Intervista all'autrice Tilde Pomes: "Ostuni deve conservare la sua unità architettonica e rimanere il territorio della memoria"
di Daniele Martini - OSTUNI (BR). Un palazzo storico, il paesaggio inconfondibile di Ostuni, la nobile famiglia De Albiis divisa al suo interno per motivi di eredità e di tradimenti. Ma soprattutto l’ombra incombente di una violenza primitiva, sia fisica che psicologica, che si scaglia insistentemente, in tutta la sua forza cieca, contro le donne, e in primis contro la piccola Sara. Tutto questo si trova nel romanzo d’esordio di Tilde Pomes, docente di Lettere originaria della provincia di Brindisi e residente ad Altamura, dal titolo "Amore scarno". Nella vita, Tilde Pomes insegna italiano e storia in un istituto di istruzione secondaria superiore e si occupa di problemi e dinamiche adolescenziali legate al mondo familiare e scolastico.Questo è il suo primo romanzo ed ha ricevuto già vari riconoscimenti: menzione speciale al Premio Perelà 2013, finalista nel premio PugliaLibre 2013, finalista 2013 del premio Benvenuti in casa Esposito.
Abbiamo avuto l'onore di intervistare Tilde Pomes e di porgli qualche domanda.
D. Com’è nata l’idea di diventare scrittrice? Come è nato il tuo libro “ Amore scarno”?
R. Una domanda che scatena emozioni: mi rivedo diciottenne a scrivere di nascosto un racconto, il quaderno sulle ginocchia sotto il banco, nell’ora di matematica, odiata tanto quanto l’ insegnante che avrei voluto vedere al posto mio, durante un’interrogazione disumana di fronte ad una lavagna nera, muta, come il mio essere allora nel mondo. Condizione comune a molti adolescenti, e non solo. Ci si salva talvolta con la scrittura, sempre con la lettura. Da subito ho capito che scrivere era la cosa migliore che mi potesse capitare. Ho cominciato a fissare nei primi scritti una disposizione soggettiva, sempre coltivata, soprattutto attraverso la lettura attenta e organica dei grandi autori della letteratura italiana e straniera. Una vocazione irrobustita paradossalmente da una scuola poco attenta alle inclinazioni degli studenti, una scuola che travasava conoscenze, e quasi mai competenze.
“ Amore scarno” è l’approdo misterioso ad un’attività che mi gratifica, che mi fa stare bene con me stessa, e quindi con gli altri. Dedicarmi alla letteratura e alla scrittura è risultata una scelta razionale, fatta di sacrifici e solitudine, ma una solitudine che ripaga. Che fa immaginare mondi migliori e riflettere, anche se, come in questo romanzo, la via che conduce alla bellezza passa attraverso la porta strettissima del dolore. Quello che non ha eguali.
Parafrasando uno scrittore contemporaneo, potrei affermare che le parole scritte dagli uomini sono un disperato bisogno d’amore, sono una difesa contro il buio.
D. La storia è ambientata ad Ostuni tra gli anni ’50- ’70, e in un periodo di grande crescita per l’Italia, ma anche di Ostuni sotto il profilo turistico. Cosa è cambiato, secondo te, dagli anni ’70 ad oggi e come vedi il futuro della Città Bianca?
R. Penso che le grandi strutture abitative che sono sorte e continuano a sorgere rispondano ad un’esigenza di aggregazione, quasi senza civiltà. Alcune zone di Ostuni appaiono più come un luogo da consumarsi, come se ormai si costruisse soprattutto a tempo, e non per l’eternità. Vorrei che la mia città conservasse la sua unità architettonica e rimanesse il territorio della memoria. Insomma sarebbe opportuno che i nuovi interventi architettonici che nascono isolati, e che riflettono l’individualismo ed un funzionalismo spesso disatteso, fossero più rispettosi dell’unico organismo architettonico.
D. Il tuo libro “Amore scarno” racconta la storia di una nobile famiglia. All’interno tanti personaggi ed intrighi, ma si parla anche di violenza sulle donne. Come hai vissuto questo tema?
