OPINIONI. Usa, il terrore globale nell'agenda di Trump
di FRANCESCO GRECO - Dovrà avere un ruolo di rilievo nell'agenda dei primi 100 giorni del neo-presidente degli Stati Uniti d'America, Donald Trump, il terrore globale. La sfida millenaristica lanciata ormai da anni dall'Islam deviato e fanatico all'Occidente, la sua storia secolare, la sua cultura che, in quest'ultima parte della Storia affonda le radici nell'Illuminismo e nella rivoluzione industriale, oltre che nelle rivoluzioni politiche (americana, francese, russa).
Il mondo chiede di essere rassicurato, e se nel programma elettorale dei repubblicani la Nato dovrebbe essere derubricata, anche perché l'Europa gode “free”, o quasi, i frutti della sicurezza, sul terrorismo l'approccio è molto diverso sotto l'aspetto semantico: il fenomeno non è di facile lettura e decodificazione, la matrice del terrore è religiosa e ideologica.
Nella forma parossistica possiamo datarlo all'11 settembre 2001, 2996 morti, 6400 feriti: la fine dell'innocenza, le Twin Towers in fiamme, gli aerei dirottati e conficcati nella carne viva degli Usa, e dell'Occidente, stupro alla loro coscienza, storia, memoria. Da allora un'ombra di sangue minaccia il nostro futuro, come una sudicia bestemmia scagliata al cielo (e, per i credenti, a Dio).
Occorrerà allora riavvolgere il nastro perverso che scorre da Al Qaeda (anni 2000) all'Isis (Daesh), sino alle gemmazioni subregionali (Boko Haram) e le cellule territoriali, e rimodulare un approccio analitico alla polisemica strategia del Califfato, le mire espansionistiche e colonizzatrici, gli obiettivi escatologici, maieutici, quasi da Apocalisse, un'altra glaciazione, i sottili giochi di geopolitica ben camuffati dalla cortina fumogena della guerra di religione. Ma l'esegesi delle sure del Corano, la dottrina delle madrasse, è solo l'alibi, un pretesto.
Idealmente gli Usa potrebbero rifarsi alla loro storia: le motivazioni cool che li spinsero allo sbarco in Normandia e Sicilia (giugno 1944) per contrastare l'orrore e la minaccia nazista. Mentre la vecchia Europa allo scacco di Lepanto (1571).
Il mondo civile aspetta dunque Trump a questa sfida, che è politica, culturale, di sopravvivenza della civiltà occidentale minacciata dal terrore sparso negli interstizi più segreti della nostra vita.
Tocca agli Usa (e alla Russia) formulare una risposta complessa, radicale, alzo zero, una strategia di contrasto a una guerra sporca, ancor più insidiosa perché infida, sottintesa, non dichiarata, ma dagli obiettivi precisi, portata avanti tatticamente e militarmente in modo spiazzante e con tutta la ferocia possibile: decapitazioni, esecuzioni live, fosse comuni, monumenti sbriciolati, perversa iconoclastia, ecc.
Perciò richiede un doppio livello di approccio: di intelligence e “culturale”. Vede nell'opzione militare tradizionale (dispiegata dalla comunità internazionale in Siria, a Mosul, Raqqa, ecc.) solo uno degli elementi dell'azione. Dice il generale James Woolsay: “Contro l'Isis servono truppe, torneremo ad avere l'esercito più forte”. Vero. Ma la scansione “culturale” dovrà essere altrettanto decisa, a partire da un continuo dialogo con la comunità musulmana confusa e smarrita: sinergica l'azione dei due livelli.
L'uso della Rete è strategico, la sfida 2.0. I pixel sono usati per l'indottrinamento di cellule sparse ovunque, composte da fanatici militanti nati fra noi, nelle nostre città, che hanno studiato nelle nostre scuole, senza però arricchire la loro identità e capire che questa civiltà che li ha accolti e integrati è più avanzata della loro.
