Marta e Michele just married: matrimonio 2.0
di Francesco Greco - Marta e Michele oggi sposi. Un matrimonio 2.0 al tempo del Whatsapp. Lei figlia di un metalmeccanico fiero come un soldato, “volto da filosofo greco”, che per farla studiare mangia scatolette e ha il frigo quasi vuoto; lui, ambizioni da archeologo, 33 anni, “come Cristo”, di un costruttore in odor di massoneria, perché “un po’ spiegherebbe questa gran botta di soldi che ha messo su tra gli anni Cinquanta e Sessanta, quando tutti erano squali e chi non approfittava della ripresa economica era solo uno sprovveduto”, “…tra cinque anni lì ci sarà un complesso da urlo. Lo sappiamo io, quello del Comune e pochi altri”. Nel mezzo, un sacco di amici della coppia, della fauna antropologica oggi in auge: musicisti (Marta canta nella band “Paturnia”), gay, bisessuali, sempre fatti di birra e non solo.
Da tenere d’occhio questo Sasha Naspini (Grosseto, 1976), che scrive per il cinema e si defila dalla tendenza dei nuovi scrittori tutti uguali, di genere - limitati dallo sguardo provinciale - soprattutto sotto l’aspetto stilistico, nello sviluppo di una prosa originale, che per le evoluzioni minimaliste richiama gli scrittori d’oltroceano anni Novanta: da Banana Yoshimoto a Jay Mackirnery e Susan Minot, per dirne solo alcuni.
Questa sesta prova, che è un romanzo di formazione (dopo aver esordito con Elliot, “I Cariolanti”, 2009 e “Le nostre assenze”, 2012, “Il canile”, 2013, Guanda 2013 e “Il Gran Diavolo” e “Giovanni dalle Bande Nere”, Rizzoli 2014, oltre che su varie antologie), si colloca nel solco di un discorso omogeneo, di largo respiro e di echi sorprendenti e sfaccettature cangianti. “Ciò che Dio unisce”, Piano B Edizioni, Prato 2014, pp. 176, € 14,00 (collana “Avantiveloce”) probabilmente richiama l’autobiografia, soffuso di ironia, di leggerezza, ma anche striato di un’angoscia carsica, provocata dalla precarietà dei sentimenti e della vita in genere sotto l’incubo del Job Acts, anche per i nerd delle generazioni precedenti.
E dunque, casomai vi venisse in mente di trascinare una donna all’altare, o di farvi trascinare da un uomo, sappiate cosa vi aspetta: falangi di parenti (“Sagome vestite di tutto punto…”) arrivati da ogni dove, con sulla bocca le solite frasi di circostanza, amici capaci di rompere l’incantesimo con scherzi pesanti, il passato che a ogni passo ritorna perché, come diceva Oscar Wilde: “La felicità dell’uomo sposato dipende dalla donna che non ha sposato”.
La parte iniziale del romanzo, i preparativi delle nozze, è forse quella che evoca più tenerezza, perché costruita come un lungo flash-back che attinge alla letteratura mitteleuropea (che comunque continua per tutta la storia, come se il passato non volesse passare mai, se fosse impossibile da esorcizzare una volta per tutte).
Lui aspetta la sposa all’altare (“Una mattina vidi quella nuova stagista al banco del rendering…”, “A Marta l’ho ripetuto fino allo sfinimento: niente chiesa, per favore”) e rivede, come chi sta per morire, i frame del suo passato, da quando “Andavamo a rubare qualche manciata di ciliegie… nei campi di un contadino pazzo” alla scoperta del corpo femminile, quello di Pamela Catani sotto la doccia quando “compariva come una specie di fantasma… La vedevo attaccarsi con la schiena alle mattonelle…”. Inclusi i primi amori: “Ci sono leggende, su di lei. Del tipo che…” e la paura dell’Aids.
Lei se la vede con parrucchiera e truccatore e intanto ripassa la sua vita, dalle bambole (“La Nenny… con le sembianze di una dolce vecchina di campagna”) ai primi flirt, il risvolto edipico (“Mio padre. Da ragazzina lo volevo sposare, come tutte le figlie”), il sesso (“mi sembrava di tenere in pugno tutta la sua essenza”) con Simone l’imbianchino, Brian, un turista di Bristol, a Firenze, l’amico Cristian, poi la band “Paturnia”, concerti dove vanno quattro gatti. Poi la casa nuova con Michele, Villa Marta: “l’unica ansia sarà questa: non essere derubati”. Una paura tipica della neo-borghesia arricchita, che riempie la casa di allarmi e marchingegni vari.
