Franco Battiato: l'anomalia meravigliosa e l'architettura dell'eterno


Esistono artisti che segnano un’epoca e artisti che, semplicemente ne creano una propria.
Franco Battiato rappresenta un’anomalia meravigliosa nel panorama della musica italiana. Celebrare il suo compleanno non è semplice nostalgia, ma un’immersione in quel vuoto cosmico che lui ha saputo riempire con dervisci rotanti, citazioni colte e sintetizzatori d’avanguardia.

Nato a Jonia nel 1945, Battiato non è mai stato solo un musicista ma un instancabile viaggiatore immobile.
Dopo i primi passi nella Milano degli anni ’60, ha attraversato una radicale fase sperimentale, per poi approdare a un pop colto che ha ridefinito le classifiche di vendita senza mai svendere l’anima.
È passato dalle macerie sonore di Pollution all’esplosione dei primi anni ’80 con una naturalezza disarmante. Con "La voce del padrone", ha dimostrato che si poteva dominare la classifica dei 45 giri citando l’esegesi biblica e i Balcanici, trasformando il consumo di massa in un rito collettivo di elevazione.
La sua musica è una preghiera multilingue che affonda le sue radici nella filosofia di Georges Gurdjieff, nel sufismo, nell’esoterismo e nella grande tradizione classica.
Impossibile non citare il violino di Giusto Pio, che ha dato il colore orchestrale ai suoi successi più grandi, o la profondità filosofica dei testi di Manlio Sgalambro, che dagli anni ’90 ha trasformato le sue canzoni in trattati di nichilismo attivo e saggezza cinica. Il legame artistico con Alice resta una delle vette più eleganti della nostra discografia.

Battiato viveva come pensava: con estrema disciplina e distacco dai beni materiali.
Vegetariano ante-litteram, dedito alla meditazione e alla pittura, ha trasformato la sua residenza di Milo, sulle pendici dell'Etna, in un eremo creativo.
La sua filosofia non era un dogma, ma un invito costante a "trovare l'alba dentro l'imbrunire", a superare le correnti gravitazionali dell'ego per elevarsi verso uno stato di coscienza superiore.
Lontano dai riflettori della cronaca rosa, ha custodito la sua privacy con un rigore quasi monastico.
Non si è mai sposato e non ha avuto figli, una scelta dettata non dal cinismo, ma da un viscerale bisogno di autonomia spirituale.
"Esistiamo per seguire il nostro destino, non per produrre copie", amava ripetere.
La sua idea di amore trascendeva la dinamica della coppia tradizionale, che spesso definiva un'umiliazione quando diventava dipendenza o possesso. Nonostante questo, non è mai stato un isolato: era legatissimo al fratello Michele e alla nipote Cristina, e la sua casa di Milo era spesso aperta ad amici e collaboratori, purché venisse rispettato il suo sacro spazio di solitudine.
Viveva circondato dalla bellezza dell'Etna e delle sue letture, dimostrando che si può essere pieni di mondo pur restando da soli.

La sua ricerca non poteva esaurirsi nelle sette note. Battiato è stato pittore e regista, portando la sua visione metafisica anche sul grande schermo.
Nel campo dell'arte figurativa ha operato spesso sotto lo pseudonimo di Süphan Barzani, iniziando a dipingere negli anni Novanta quasi per sfida personale contro una presunta incapacità nel disegno.
Questa pratica, da lui definita una terapia riabilitativa, lo ha portato a realizzare circa cento opere, tra tele e tavole dorate, utilizzando oli, terre e pigmenti puri.
I suoi soggetti riflettono una profonda fascinazione per l'Oriente e la mistica, cercando di cogliere i segni del divino nell'imperfezione dell'uomo.
Molte di queste visioni sono diventate iconiche anche per il grande pubblico, comparendo sulle copertine di album celebri come Fleurs o Gilgamesh.

Parallelamente, la sua visione si è tradotta in immagini in movimento attraverso una cinematografia colta e dichiaratamente d'essai.
Il suo esordio alla regia nel 2003 con "Perdutoamor", opera dai tratti autobiografici, gli è valso il Nastro d’Argento come miglior regista esordiente.
La sua ricerca dietro la macchina da presa è proseguita con lungometraggi come "Musikanten" e "Niente è come sembra", fino a toccare vette di pura indagine spirituale con il documentario "Attraversando il Bardo" del 2014, focalizzato sul tema del passaggio dopo la morte.
In ogni sua inquadratura o pennellata ha invitato l'osservatore a guardare oltre le apparenze, trasformando l'arte in un vero strumento di conoscenza e di evoluzione interiore.

Battiato ci ha insegnato che si può essere popolari parlando di teologia, e che si può ballare mentre si riflette sulla caducità dell'essere.
Buon viaggio nel centro di gravità permanente, ovunque la sua frequenza stia risuonando ora.


Articolo a cura di Veronica Di Mauro
( Tratto dal blog © Cronache Creative
https://cronachecreative.wordpress.com )