Se contro abbiamo l'esercito nero, i foreign fighters e i lupi solitari che talvolta non conoscono il Corano e sfogano i loro istinti, un'aggressività per noi inconcepibile, come inspiegabile per la nostra cultura è la vocazione al martirio, per neutralizzare la propaganda occorrono big-data, nuovi algoritmi, intelligenze.
Se ogni guerra ha le sue specificità, quella in cui siamo immersi offre interfacce deliranti, fra cui la filosofia del kamikaze. E' filologicamente diversa da quelle del passato: sfugge ai tentativi razionali di decodificazione.
E' spiazzante: senza fronti delineati, armi, cartine, strategie, eroi, dignità. Ci sorprende in una discoteca (Bataclan, Parigi, 13 novembre 2015, 137 morti, inclusi quelli in un negozio ebraico, attaccato anche lo Stade de France), un giornale satirico (Canard Einchainè, 25 maggio 2014, 4 morti), la metro (Londra, 7 luglio 2005, 56 morti), una stazione ferroviaria (Atocha, Madrid, 11 marzo 2004, 191 morti), il settimanale Charlie Hebdo (Parigi, 9 gennaio 2015, 20 morti), metro e aeroporto di Bruxelles (22 marzo 2016, 35 morti), la Croisette di Nizza (15 luglio 2016, 87 vittime). E la cruda contabilità potrebbe continuare.
Macellai, belve assetate di sangue, mostri che sparano nel mucchio. Fra le vittime anche arabi di fede musulmana. Ma al Califfo non interessa: più la sua guerra è barbarica, più l'eco è globale.
Occorre riaffermare la sicurezza come valore assoluto, non soggetto a relativismi e negoziati di sorta. Dopo due mandati del debole, balbettante Obama, la comunità internazionale chiede a Trump di farne una priorità e difendere i valori e la cultura dell'Occidente. Che sono dell'Europa (nonostante, delegittimando Trump, Juncker delegittima l'UE) e degli americani: repubblicani e democratici.
I paesi arabi “canaglia”, sempre al confine fra acquiescenza e sostegno in solido del terrorismo, devono uscire dall'ambiguità. La mattina fanno affari con l'Occidente, la sera staccano assegni e donazioni al Califfo Nero.
Ogni zona d'ombra e doppiezza è da formattare, gli interesse regionali subalterni alla lotta al terrorismo, un'emergenza planetaria. Ogni “particulare” messo in secondo piano per una visione ”universale”. Se la minaccia al nostro stile di vita è globale, altrettanto deve essere una risposta. Ogni incertezza sarebbe letta come favoreggiamento.
Forse il termine “crociata” ha ormai un atout di negatività (lo usa la propaganda Isis), ma tale dev'essere la risposta dell'Occidente al terrore che sinora abbiamo sottovalutato, affrontandolo in ordine sparso e senza un minimo di strategia, e pagando prezzi enormi.
Solo ora l'Europa si sveglia dal lungo sonno: per spaventare Al-Baghdadi, oltre alle chiacchiere nei salotti, userà i petardi?
Il mondo chiede dunque alla Casa Bianca (e al Cremlino) di guidarla e liberare le nostre esistenze dal veleno della paura che le devasta e le destruttura. Miliardi di persone vogliono sicurezza, serenità, oltre che speranza, pace, qualità della vita. Una quotidianità minacciata, perennemente sotto assedio, permeata dalla paura, inevitabilmente va incontro all'implosione, l'autodistruzione: il “the end”. La tattica del Califfo è anche questa: farci scoppiare il cuore dalla paura, rinchiuderci in casa, isolarci, disgregare il tessuto sociale. Non dobbiamo cadere nella trappola: evitare la metro, il ristorante, ecc. Sarebbe una sconfitta.
