Jerome, quando ci sfiora l'ombra del disincanto
di FRANCESCO GRECO — Divino Jerome! Profondo conoscitore della natura umana, debolezze e sconcezze, nonostante metta subito le mani avanti (“per me è un mistero”) nelle sue interfacce, della cultura e lo spirito del suo tempo, della società post-vittoriana, la Londra di Tom e Jerry.
Sguardo implacabile, precisione da entomologo (il format preso del giornalismo, la sua passione e professione, appare in controluce), implacabile scorticatore dei luoghi comuni più in voga del suo tempo, con l'aplomb all british in una prosa essenziale e perciò ancor più efficace, che cambia di continuo modulazione, che richiama quella di Oscar Wilde (pur lontano dalla leziosità dei suoi dandy e dal tormento ed estasi di Lord Byron).
Sublime Jerome K. Jerome!
Chi lo ha amato sin dal suo capolavoro assoluto (“Tre uomini in barca, per non parlar del cane”), lo ritroverà ancora più feroce e paradossale, velenoso e irriverente, ingenuo e spudorato se fosse possibile, in “Sul tempo perso a perdere tempo” (I ripensamenti oziosi di un ozioso), Piano B Edizioni, Prato 2016, pp. 240, euro 14 (opera inedita per l'Italia, nella collana di successo “La mala parte”, con l'ottima traduzione di Alessandra Goti e una linea editoriale dettata dalla qualità e la raffinatezza).
Jerome è spacciato come uno scrittore umoristico. Una cifra riduttiva per un grande della letteratura del Novecento, che ha in Mark Twain il suo parallelo, mentre come filosofia esistenziale possiamo inscriverlo sotto il disincanto e il relativismo sparsi su tutti i dogmatismi da parte del gallese Bertrand Russell (“Credenze e religioni per le quali gli uomini vissero e morirono, che si sono poi rivelate degli inganni”).
“Decadente” Jerome!
In questa raccolta di racconti indossa i panni dell'antropologo un po' snob e fruga senza pietà nelle fragilità dell'uomo, la sua vanità (“Tu quanto paghi i tuoi sigari di solito?”), nella leggerezza della donna, destabilizza le icone del suo tempo, demolisce ogni stereotipo, i feticci della modernità (il telefono, per esempio, ma anche la moda, il business, il Natale, il consumismo, la famiglia, la giustizia, la virtù, il teatro, ecc.), mette a nudo il suo mondo con una tale ferocia e perfidia che a tratti sconfina nell'innocenza (“il frutto delle buone azioni dell'uomo è tutto nelle risate dei bambini”) e l'iconoclastia (“un cuore e un cervello fatti per alimentare vane speranze, che sempre si dissolvono al momento di afferrarle”, “Chi ha inventato quella maliziosa menzogna per cui la strada per il cuore dell'uomo passa attraverso la pancia?”).
Ma Jerome è anche un maestro di stile. La luce abbagliante della sua prosa svela tutto ciò a cui l'occhio comune sfugge e ne ride: mode, miserie, tic, paranoie, nevrosi, la stupidità che ci possiede come un dèmone (“pentoloni di carne”, “l'aggressore doveva essere la sedia a dondolo”) e che impregna le nostre esistenze, l'inutilità del tutto (“il Vitello d'Oro”, “è il mondo che invecchia, non noi”), o quanto meno l'aura di relativismo che lo avvolge come infido peplo, obbligati a girare senza requie una grossa manovella, come avveniva nelle galere della Regina Vittoria.
Il suo cinismo brutale, intriso di nichilismo (“Perché lavoriamo per mettere al mondo dei figli che poi dovranno morire ed essere sepolti?”, “La mia meraviglia è che i giovani uomini ancora si sposino”) è anche una chiave per destrutturare la piramide sociale innalzata sulle illusioni e il nulla (in “Sui piaceri e i benefici della schiavitù” ci dice che l'uomo è rinchiuso nella turris eburnea: “rate da versare e alle tasse da incassare, ai cappellini da pagare e ai conti da saldare”; “Se non lavoriamo la frusta si abbatte su di noi: solo che il dolore non lo sentiamo sulla schiena, ma nello stomaco”; “Abbiamo trasformato il mondo in un laboratorio per costruire i nostri giocattoli: per procurarci il superfluo abbiamo rinunciato alla nostra serenità”). Attuale più che mai (“Il mondo seguirà sempre la sua follia”).
