Prosegue con Tosca di Puccini la Stagione Lirica della Provincia di Lecce

di Ilaria Stefanelli. LECCE – “Vissi d’arte”: un inciso prezioso del fagotto, il canto del violoncello, commosso e carnale, l’estasi perlacea dell’arpa.

Marcello Panni è infatti un direttore teatralissimo ma non, come talvolta avviene, per un qualche semplice talento pratico nel gestire effetti e tempi drammatici; la sua è una visione molto più profonda, da musicista abile e intelligente che sa perfettamente come realizzare la visione drammaturgica dell’autore, rispettando stile e spirito della partitura con un gesto preciso e volitivo, sensibile e rigoroso. Conosce le ragioni della scena e del canto, che non risulta mai soverchiato dalla straordinaria cura strumentale, anzi, esaltato proprio perché iscritto in un disegno musicale perfettamente controllato.

Così se il Baritono Marcello Lippi, proprio nella sua aria, ha qualche sbandamento nel solfeggio, il concertatore è abilissimo nel tamponare i danni minimizzando la sensazione di inseguimento fra buca e palco. Qualunque cosa avvenga non manca mai uno sguardo d’insieme, una fluidità dei tempi, delle dinamiche e dei colori che risultano sempre naturali e consequenziali. Tosca è una tappa importante nell'itinerario artistico di Puccini e presenta elementi di novità non solo in riferimento alle sue opere precedenti, ma anche nell'ambito della produzione operistica coeva.

Il compositore toscano, soprattutto dopo «Bohème», sentiva l'urgenza di una svolta artistica. Sette anni prima era nata in lui l'idea di comporre un'opera sul dramma di Sardou, ma solo nel 1898 il lavoro cominciò a decollare. Tra il concepimento di «Tosca» (1889) e la prima rappresentazione (1900) intercorsero quindi 11 anni nei quali Puccini rielaborò «Edgar» (rappresentato nella nuova veste nel 1892) e compose altre due opere, «Manon Lescaut» (1893) e «Bohème» (1896). I giudizi negativi e sbrigativi su «Tosca» spesso non tengono conto del travaglio pucciniano, della sua esigenza di innovare pur restando nel solco della tradizione, non danno cioè il giusto rilievo alla lenta maturazione verso uno stile diverso, in parte nuovo; uno stile che, significativamente, si colloca all'inizio del Novecento. Puccini passa infatti da una dimensione lirica e intimista predominante in «Bohème» e in «Manon», a una singolare contaminazione tra due modi antitetici di concepire il teatro d'opera e quindi tra due mondi teatrali radicalmente diversi.

L'insistenza sui dettagli realistici (si pensi a tutta la scena in cui il sagrestano è protagonista o ai preparativi per la fucilazione di Mario), la ricerca di effetti scenici a forti tinte (tutto il secondo atto con l'interrogatorio di Mario e Tosca da parte di Scarpia) e l'esasperazione degli aspetti efferati e morbosi della vicenda (i monologhi erotici di Scarpia; le sue licenziose avances per conquistare Tosca) si inserivano in quel filone verista che da qualche anno imperversava sulle scene liriche italiane e da quelle si irradiava in tutto il mondo. In quest'opera vi è però anche una dimensione eroica e tragica, connessa ai due sfortunati amanti e alla loro strenua ma vana difesa di valori in cui fermamente credevano e per cui erano disposti a sacrificare la loro vita: l'ideale politico per Mario; la fedeltà amorosa non disgiunta da una elementare, ma sentita religiosità per Tosca.  Panni si conferma bacchetta in grado di fare la differenza, uno dei musicisti più completi, solidi e interessanti oggi in circolazione.

Il suo primo atto conosce la leggerezza dei momenti di commedia, ma senza calcare la mano sulla caricatura del sagrestano, sulle bizze gelose di Tosca o sulle monellerie dei cantori, bensì giocando di cesello sui colori, sui rubati, sui pesi, in modo da far risaltare ancor più – e senza dover ricorrere a effetti esteriori – l’attesa e infine l’ingresso di Scarpia. O, ancora, cogliendo una tensione severa, plumbea, tagliente, in un crescendo davvero agghiacciante per un Te Deum fra i più impressionanti mai ascoltati.