Si, se vi venisse in mente di metter su casa – destino cui non sappiamo sfuggire, anche per un fatto culturale - date un’occhiata a questo romanzo: giusto per sapere quel che vi aspetta tornati dal viaggio di nozze, quando l’intercalare quotidiano di vostra moglie sarà quella parola a 2 zeta, anche mentre vi mostra il test di gravidanza.
Da tenere d’occhio questo Sasha Naspini (Grosseto, 1976), che scrive per il cinema e si defila dalla tendenza dei nuovi scrittori tutti uguali, di genere - limitati dallo sguardo provinciale - soprattutto sotto l’aspetto stilistico, nello sviluppo di una prosa originale, che per le evoluzioni minimaliste richiama gli scrittori d’oltroceano anni Novanta: da Banana Yoshimoto a Jay Mackirnery e Susan Minot, per dirne solo alcuni.
Questa sesta prova, che è un romanzo di formazione (dopo aver esordito con Elliot, “I Cariolanti”, 2009 e “Le nostre assenze”, 2012, “Il canile”, 2013, Guanda 2013 e “Il Gran Diavolo” e “Giovanni dalle Bande Nere”, Rizzoli 2014, oltre che su varie antologie), si colloca nel solco di un discorso omogeneo, di largo respiro e di echi sorprendenti e sfaccettature cangianti. “Ciò che Dio unisce”, Piano B Edizioni, Prato 2014, pp. 176, € 14,00 (collana “Avantiveloce”) probabilmente richiama l’autobiografia, soffuso di ironia, di leggerezza, ma anche striato di un’angoscia carsica, provocata dalla precarietà dei sentimenti e della vita in genere sotto l’incubo del Job Acts, anche per i nerd delle generazioni precedenti.
E dunque, casomai vi venisse in mente di trascinare una donna all’altare, o di farvi trascinare da un uomo, sappiate cosa vi aspetta: falangi di parenti (“Sagome vestite di tutto punto…”) arrivati da ogni dove, con sulla bocca le solite frasi di circostanza, amici capaci di rompere l’incantesimo con scherzi pesanti, il passato che a ogni passo ritorna perché, come diceva Oscar Wilde: “La felicità dell’uomo sposato dipende dalla donna che non ha sposato”.
La parte iniziale del romanzo, i preparativi delle nozze, è forse quella che evoca più tenerezza, perché costruita come un lungo flash-back che attinge alla letteratura mitteleuropea (che comunque continua per tutta la storia, come se il passato non volesse passare mai, se fosse impossibile da esorcizzare una volta per tutte).
Lui aspetta la sposa all’altare (“Una mattina vidi quella nuova stagista al banco del rendering…”, “A Marta l’ho ripetuto fino allo sfinimento: niente chiesa, per favore”) e rivede, come chi sta per morire, i frame del suo passato, da quando “Andavamo a rubare qualche manciata di ciliegie… nei campi di un contadino pazzo” alla scoperta del corpo femminile, quello di Pamela Catani sotto la doccia quando “compariva come una specie di fantasma… La vedevo attaccarsi con la schiena alle mattonelle…”. Inclusi i primi amori: “Ci sono leggende, su di lei. Del tipo che…” e la paura dell’Aids.
Lei se la vede con parrucchiera e truccatore e intanto ripassa la sua vita, dalle bambole (“La Nenny… con le sembianze di una dolce vecchina di campagna”) ai primi flirt, il risvolto edipico (“Mio padre. Da ragazzina lo volevo sposare, come tutte le figlie”), il sesso (“mi sembrava di tenere in pugno tutta la sua essenza”) con Simone l’imbianchino, Brian, un turista di Bristol, a Firenze, l’amico Cristian, poi la band “Paturnia”, concerti dove vanno quattro gatti. Poi la casa nuova con Michele, Villa Marta: “l’unica ansia sarà questa: non essere derubati”. Una paura tipica della neo-borghesia arricchita, che riempie la casa di allarmi e marchingegni vari.
Si, se vi venisse in mente di metter su casa – destino cui non sappiamo sfuggire, anche per un fatto culturale - date un’occhiata a questo romanzo: giusto per sapere quel che vi aspetta tornati dal viaggio di nozze, quando l’intercalare quotidiano di vostra moglie sarà quella parola a 2 zeta, anche mentre vi mostra il test di gravidanza.