Immortale Jerome!
Sguardo implacabile, precisione da entomologo (il format preso del giornalismo, la sua passione e professione, appare in controluce), implacabile scorticatore dei luoghi comuni più in voga del suo tempo, con l'aplomb all british in una prosa essenziale e perciò ancor più efficace, che cambia di continuo modulazione, che richiama quella di Oscar Wilde (pur lontano dalla leziosità dei suoi dandy e dal tormento ed estasi di Lord Byron).
Sublime Jerome K. Jerome!
Chi lo ha amato sin dal suo capolavoro assoluto (“Tre uomini in barca, per non parlar del cane”), lo ritroverà ancora più feroce e paradossale, velenoso e irriverente, ingenuo e spudorato se fosse possibile, in “Sul tempo perso a perdere tempo” (I ripensamenti oziosi di un ozioso), Piano B Edizioni, Prato 2016, pp. 240, euro 14 (opera inedita per l'Italia, nella collana di successo “La mala parte”, con l'ottima traduzione di Alessandra Goti e una linea editoriale dettata dalla qualità e la raffinatezza).
Jerome è spacciato come uno scrittore umoristico. Una cifra riduttiva per un grande della letteratura del Novecento, che ha in Mark Twain il suo parallelo, mentre come filosofia esistenziale possiamo inscriverlo sotto il disincanto e il relativismo sparsi su tutti i dogmatismi da parte del gallese Bertrand Russell (“Credenze e religioni per le quali gli uomini vissero e morirono, che si sono poi rivelate degli inganni”).
“Decadente” Jerome!
In questa raccolta di racconti indossa i panni dell'antropologo un po' snob e fruga senza pietà nelle fragilità dell'uomo, la sua vanità (“Tu quanto paghi i tuoi sigari di solito?”), nella leggerezza della donna, destabilizza le icone del suo tempo, demolisce ogni stereotipo, i feticci della modernità (il telefono, per esempio, ma anche la moda, il business, il Natale, il consumismo, la famiglia, la giustizia, la virtù, il teatro, ecc.), mette a nudo il suo mondo con una tale ferocia e perfidia che a tratti sconfina nell'innocenza (“il frutto delle buone azioni dell'uomo è tutto nelle risate dei bambini”) e l'iconoclastia (“un cuore e un cervello fatti per alimentare vane speranze, che sempre si dissolvono al momento di afferrarle”, “Chi ha inventato quella maliziosa menzogna per cui la strada per il cuore dell'uomo passa attraverso la pancia?”).
Ma Jerome è anche un maestro di stile. La luce abbagliante della sua prosa svela tutto ciò a cui l'occhio comune sfugge e ne ride: mode, miserie, tic, paranoie, nevrosi, la stupidità che ci possiede come un dèmone (“pentoloni di carne”, “l'aggressore doveva essere la sedia a dondolo”) e che impregna le nostre esistenze, l'inutilità del tutto (“il Vitello d'Oro”, “è il mondo che invecchia, non noi”), o quanto meno l'aura di relativismo che lo avvolge come infido peplo, obbligati a girare senza requie una grossa manovella, come avveniva nelle galere della Regina Vittoria.
Il suo cinismo brutale, intriso di nichilismo (“Perché lavoriamo per mettere al mondo dei figli che poi dovranno morire ed essere sepolti?”, “La mia meraviglia è che i giovani uomini ancora si sposino”) è anche una chiave per destrutturare la piramide sociale innalzata sulle illusioni e il nulla (in “Sui piaceri e i benefici della schiavitù” ci dice che l'uomo è rinchiuso nella turris eburnea: “rate da versare e alle tasse da incassare, ai cappellini da pagare e ai conti da saldare”; “Se non lavoriamo la frusta si abbatte su di noi: solo che il dolore non lo sentiamo sulla schiena, ma nello stomaco”; “Abbiamo trasformato il mondo in un laboratorio per costruire i nostri giocattoli: per procurarci il superfluo abbiamo rinunciato alla nostra serenità”). Attuale più che mai (“Il mondo seguirà sempre la sua follia”).
Immortale Jerome!