La risposta al jihad dev'essere mediatica, ma anche politica, e tocca all'America liberare il mondo dalla paura, combattere sino alla vittoria un nemico vago come un ectoplasma. Per proseguire sulla via della civiltà e del progresso. Negli stessi interessi degli Arabi non “convertiti” a un'atipica, devastante guerra di religione: il jihad si ritorcerà contro di loro.
E se la seconda rivoluzione americana (1775-1783 la prima) partisse da qui?
Il mondo chiede di essere rassicurato, e se nel programma elettorale dei repubblicani la Nato dovrebbe essere derubricata, anche perché l'Europa gode “free”, o quasi, i frutti della sicurezza, sul terrorismo l'approccio è molto diverso sotto l'aspetto semantico: il fenomeno non è di facile lettura e decodificazione, la matrice del terrore è religiosa e ideologica.
Nella forma parossistica possiamo datarlo all'11 settembre 2001, 2996 morti, 6400 feriti: la fine dell'innocenza, le Twin Towers in fiamme, gli aerei dirottati e conficcati nella carne viva degli Usa, e dell'Occidente, stupro alla loro coscienza, storia, memoria. Da allora un'ombra di sangue minaccia il nostro futuro, come una sudicia bestemmia scagliata al cielo (e, per i credenti, a Dio).
Occorrerà allora riavvolgere il nastro perverso che scorre da Al Qaeda (anni 2000) all'Isis (Daesh), sino alle gemmazioni subregionali (Boko Haram) e le cellule territoriali, e rimodulare un approccio analitico alla polisemica strategia del Califfato, le mire espansionistiche e colonizzatrici, gli obiettivi escatologici, maieutici, quasi da Apocalisse, un'altra glaciazione, i sottili giochi di geopolitica ben camuffati dalla cortina fumogena della guerra di religione. Ma l'esegesi delle sure del Corano, la dottrina delle madrasse, è solo l'alibi, un pretesto.
Idealmente gli Usa potrebbero rifarsi alla loro storia: le motivazioni cool che li spinsero allo sbarco in Normandia e Sicilia (giugno 1944) per contrastare l'orrore e la minaccia nazista. Mentre la vecchia Europa allo scacco di Lepanto (1571).
Il mondo civile aspetta dunque Trump a questa sfida, che è politica, culturale, di sopravvivenza della civiltà occidentale minacciata dal terrore sparso negli interstizi più segreti della nostra vita.
Tocca agli Usa (e alla Russia) formulare una risposta complessa, radicale, alzo zero, una strategia di contrasto a una guerra sporca, ancor più insidiosa perché infida, sottintesa, non dichiarata, ma dagli obiettivi precisi, portata avanti tatticamente e militarmente in modo spiazzante e con tutta la ferocia possibile: decapitazioni, esecuzioni live, fosse comuni, monumenti sbriciolati, perversa iconoclastia, ecc.
Perciò richiede un doppio livello di approccio: di intelligence e “culturale”. Vede nell'opzione militare tradizionale (dispiegata dalla comunità internazionale in Siria, a Mosul, Raqqa, ecc.) solo uno degli elementi dell'azione. Dice il generale James Woolsay: “Contro l'Isis servono truppe, torneremo ad avere l'esercito più forte”. Vero. Ma la scansione “culturale” dovrà essere altrettanto decisa, a partire da un continuo dialogo con la comunità musulmana confusa e smarrita: sinergica l'azione dei due livelli.
L'uso della Rete è strategico, la sfida 2.0. I pixel sono usati per l'indottrinamento di cellule sparse ovunque, composte da fanatici militanti nati fra noi, nelle nostre città, che hanno studiato nelle nostre scuole, senza però arricchire la loro identità e capire che questa civiltà che li ha accolti e integrati è più avanzata della loro.
Se contro abbiamo l'esercito nero, i foreign fighters e i lupi solitari che talvolta non conoscono il Corano e sfogano i loro istinti, un'aggressività per noi inconcepibile, come inspiegabile per la nostra cultura è la vocazione al martirio, per neutralizzare la propaganda occorrono big-data, nuovi algoritmi, intelligenze.
