazione quando ci si incontrava tra italiani nei ristoranti o nei locali, è il fatto che poco o nulla sia cambiato: sono partito che comandava il maresciallo, il prete e il farmacista. Ancora oggi il modello è uguale: c'è solo il farmacista che forse ha perso un pò del suo potere e non va dietro alla processione del Santo Patrono: per il resto tutto è come prima.
E la colpa è sempre dei politici e della politica. Se ci sono le buche per le strade è colpa loro; se uno parcheggia in divieto o in doppia fila è colpa loro; se si appicca il fuoco d'estate è colpa loro; se si butta il vecchio materasso nelle campagne è colpa loro; se piove è colpa del governo.
Piove, governo ladro!