Header Ads

Grazia Galante continua la sua crociata garganica con la nuova 'Vadda de Stignane' 2020

LIVALCA - E’ stato Raffaele Nigro nel lontano 1976 in un libro dal titolo «Tradizioni e canti popolari lucani: il melfese», edito da Interventi Culturali Bari e Arci-Uisp Melfi, a riportare quello che scriveva nel 1935 il noto studioso di letteratura folkloristica Paolo Toschi nel suo volume «La poesia popolare religiosa in Italia» (L.S. Holschki, Firenze, 1935) che senza mezzi termini affermava ‘che l’opera dei raccoglitori di canti popolari è stata assai scarsa in Puglia e Basilicata’ ; nel 1972 Pasolini rincarava la dose per il suo «Canzoniere Italiano» ( Milano, Garzanti) puntando il suo disappunto sul Meridione e proprio sulla cenerentola Lucania. Nigro ebbe l’intelligenza, il coraggio e la costanza di farsi portatore di questa esigenza e, come precisò in una genuina introduzione, non voleva turare alcuna falla, ma creare una tessera da incastonare nel piccolo mosaico esistente. Queste riflessioni Raffaele li riprese nella presentazione del primo volume che Grazia Galante nel 2015 ha dedicato ai canti popolari de “La vadda de Stignane” quando affermò con umiltà e realismo “Mi si dirà che pur nella molteplicità di varianti e di lacerti di quel patrimonio restano tanti versi, ma io farò presente…..che la religiosità e la magia del mondo di riferimento di quella cultura sono sparite e che a noi giungono freddi brani di studio, privi di contesti. E il contesto è tutto”. Contesto equivale a ‘tessere insieme’ e Nigro non certo con l’aria del primo della classe, ma con la professionalità dello studioso diligente - Homo sum: humani nihil a me alienum puto - ci fa capire come la ricostruzione storica sia importante per percepire il senso delle cose e un pensiero a Piero e Alberto Angela ci conduce alla meta.

Sono in attesa di ricevere, nel luogo ‘privilegiato’ in cui mi trovo, l’ultima fatica di Grazia Galante «“La vadda de Stignane” e altri canti popolari di San Marco in Lamis» secondo volume, Andrea Pacilli editore, Manfredonia 2020, ill.,e 25.00. Inutile negare che mi ha fatto uno strano effetto leggere il nome dell’editore, ero abituato a Levante, ma il cognome Pacilli risulta a me familiare e molto caro perché identifica gli amati cugini che risiedono a San Nicandro Garganico; ciò premesso posso augurare ogni bene al coraggioso e capace editore.

Il volume si avvale di una puntuale presentazione del prof. Saverio Russo, Presidente del glorioso Conservatorio “U. Giordano” di Foggia, quel precoce compositore morto a Milano nel 1948 e che aveva stupito tutti nel 1896 con il dramma in quattro atti «Andrea Chénier», che ebbe un esito trionfale nel debutto alla Scala su libretto di Luigi Illica. Dico questo perché la melodiosa orchestrazione del maestro Giordano ben si mescola con l’atmosfera garganica che ha ricostruito la Galante e anche la trama, ispirata ad un fatto storico francese in cui il giovane poeta Andrea e la contessa Maddalena finiscono la loro vita terrena sul patibolo, potrebbe essere ambientata sulla ‘montagna sacra’ ( Tranquilizzo i 273 amanti della lirica che mi seguono con affetto, non ho dimenticato la romanzesca «Fedora», ma, mancando un Caruso, risulta difficile da rappresentare).

Grazia Galante, con il suo sorriso contagioso e la sua caparbietà che la porta non a prefiggersi eventuali mete, ma a fissare già traguardi, è l’esempio vivente che i 15.725 abitanti di San Marco in Lamis - eccetto alcuni che si sono ‘rifugiati’ in voragini e grotte carsiche per meglio isolarsi dal mondo e quelli che fanno penitenza intorno al convento di San Matteo - sono tutti dediti alle attività artistiche, con preferenza per l’attività editoriale. Benissimo perché per scrivere bisogna aver letto qualcosa e come direbbero coloro che parlano forbito: ‘la filiera’ parte con tutte le prerogative del successo.

