“Semplice, Elegante”, contro la tirannia del cafonal
di Francesco Greco - Un tempo sbriciolato e insonne, nel mondo rurale del Novecento, i contadini avevano addosso un buon odore di terra, di pane, di malvasia: di vita vissuta. Quando si sedevano su un gradino, la domenica in piazza, aprivano un fazzoletto candido come neve e si tiravano su i pantaloni della festa, per non sgualcire la piega.
Le vecchie poi erano belle anche in tarda età, con lo sguardo colmo di scaglie dorate. La ragazze avevavo la pelle di porcellana, le bambine i capelli lucidissimi, che lavavano con l’acqua scaldata al sole e si asciugavano pettinandoseli con gesti languidi sulla terrazza. Era l’aria pura, l’acqua, il cibo genuino a fare tutti belli. Se non vogliamo dare importanza a un plateau di valori socializzanti che rendeva sereni nel poco, nel niente, quando “l’eleganza era riconosciuta e ammirata per la sua discrezione, per il gusto del particolare…”. E la bellezza era per sempre: durava tutta la vita. E non era una questione di possibilità: si era belli dentro e poi fuori, con stoffe ordinarie si era eleganti e col sapone a poco prezzo sempre odorosi. Perché la bellezza e l’eleganza erano prima interiori, poi si irradiavano fuori.
Poi arrivò il tempo del cafonal: i politici masticano chewing-gum al tg, ai funerali trovi signore leopardate con le tette di fuori e il tacco 12. Al bar troviamo gente che fa caciara per sciogliere lo zucchero nella tazzina, la musica a palla sulle spiagge è una regola. Le bellezza non c’è più: i bambini hanno i denti con l’apparecchietto, spesso il diabete, sono quasi tutti sovrappeso. La volgarità e la bruttezza sono le cifre della modernità. Il rumore la colonna sonora del nostro tempo infame (“terra desolata”). La maleducazione la regola di vita. L’eleganza è massificata, omologata, dettata da stilisti e pubblicitari, e più cerchiamo di staccarci dalla massa più ci siamo dentro, cedendo quotidianamente quote di libero arbitrio (“viviamo in uno dei periodi più barbarici degli ultimi secoli occidentali”).
A intercettare un’esile inversione di tendenza (“Sempre più giovani si affacciano al mondo maschile per eccellenza, quello dell’abbigliamento… Rifiutando le divise imposte da stilisti con fabbriche in Cina”), magari a supportarla ontologicamente, come nuova filosofia esistenziale che tende al recupero del bello e dell’educazione, giunge un curioso libricino (alla seconda edizione in poche settimane: per confermare una voglia orizzontale di bellezza, di gusto, di buone maniere) di Alex (Alessandro) Pietrogiacomi, “Semplice, Elegante.” (Piccolo prontuario ad uso del perfetto gentleman), Giubilei Regnani editore, 2014, pp. 232, € 13.oo. Due parole sullo scrittore laziale chiariranno meglio l’input dell’operazione editoriale. In passato ha curato la nuova edizione del “Trattato della vita elegante” di Balzac. Si occupa di libri e cultura per testate nazionali e siti web. Cura l’ufficio-stampa di molti editori. “Investiga da anni il bello nell’immaginario maschile”, leggiamo nell’aletta del libro.
Se vogliamo dare un background genetico alla passione per lo stile di Petrogiacomi, possiamo risalire al nonno, che per tutta la vita ha indossato la cravatta. C’è da aggiungere però che la moglie di Alex ha un approccio diciamo ironico alla tematica, avendo osservato de visu le metamorfosi dello scrittore (la fase dark e informale soprattutto). Che ci insegna quando mettere la cravatta o il papillon (“L’uomo in papillon risulta essere elegante ma al tempo stesso circondato da una specie di aura di informalità…”), come radersi (“Usando il rasoio a mano libera si entra in un universo privo di tempo, dove non si può aver fretta…”), cosa sono i gemelli (“piccole screziature di eleganza… storia assolutamente misteriosa la loro…”), a saper scegliere una camicia (“un’arma efficace e letale che può catturare l’attenzione di ambo i sessi… Trovando nel candore del bianco il segno distintivo di una nobiltà ricca…”), ecc. Ci spiega finalmente la differenza fra lo snob e il dandy: essere l’uno o l’altro, per Alex “significa inciampare sulla ridicola esternazione di un parossismo dell’ego o della paura di Essere... vittime e carnefici di un artificio… mettere la bocca dentro la testa di un leone, senza essere un domatore…”.
Sbaglieremmo tuttavia se volessimo accostarci a questo magnifico saggio, uno zibaldone scritto in punta di penna, solo come a qualcosa di stravagante, destinato comunque a una nicchia ristretta e non alle masse sudate di varia umanità con cui ci stropicciamo sulla circolare rossa. Al contrario: se la forma coincide con la sostanza, è un trattato sullo stile (“Il gatto ha stile” diceva Charles Bukovski), una miniera di idee per saper stare al mondo con un minimo di decenza e di rispetto per noi stessi, un elevarsi al di sopra dell’immanente bruttezza e tracimante volgarità, un volgere lo sguardo al cielo per darsi un tono di dignità e magari per autovalorizzarsi, un’ansia di bellezza e di trascendenza. Leggendolo, chissà perché, abbiamo pensato, per associazione di idee, ai popoli del passato (gli Ebrei, per esempio) che vivevano di continue abluzioni quotidiane, avevano l’ossessione del pulito. Sapevano che se il corpo lo è, anche lo sguardo, il cuore, la mente, la vita lo sono. Noi lo abbiamo dimenticato.
