“Mare nero” un'indagine del commissario Lobosco sul sommerso che ci avvelena

di PIERO FABRIS — “Mare nero”, un romanzo di Gabriella Genisi (Sonzogno editore. Pagg.197. € 14,00), ovvero un nuovo caso del commissario Lolita Lobosco.

Un testo ‘dichiarazione d'Amore’ della scrittrice per la propria terra che, affida alle labbra del commissario parole appassionate e incantate su borghi caratteristici, affacciati all'adriatico: “Uno di quei posti Antichi e senza tempo, benedetti dal mare, dal blu, dalla pietra bianca, dal clima dolce”. Terra dove il mare è specchio col quale fare i conti, anzi ritrovarsi, riflettere: “Ogni mattina mi sveglio e guardo il mare prima ancora di prendere il caffè...nelle città senza mare chissà dove la gente va a far riposare i pensieri?...” .

Cosa è il mare per i Pugliesi? Un ponte di comunicazioni! Una palestra di esperienze meravigliose! Insomma una fonte di ricchezze molteplici che non dovrebbe essere scippata, né defraudata, ma tutelata ed è questo l'appello-denuncia che si libera dalle correnti di inchiostro del romanzo con ha note basse, ma solenni proprio come quelle delle campane grandi dei villaggi di gente di mare. Gabriella Genisi presentando la sua idea di mare offre un pensiero di bellezza e lo contrappone a quanti - miseri d’animo - solo per soldi ipotecano il futuro, avvelenano il mare nostrum.

È un invito - senza retorica - a non fermarsi alle apparenze, a non rimanere passivi, ma ad essere protagonisti della vita della città, proprio come fa l'insofferente Lolita, prima di tutto donna a tutto tondo e poi commissario che decide di immergersi in prima persona nel fondo marino insabbiato, per cogliere quel che viene occultato dagli interessi miopi di esseri senza scrupoli, incapaci di cogliere, riflettere sugli effetti boomerang del proprio operato. Rimbombano come monito su quanti hanno ancora un rigurgito di coscienza le parole di Jacques Y. Cousteau: “Non è l'uomo che deve battersi contro la natura ostile, ma è la natura indifesa che da generazioni è vittima dell'umanità”.

Dalle righe, quasi fossero interstizi di mattoni del borgo antico, schiusi su vicoli o corti senza tempo, appare la città con le sue contraddizioni, ma viva con i suoi colori, i suoi sapori, tradizioni e rituali, come quello di fare i panzerotti che è poi un pretesto per ritrovarsi come famiglia: luogo privilegiato di abbracci sinceri, dove i ruoli e gli affetti si saldano sempre e si rinnovano.

In questo testo cogliamo tutta l'allergia per il sommerso, il torbido, per le carrette del mare, le carrette umane e quelle che spiaggiano i sogni di tanti poveri esseri, ma soprattutto è un'occasione per riflettere su le ‘energie umane’ inutilmente sacrificate, spiriti esuli, perduti. Quanti cervelli in fuga dalla propria patria? Quante belle teste, risorsa per la collettività, finiscono col adattarsi in un mondo di sottoccupazione?

Quante? Tante, a troppe, intelligenze straordinarie vengono tarpate le ali, recisi i sogni. Cervelli capaci di andare in “profondità” e realizzare ‘Dossier’ come quello di Marinella (una delle vittime del romanzo) che finisce per morire, colpa di quel vuoto pneumatico occupato da arido egoismo.

Dicevamo di Marinella, accennavamo ai suoi studi sulla situazione ambientale pugliese e sullo stato del mare; dicevamo della sua forza di descrivere paesaggi meravigliosi, dei nostri ragazzi che con limpidezza e ritmo incalzante sanno andare al nocciolo delle questioni..., si rimane sconcertati di fronte a scempi inauditi compiuti a poche miglia di costa e diviene difficile fare ironia sui merluzzi freschi, gli stessi che hanno scorrazzato accanto a relitti inabissati da tempi immemorabili sui quali vi è il vincolo del segreto... in favore del quieto sopravvivere, poco attento alla salute.

Sorprende Gabriella Genisi, per quella capacità di osservare la realtà, di sintetizzarla rielaborarla velocemente e a proiettarla anticipando cose che poi si verificano puntuali, quasi fosse una strega che legge nei fondi del caffè