Si potrebbe proseguire a lungo, citando il dipanarsi sottile di tensioni e distensioni nel secondo atto, l’atmosfera brumosa, soffocante, senza luce o speranza, dell’alba romana ( meravigliose le scene imponenti e livide curate da Enrico Castiglione) il palpitare dell’orchestra  Tito Schipa di Lecce e il suo Coro Lirico, che rendono  ancor più angoscioso e quasi surreale il momento dell’esecuzione, per poi coniugare la folgorante immediatezza e l’assoluta precisione nel finale (eseguito integralmente con tutti gli interventi interni degli sbirri).

L’opera si regge così saldamente sulle spalle del direttore, che fa splendere ancora una volta l’immagine di Puccini grande musicista e drammaturgo moderno, non solo autore di belle melodie commuoventi e di tragedie strappalacrime. Si regge anche sulle trovate registiche di Castglione che ha lavorato sul concetto di phatos di cui gli attori in scena erano pregni e sulla meravigliosa opera della costumista Sonia Cammarata che ha incantato il pubblico con un tripudio di colori e un’attenta ricostruzione storica degli abiti indossati dagli attori. I cantanti, alla prima, convincono meno, per quanto sostenuti e compensati nei loro limiti dal podio eccellente che sa far dire al canto collettivo della scena e dell’orchestra ciò che manca alla singola voce.

Dimitra Theodossiou (Tosca) è dotata, oltre che di bella figura, di una voce importante, di ottime potenzialità e qualche intuizione non disprezzabile, ma non sorretta da una tecnica adeguata, con un sostegno alterno che pregiudica più di una volta la linea di canto, con qualche oscillazione, goffaggine dinamica e musicale di troppo. Male, poi, Marcello Lippi che vestiva i panni baritonali del barone Scarpia; panni per lui assai scomodi, quando non decisamente impossibili. La voce suona dura, opaca, poco o nulla proiettata, chiaramente affaticata, la dizione arruffata e in queste condizioni non è possibile esprimere una qualsivoglia idea musicale o intenzione espressiva; la nobiltà, la libidine, la violenza, l’insinuazione, la galanteria, il sadismo, la sottigliezza che, miscelati in dosi diverse a seconda della personalità dell’interprete, sono ingredienti imprescindibili per ogni Scarpia degno di questo nome risultavano completamente assenti.

Il migliore risulta essere, dunque, il Cavaradossi di Aquiles Machado, in grado di esibire una dizione chiarissima e una voce ben proiettata – anche se non particolarmente duttile – e il Sagrestano Angelo Nardinocchi che ha conquistato la platea leccese guadagnandosi un tripudio a scena aperta. I comprimari sono tutti efficaci, dal partecipe Angelotti di  Antonio Mameli, allo Spoletta squillante di Antonio Pannunzio, dallo Sciarrone rigoroso ma umano di Francesco Benini al carceriere sonoro di Matteo Nardinocchi. Il coro (adulti e bambini) dà il meglio di sé, come l’orchestra, condotta a livelli di rara precisione, duttilità e intensità.

Il pubblico delle prime, si sa, non è dei più calorosi, e il pubblico leccese non lo è stato, nonostante il teatro da “tutto esaurito” ma il successo è pieno e siamo convinti che crescerà (con i dovuti distinguo) nel corso delle recite: saranno infatti due le repliche previste ( 15 e 16 marzo) durante le quali si alterneranno  le due compagnie chiamate alla “messa in scena”. Quando si può contare su una tale chiarezza e profondità di lettura, su una narrazione musicale di tale splendore, finezza e vitalità, l’opera ,nel suo complesso, non può che trionfare, anche in presenza di qualche voce meno a fuoco.