R. Sì, la storia è quella di una famiglia nobile che progressivamente si autodistrugge perché ogni suo componente vuole accaparrarsi il palazzo padronale, simbolo di un potere, che trascolora. E gli aspiranti eredi sembrano non accorgersene. Personaggio tra i personaggi, nel romanzo, il luogo vive in tutta la sua bellezza e in tutta la sua tirannica oscurità in una città tanto immacolata che non potresti pensare accadano simili nefandezze; il palazzo muta col mutare delle situazioni fino a spogliarsi del tutto, quando ogni sua suppellettile diventa un proiettile scagliato per annientare il nemico. “Io sarò perché avrò”, urla ogni componente della famiglia, che agisce con questo unico obiettivo, calpestando l’amore, persino filiale. E’ una figlia che racconta la storia, rileggendo al proprio fratello, il “diario delle lacrime”, l’unico “amico” al quale abbia affidato segreti di violenze consumate e subite tra le mura di quel luogo.
La storia è ambientata tra la fine degli anni Cinquanta e Settanta del secolo scorso, quando l’Italia - raccontava E. Biagi - era quella della burocrazia e della solitudine. Quando nessuno denunciava le ingiustizie, ci si sentiva indifesi, le vicende personali non entravano nelle statistiche dello scontento e che non si possono classificare. Franca Viola rimase un caso isolato e le donne del Sud, sicuramente furono molto più maltrattate, rispetto a quelle del Nord, anche se dopo il 1968, e le altre battaglie per i diritti civili, la situazione appariva sempre più a macchia di leopardo. La violenza sui minori e sulle donne purtroppo è ancora un’emergenza; bisogna considerare il passato per capire. Non ci portiamo più dietro la rassegnazione come una catena, questo è sicuro. E’ amare poco sé stesse che provoca il disastro. Se solo tutte mettessimo in pratica quel “ ama il prossimo tuo come te stesso”.
D. Nel tuo libro vi è anche un cammeo di Domenico Modugno. Come mai la scelta di questo cantante e cosa rappresenta per te?
R. Non ho cavalcato il momento favorevole per la riproposta di Modugno; il romanzo l’ho scritto prima che in televisione gli venisse dedicata la serie. E’ il cantante pugliese che amo molto. Perché non rendergli omaggio? E poi penso che in quel capitolo del romanzo viva molto bene. Non potevo immaginare nessun altro personaggio canoro nelle situazioni ideate. Solo a lui potevo far esprimere certe emozioni. Aggiungo che Mimmo, nei primi anni della sua carriera, spesso è approdato ad Ostuni, città che doveva avere nel cuore.
D. Per quanto riguarda la tua carriera di scrittrice hai un modello di autore di riferimento?
R. Gli autori delle più significative correnti espressive mi forniscono gli strumenti per la scrittura, per esempio ora mi piace “dialogare” con Saramago e Tabucchi.
D. Che consiglio dai ad un giovane che vuole affacciarsi al mondo della scrittura?
R. Essere un divoratore di letteratura di ottima qualità, per affinare il proprio gusto e crearsi uno stile. Dedicare alla lettura tempo, energie per costruire il proprio talento. E soprattutto rassegnarsi a lavorare in una sana e proficua solitudine.
Se l’opera scritta vale, è probabile che una casa editrice la pubblichi e che lettori consapevoli la leggano.
Tanti ottimi libri attendono di essere letti, e non è nemmeno certo che molti di quelli che scalano le classifiche vengano letti. O che siano destinati a diventare dei classici. Secondo un noto critico letterario, tra quelle che attualmente riempiono gli scaffali delle librerie non c’è alcuna opera destinata a “ rimanere nel tempo” Ma questa è un’altra storia.
D. Se tu dovessi ora scrivere un nuovo libro ambientato nella Ostuni del duemila, che titolo daresti e quale tema si potrebbe trattare per attirare l’attenzione del lettore?
R. Aspetti diversi e contrastanti della vita di un immigrato. Narrazione di una lotta disperata tra emarginati, che tornano alla vita grazie all’amore disinteressato dei cittadini ostunesi in una città inclusiva.