Il limite: sul senso degli argini nella società dell'eccesso




Siamo giunti all’ultimo atto di questo itinerario che ci ha visti attraversare la densità della carne, l’evanescenza dell’ombra e la sacralità delle mani, per approdare infine lì dove tutto sembra arrestarsi, eppure tutto comincia: il limite, ovvero la linea di demarcazione che permette all’identità di emergere dal caos indistinto della totalità.
Nel panorama contemporaneo, dominato da una spinta bulimica verso il superamento di ogni barriera, l’idea di finitezza viene percepita come una sconfitta o un malfunzionamento del sistema. Tuttavia, negare il limite significa condannarsi all'inconsistenza: senza un bordo, non esiste forma e senza un termine non esiste senso.

L’ossessione moderna per la performance ci ha abituati a guardare al corpo non come a un tempio ma come a una macchina, cercando di ritardare la stanchezza e la decadenza. Eppure, come ci ricorda la fenomenologia, il dialogo tra l’io e il mondo è ciò che rende possibile l’incontro.
La riflessione di Remo Bodei sulla "geometria delle passioni" ci suggerisce che l’essere umano è costitutivamente un essere di confine tra ciò che desidera e ciò che effettivamente può, e in questa tensione si consuma l’intera parabola della nostra esistenza.
Accettare il limite significa riconoscere il proprio ruolo nel mondo, evitando di disperdersi in quell'indefinito che, alla fine, si rivela essere una forma di nulla.

La nostra è un'epoca di capitalismo pulsionale, che promette l’accesso illimitato a ogni desiderio e seduce le nuove generazioni con l'illusione di una libertà senza vincoli.
Ciò produce soggetti fragili, incapaci di gestire la frustrazione e di sostenere il conflitto.
Massimo Recalcati, nelle sue analisi sulla figura del padre e sulla trasmissione del desiderio, sottolinea come la Legge sia l'unica condizione necessaria affinché il desiderio resti vivo, poiché senza un argine il desiderio si trasforma in godimento distruttivo e in consumo compulsivo, che divora l’oggetto senza mai saziarsi.
Educare al limite significa dunque insegnare che il "no" è un modo per lasciar fiorire l’immaginazione.


Se guardiamo alla storia dell'arte, il limite è la sfida suprema dei creativi.
La cornice di un quadro, il perimetro di una scultura o la durata di una composizione musicale non sono restrizioni esterne ma condizioni di possibilità. L’artista è colui che trasforma il vincolo materiale in risorsa espressiva.
Il pensiero di Claudio Magris sul concetto di "frontiera" ci offre una prospettiva rilevante: la frontiera non è solo un muro che separa ma un luogo di transito, dove le identità si mescolano senza annullarsi.
Nell'attualità politica e sociale, riscoprire il valore del limite significa tornare a dare peso alle parole, alla verità dei fatti e alla penuria delle risorse planetarie. L’illusione di una crescita infinita su un pianeta finito è il paradosso tragico della nostra era, che dimentica la lezione dei classici greci: il superamento della giusta misura porta inevitabilmente alla catastrofe.

In questo orizzonte di riflessione, non possiamo ignorare il contributo di Georg Simmel, il quale ci insegna che l'essere umano è, per sua natura, un essere di confine che non possiede un limite, ma è esso stesso il proprio limite.
Attraverso la sua celebre dicotomia tra il "ponte" e la "porta", Simmel ci spiega che ogni nostra azione è un tentativo di collegare ciò che è separato o di isolare ciò che è indistinto. Se il ponte rappresenta la volontà di espansione e il superamento della distanza, la porta è il simbolo della necessità di possedere uno spazio proprio, un interno che sia separato dall'esterno.
La nostra identità non è un’isola, ma una terra di confine dove l’incontro con l’altro è reso possibile proprio dalla presenza di una separazione netta.

Concludere questo ciclo parlando di limite significa, in ultima analisi, riconciliarsi con la nostra fragilità.
Se abbiamo parlato di mani che toccano e di sguardi che accolgono, è perché riconosciamo che tali gesti hanno senso se circoscritti in un tempo e in uno spazio definiti.
Il tempo lento, di cui si è discusso, è il tempo che accetta il limite della propria durata, che non corre ma vive l’istante.
Non siamo chiamati a essere tutto, né a sapere tutto.
Siamo chiamati a essere finiti e parziali, curando con rigore il piccolo spazio che ci è stato affidato, fedeli alla nostra porzione di mondo.


Articolo a cura di Veronica Di Mauro
( Riadattato dall'originale, tratto dal blog © Cronache Creative
https://cronachecreative.wordpress.com )