Le vecchie poi erano belle anche in tarda età, con lo sguardo colmo di scaglie dorate. La ragazze avevavo la pelle di porcellana, le bambine i capelli lucidissimi, che lavavano con l’acqua scaldata al sole e si asciugavano pettinandoseli con gesti languidi sulla terrazza. Era l’aria pura, l’acqua, il cibo genuino a fare tutti belli. Se non vogliamo dare importanza a un plateau di valori socializzanti che rendeva sereni nel poco, nel niente, quando “l’eleganza era riconosciuta e ammirata per la sua discrezione, per il gusto del particolare…”. E la bellezza era per sempre: durava tutta la vita. E non era una questione di possibilità: si era belli dentro e poi fuori, con stoffe ordinarie si era eleganti e col sapone a poco prezzo sempre odorosi. Perché la bellezza e l’eleganza erano prima interiori, poi si irradiavano fuori.
Poi arrivò il tempo del cafonal: i politici masticano chewing-gum al tg, ai funerali trovi signore leopardate con le tette di fuori e il tacco 12. Al bar troviamo gente che fa caciara per sciogliere lo zucchero nella tazzina, la musica a palla sulle spiagge è una regola. Le bellezza non c’è più: i bambini hanno i denti con l’apparecchietto, spesso il diabete, sono quasi tutti sovrappeso. La volgarità e la bruttezza sono le cifre della modernità. Il rumore la colonna sonora del nostro tempo infame (“terra desolata”). La maleducazione la regola di vita. L’eleganza è massificata, omologata, dettata da stilisti e pubblicitari, e più cerchiamo di staccarci dalla massa più ci siamo dentro, cedendo quotidianamente quote di libero arbitrio (“viviamo in uno dei periodi più barbarici degli ultimi secoli occidentali”).
A intercettare un’esile inversione di tendenza (“Sempre più giovani si affacciano al mondo maschile per eccellenza, quello dell’abbigliamento… Rifiutando le divise imposte da stilisti con fabbriche in Cina”), magari a supportarla ontologicamente, come nuova filosofia esistenziale che tende al recupero del bello e dell’educazione, giunge un curioso libricino (alla seconda edizione in poche settimane: per confermare una voglia orizzontale di bellezza, di gusto, di buone maniere) di Alex (Alessandro) Pietrogiacomi, “Semplice, Elegante.” (Piccolo prontuario ad uso del perfetto gentleman), Giubilei Regnani editore, 2014, pp. 232, € 13.oo. Due parole sullo scrittore laziale chiariranno meglio l’input dell’operazione editoriale. In passato ha curato la nuova edizione del “Trattato della vita elegante” di Balzac. Si occupa di libri e cultura per testate nazionali e siti web. Cura l’ufficio-stampa di molti editori. “Investiga da anni il bello nell’immaginario maschile”, leggiamo nell’aletta del libro.
Se vogliamo dare un background genetico alla passione per lo stile di Petrogiacomi, possiamo risalire al nonno, che per tutta la vita ha indossato la cravatta. C’è da aggiungere però che la moglie di Alex ha un approccio diciamo ironico alla tematica, avendo osservato de visu le metamorfosi dello scrittore (la fase dark e informale soprattutto). Che ci insegna quando mettere la cravatta o il papillon (“L’uomo in papillon risulta essere elegante ma al tempo stesso circondato da una specie di aura di informalità…”), come radersi (“Usando il rasoio a mano libera si entra in un universo privo di tempo, dove non si può aver fretta…”), cosa sono i gemelli (“piccole screziature di eleganza… storia assolutamente misteriosa la loro…”), a saper scegliere una camicia (“un’arma efficace e letale che può catturare l’attenzione di ambo i sessi… Trovando nel candore del bianco il segno distintivo di una nobiltà ricca…”), ecc. Ci spiega finalmente la differenza fra lo snob e il dandy: essere l’uno o l’altro, per Alex “significa inciampare sulla ridicola esternazione di un parossismo dell’ego o della paura di Essere... vittime e carnefici di un artificio… mettere la bocca dentro la testa di un leone, senza essere un domatore…”.
Sbaglieremmo tuttavia se volessimo accostarci a questo magnifico saggio, uno zibaldone scritto in punta di penna, solo come a qualcosa di stravagante, destinato comunque a una nicchia ristretta e non alle masse sudate di varia umanità con cui ci stropicciamo sulla circolare rossa. Al contrario: se la forma coincide con la sostanza, è un trattato sullo stile (“Il gatto ha stile” diceva Charles Bukovski), una miniera di idee per saper stare al mondo con un minimo di decenza e di rispetto per noi stessi, un elevarsi al di sopra dell’immanente bruttezza e tracimante volgarità, un volgere lo sguardo al cielo per darsi un tono di dignità e magari per autovalorizzarsi, un’ansia di bellezza e di trascendenza. Leggendolo, chissà perché, abbiamo pensato, per associazione di idee, ai popoli del passato (gli Ebrei, per esempio) che vivevano di continue abluzioni quotidiane, avevano l’ossessione del pulito. Sapevano che se il corpo lo è, anche lo sguardo, il cuore, la mente, la vita lo sono. Noi lo abbiamo dimenticato.