Il volume si avvale della solita corretta, accurata e scrupolosa trascrizione musicale del maestro Michelangelo Martino, compositore e musicista di grande talento che ho conosciuto fuori tempo massimo. Il libro reca una dedica affettuosa e prestigiosa “Alla memoria di Joseph Tusiani che mi ha sempre incoraggiata in questo lavoro di ricerca”,  a cui è difficile aggiungere un commento, se non che Giuseppe stimava le donne e forse ne temeva le reazioni, spesso imprevedibili, e aveva un pregio-difetto comune a molti uomini del Sud paragonava ogni donna a colei che gli aveva donato la vita. Grazia Galante e Grazia Stella Elia qualora un giorno riuscissi a trovare le amabili confidenze che mi ha inviato negli anni l’uomo che ha osato spedire padre ‘Dante in licenza’ e che ci ha regalato dei versi latini profondi che, nella traduzione di Emilio Bandiera, così rintoccano “O terra crudele, mandami, inviami alle stelle, dove pura luce è sempre più splendente, sempre più”, forse non aumenterà la vostra autostima, ma servirà a convincervi di quanto il vostro, nostro, Amico nato Giuseppe, divenuto Joseph, amasse il vostro attaccamento alle radici, alla Sue radici. La Galante nel primo volume si è occupata di Ninna nanna, Serenate, Canti d’amore - a volte maliziosi, a volte pregni di desiderio, ma sempre di ammirazione per la bellezza, senza trascurare la gelosia, il pentimento, lo sconforto, la delusione all’interno del matrimonio - deliziosi ‘Stornelli’ e le ‘ Storie cantate’.

Carissimi miei fedeli 888 lettori, come ho accennato prima, da ‘privilegiato’, non mi è concesso al momento di avere fra le mani materialmente il volume, ma spero fra pochissimi giorni di poterlo fare.

Ci vorrebbe la profonda conoscenza dantesca di Tusiani per spiegare perché stanotte ho sognato che, mentre mi trovavo ‘casualmente’ nel XXV canto del Purgatorio, colui che nacqua a Firenze nel 1265 mi ha rivolto la parola ( mi avrà confuso con Virgilio ?) per sapere come mai un essere del tutto ‘spirituale’ possa dimagrire non avendo necessità di nutrirsi? Virgilio, nel caso specifico, mi ha portato l’esempio mitologico di Meleagro, che ‘ si ‘consumò insieme al consumarsi di un tizzone’; il sottoscritto uscito dai panni, un poco ‘umidi’, del mantovano Publio Marone, ha preteso, al risveglio, di nutrirsi secondo i canoni collaudati dai sani principi sammarchesi… con esito deludente.

Ora non certo per mancanza di forze mi permetto di invocare l’inno di Sant’Ambrogio « Summae Deus clementiae» e stringere fra le mani quella carta che ha rappresentato tutta la mia vita e che resta un alimento indispensabile per curare anche malattie ‘subdole’. Grazia nel seguito di questo articolo entrerò nello specifico del tuo volume per ora lascio la parola ai ‘Canti della Valle’….magnatille e succatille stu lemone/ lu sacce che tte piace/ t’ada fa la mente capace/ che stu lemone t’ada sucà ( Grazia perdonami gli eventuali errori, non sempre la mia potente memoria è vincente!).

Ricordo agli Amici L. Aucello, R. Cera, E. Coco, S. D’Amaro e P. Villani che sono astemio forzato da mezzo secolo per cui non mi tange «Dum vinum intrat, exit sapientia» ( Mentre entra il vino esce il buonsenso), mentre a Grazia confermo che il dovuto cambio editoriale non altererà i valori « Laudato vino non opus est hedera» (Dove si beve il buon vivo, non serve l’insegna); evitando accuratamente «Praesumitur bonus de bono genere natus» ( La botte dà il vino che contiene)… mi sono permesso di tradurre perché nel posto in cui i panifici e le pasticcerie ti inseguono dall’entrata al commiato con i loro tipici odori, sono tutti professori di latino e, spesso, le loro traduzioni vanno oltre la ‘tradizione’ e creano scossoni che la grande montagna non sempre riesce ad assorbire. (Continua)