LIBRI. Elogio dell'antimodernità: come ti demolisco l'Occidente

di FRANCESCO GRECO - Premessa sociologica: dopo l'assordante insuccesso di “Horcynus Orca” (Stefano D'Arrigo, 1975) e aver metabolizzato a stento “Il nome della rosa” (Eco, 1980), il libro corpulento è un azzardo. E' come entrare nel letto con la donna-cannone: ci vuole coraggio, incoscienza, energia fisica e mentale. Se ce la fai, però, ne vale la pena.

“La modernità di un antimoderno” (Tutto il pensiero di un ribelle), di Massimo Fini, Marsilio Editore, Venezia 2016, pp. 1070, euro 24,00, collana “Nodi”, con dotta prefazione di Salvatore Veca , non è un tomo indigesto, supponente, che come consigliava Bukowski, si mette sotto la scrivania claudicante. Al contrario: è ben scritto, la prosa è piana, le citazioni appropriate, le teorizzazioni supportate.

Diciamolo: Massimo Fini è un maudit, un marginale nel panorama italico, ma non è un narcisista, non fa parte della folta falange di quelli che cazzeggiano – a gettone - nei salotti tv offrendo la faccia migliore alla telecamera, dopo essere stati dall'estetista. Ha gli attributi, è coraggioso, non canta nel coro, non è autoreferenziale: è capace di abbandonare lo studio se si accorge che si fa melina, si incensa il potente di turno, si lecca il culo al mediocre.

Fini è un eretico, uno studioso della Storia capace di entrare e curiosare nei suoi meandri più oscuri, per scoprire leggende metropolitane, imposture, censure, versioni edulcorate, cerchiobottismi. Armato di machete, disbosca la jungla dei luoghi comuni più infidi e delle verità canforate (il cattivo Nerone, per dire), smaschera vecchie e nuove imposture e trae conclusioni spesso in conflitto con le accademie cristallizzate dove il sapere è mummificato (e si tira il 27).

In questo saggio, che si legge d'un fiato, godibilissimo, Marsilio ripropone gli scritti più coraggiosi, e anche profetici, di un intellettuale che ha scelto la condizione della solitudine (e ci si trova bene) e che difende coi denti lo spirito critico e lo sguardo soggettivo sul mondo e l'uomo.

Le sue sono visioni escatologiche, al limite dell'Apocalisse, supportata da una bibliografia sconfinata. E offrono talmente tanti livelli di conoscenza e di analisi con cui se non demolisce, almeno relativizza gli archetipi che reggono la cultura occidentale, che alla fine ti convincono di un fatto: siamo vittime inconsapevoli che bevono un sacco di banalità, convinte dall'aggressività del medium che contiene il messaggio e di cui siamo ostaggi. Pensiamo di esercitare un libero arbitrio che la modernità invece ha prosciugato, disidratato, per cui non siamo che volgari cloni di altri uomini che vivono in altri emisferi.

Il saggio offre alcune password per capire la politica globalizzata, e anche il fenomeno Trump (“non è detto che sia necessariamente la cultura “superiore” a distruggere quella “inferiore”, può accadere anche il contrario...), “Il puro carisma non conosce nessun'altra legittimità che quella derivante dalla propria forza ripetutamente confermata” (Weber), “Quando voi entrate nell'aula dei rappresentanti di Washington restate colpiti dall'aspetto volgare...” (de Tocqueville), un paese è davvero democratico quando “no se sabe como se llma el Presidente” (Borges a Ginevra, la città di Rousseau).

Resta però sospesa nell'aria una domanda: se non ci fossimo fatti sedurre dai Lumi e sacrificato agli dèi della rivoluzione industriale, oggi in che mondo vivremmo, l'uomo come sarebbe, l'umanità che farebbe? E se pure ce n'andassimo sulle rive del Nilo, con i Nuer, fra Dinka e Ong la
nostra vita sarebbe migliore?