ESCLUSIVO / Missione EUFOR: “La mia gioia? Il sorriso di questi bambini”. Intervista a Reho, alpino di Taviano

di Francesco Greco - BANGUI (Repubblica Centroafricana) – E’ felice di aver scelto la divisa dell’Esercito, per portare onore alla Patria e al contempo aiutare i più deboli e indifesi, gli “ultimi” sulla faccia della Terra. Il sergente Emanuele Reho (foto) è nato a Taviano (Lecce) 33 anni fa, è sposato e ha due bellissime bambine. Con altri 7 pugliesi fa parte della missione EUFOR (700 militari dall’UE) che dopo aver ridato un minimo di vivibilità alla capitale della Repubblica Centrafricana, Bangui, dotandola delle infrastrutture civili distrutte in anni di sanguinosa guerra civile, chiuderà, con un bilancio positivo, a metà marzo. La risoluzione ONU prevedeva successivamente lo schieramento di 12mila caschi blu. Il maggiore Marco Di Lorenzo, origini abruzzesi, è il portavoce della missione europea nella Repubblica Centroafricana.

Domanda: Sergente, un inverno a 40° in Africa, come nel Salento ad agosto: la sua è stata una scelta?
R. 14 anni fa ho scelto di mettere la mia professionalità e le mie energie a disposizione della Patria arruolandomi nell’Esercito e da quel momento ho aderito con entusiasmo a tutte le attività a supporto della Nazione e delle popolazioni bisognose del nostro intervento in ogni luogo in cui le Forze Armate italiane hanno operato. Sin dal 2010, anno in cui il mio Reggimento fu inviato sull’isola di Haiti dopo il terribile terremoto per prestare i primi soccorsi alla popolazione stremata, sogno di poter  contribuire al miglioramento delle condizioni di vita di chi soffre lontano dalla nostra quotidianità, avendo mancato quella missione per altri impegni operativi a cui ero destinato quell’anno.

D. Sente di essere utile alla causa per cui l'Italia è presente in quel Paese?
R. Insieme ai miei colleghi genieri, mi occupo principalmente del ripristino della viabilità qui a Bangui, migliorando e realizzando nuove strade, della bonifica dei canali di scolo spesso intasati e luogo di proliferazione di insetti fonte di trasmissione della malaria (prima causa di mortalità infantile in questi luoghi), inoltre, abbiamo appena installato un ponte (in foto l’inaugurazione ufficiale nei giorni scorsi) che collegherà finalmente dopo attriti e scontri due quartieri di Bangui da anni divisi. Queste opere che realizziamo concretamente ogni giorno e la soddisfazione e la gratitudine della gente del posto sono sicuramente testimonianza dell’utilità del mio lavoro così lontano da casa.
D. Quando ha nostalgia a che pensa?
R. A Trento mi aspettano con ansia mia moglie e le mie due bambine, a cui ogni giorno va il mio pensiero. La nostalgia è dedicata principalmente a loro, anche se cerco di sentirli al telefono ogni volta che posso, ma i sorrisi dei numerosi bambini di Bangui che ci accolgono ogni giorno nelle nostre attività esterne, mi aiutano a vincere lo sconforto, conscio di migliorare un po’ le loro vite. Inoltre non poter scrutare il mio mare della Marina di Mancaversa, a Taviano, nel Leccese, il mio carissimo paese di nascita, acuisce nei momenti di sconforto, seppur limitati, la nostalgia per il mio caro Salento.

D. Che realtà è sotto ai suoi occhi rispetto a quella vissuta in Italia, è se la aspettava?
R. La Repubblica Centrafricana è un luogo molto distante da noi, non solo a livello geografico, ma soprattutto per la povertà e i disagi che questa popolazione vive ogni giorno. Malgrado le informazioni avute prima di arrivare e le numerose notizie che da anni pervengono sulle guerre civili africane, la realtà che ho trovato era ben peggiore, motivo per il quale vedo ancor più fondamentale e determinante la missione europea a cui stiamo partecipando.

D. Un motivo per cui un ragazzo dovrebbe intraprendere la carriera militare, al di là dell'idea di posto fisso?
R. Senza la giusta motivazione e una sana dose di entusiasmo, anche l’idea di avere un posto fisso può non essere sufficiente per svolgere questa professione. Essere al servizio della propria Patria, aiutare chi soffre, difendere i più deboli, sono motivi più che validi per decidere di vivere una vita in divisa, e dopo 14 anni in uniforme ne sono sempre più convinto. Rifarei quella scelta altre mille volte.