Se ogni guerra ha le sue specificità, quella in cui siamo immersi offre interfacce deliranti, fra cui la filosofia del kamikaze. E' filologicamente diversa da quelle del passato: sfugge ai tentativi razionali di decodificazione.
E' spiazzante: senza fronti delineati, armi, cartine, strategie, eroi, dignità. Ci sorprende in una discoteca (Bataclan, Parigi, 13 novembre 2015, 137 morti, inclusi quelli in un negozio ebraico, attaccato anche lo Stade de France), un giornale satirico (Canard Einchainè, 25 maggio 2014, 4 morti), la metro (Londra, 7 luglio 2005, 56 morti), una stazione ferroviaria (Atocha, Madrid, 11 marzo 2004, 191 morti), il settimanale Charlie Hebdo (Parigi, 9 gennaio 2015, 20 morti), metro e aeroporto di Bruxelles (22 marzo 2016, 35 morti), la Croisette di Nizza (15 luglio 2016, 87 vittime). E la cruda contabilità potrebbe continuare.
Macellai, belve assetate di sangue, mostri che sparano nel mucchio. Fra le vittime anche arabi di fede musulmana. Ma al Califfo non interessa: più la sua guerra è barbarica, più l'eco è globale.
Occorre riaffermare la sicurezza come valore assoluto, non soggetto a relativismi e negoziati di sorta. Dopo due mandati del debole, balbettante Obama, la comunità internazionale chiede a Trump di farne una priorità e difendere i valori e la cultura dell'Occidente. Che sono dell'Europa (nonostante, delegittimando Trump, Juncker delegittima l'UE) e degli americani: repubblicani e democratici.
I paesi arabi “canaglia”, sempre al confine fra acquiescenza e sostegno in solido del terrorismo, devono uscire dall'ambiguità. La mattina fanno affari con l'Occidente, la sera staccano assegni e donazioni al Califfo Nero.
Ogni zona d'ombra e doppiezza è da formattare, gli interesse regionali subalterni alla lotta al terrorismo, un'emergenza planetaria. Ogni “particulare” messo in secondo piano per una visione ”universale”. Se la minaccia al nostro stile di vita è globale, altrettanto deve essere una risposta. Ogni incertezza sarebbe letta come favoreggiamento.
Forse il termine “crociata” ha ormai un atout di negatività (lo usa la propaganda Isis), ma tale dev'essere la risposta dell'Occidente al terrore che sinora abbiamo sottovalutato, affrontandolo in ordine sparso e senza un minimo di strategia, e pagando prezzi enormi.
Solo ora l'Europa si sveglia dal lungo sonno: per spaventare Al-Baghdadi, oltre alle chiacchiere nei salotti, userà i petardi?
Il mondo chiede dunque alla Casa Bianca (e al Cremlino) di guidarla e liberare le nostre esistenze dal veleno della paura che le devasta e le destruttura. Miliardi di persone vogliono sicurezza, serenità, oltre che speranza, pace, qualità della vita. Una quotidianità minacciata, perennemente sotto assedio, permeata dalla paura, inevitabilmente va incontro all'implosione, l'autodistruzione: il “the end”. La tattica del Califfo è anche questa: farci scoppiare il cuore dalla paura, rinchiuderci in casa, isolarci, disgregare il tessuto sociale. Non dobbiamo cadere nella trappola: evitare la metro, il ristorante, ecc. Sarebbe una sconfitta.
La risposta al jihad dev'essere mediatica, ma anche politica, e tocca all'America liberare il mondo dalla paura, combattere sino alla vittoria un nemico vago come un ectoplasma. Per proseguire sulla via della civiltà e del progresso. Negli stessi interessi degli Arabi non “convertiti” a un'atipica, devastante guerra di religione: il jihad si ritorcerà contro di loro.
E se la seconda rivoluzione americana (1775-1783 la prima) partisse da qui?