Marta Pagnini (intervista): «Dalle Farfalle alla scrivania, ecco la mia seconda vita olimpica»


NICOLA RICCHITELLI -
C’è un filo invisibile, ma d’acciaio, che lega la precisione millimetrica di una finale olimpica alla complessa macchina organizzativa dei Giochi Invernali. Quel filo si chiama Marta Pagnini. Ex capitana delle “Farfalle” azzurre, medaglia di bronzo a Londra 2012 e oggi manager di punta nella Fondazione Milano Cortina 2026, Marta ha saputo trasformare l’eleganza della ginnastica ritmica in una visione manageriale moderna e proattiva.

In questa intervista esclusiva al Giornale di Puglia, l'ex ginnasta si racconta a cuore aperto: dal ricordo indelebile dei cinque cerchi di Londra alla recente elezione nel Consiglio Nazionale del CONI nel maggio 2025. Non è solo il racconto di una carriera costellata di successi, ma la testimonianza di una donna che ha saputo "cambiare pelle" senza mai perdere l'empatia e la curiosità.

Dalla gestione dell’ansia da prestazione attraverso il coaching e la psicoterapia, fino al suo impegno istituzionale per la tutela degli atleti e dei tecnici, Marta Pagnini ci spiega come lo sport possa restare un motore di crescita umana, prima ancora che agonistica. Benvenuti nel mondo di un’atleta che, pur avendo lasciato la pedana, non ha mai smesso di puntare all’eccellenza.

Cosa ha significato per te ereditare i gradi di capitana delle “Farfalle” in un momento di così grande successo per la ginnastica italiana?
R: «Essere il capitano della Nazionale è stato per me un grande onore. Sapevo di poter essere un punto di riferimento perché ho sempre amato guidare un gruppo, trascinare le compagne e creare coesione. Ho un carattere solare e mi viene naturale entrare in empatia con le persone, comprenderle e sostenerle. Quell’esperienza è stata bellissima e profondamente formativa anche dal punto di vista umano».

Se chiudi gli occhi e pensi alla medaglia di bronzo vinta a Londra, qual è il primo suono o la prima sensazione che ti torna in mente?
R: «Quando penso a Londra, penso all’emozione inaspettata di gareggiare in un contesto così iconico, con i cinque cerchi — la rappresentazione di un sogno — ovunque intorno a me. Era un luogo che sembrava gridare: “Sei qui, adesso giocatela!”. È stato meraviglioso, e resterà per sempre uno dei ricordi più intensi della mia vita».

La ritmica richiede una precisione millimetrica. Come gestivi l'ansia da errore durante i pochi minuti di una finale olimpica?
R: «La gestione dell’ansia nella ginnastica è un tema spesso sottovalutato. Dopo il ritiro ho scelto di formarmi nel coaching proprio per poter offrire un supporto concreto alle atlete, e oggi questo lavoro mi dà una grande soddisfazione. Da atleta ho attraversato momenti difficili, e mi hanno aiutata moltissimo la psicoterapia e la lettura. A volte la consapevolezza e l’esperienza aumentano le preoccupazioni, ed è fondamentale che l’atleta sia accompagnato nel suo percorso di crescita».

Qual è l'insegnamento più prezioso che ti ha lasciato l'allenatrice che ha plasmato i successi della nazionale?
R: «Nel corso della mia carriera ho avuto molte allenatrici, ognuna delle quali mi ha lasciato insegnamenti preziosi. Ho sempre cercato di creare un rapporto empatico con loro, e oggi affronto le sfide della vita anche grazie a ciò che di positivo queste donne di grande esperienza mi hanno trasmesso. E devo dire che ho avuto la fortuna di incontrare anche qualche uomo speciale nello staff».

Dalla pedana alla scrivania: qual è stata la sfida più difficile nel passare dal ruolo di atleta d'élite a quello di dirigente sportiva per un evento mastodontico come Milano Cortina 2026?
R: «Il passaggio da atleta a manager è stato per me bellissimo. Mi chiedono spesso: “Non ti manca gareggiare? Non vorresti tornare indietro?”. La verità è che no, non mi manca. Amo profondamente ciò che faccio oggi: vivere lo sport da un’altra prospettiva, con maggiore consapevolezza, serenità e spazio per la mia vita personale. So che non è un passaggio scontato, ma credo che la mia personalità mi abbia permesso di abbracciare questo cambiamento con entusiasmo e con quella curiosità che mi appartiene da sempre».

Cosa si prova a contribuire all'organizzazione di un'Olimpiade nel proprio Paese, sapendo esattamente cosa serve a un atleta per dare il meglio?
R: «Il mio punto di vista da ex atleta è stato spesso utile nel lavoro per Milano Cortina 2026. Ho messo a disposizione le mie conoscenze in modo costruttivo, con un approccio proattivo e una grande voglia di imparare dai miei colleghi: un team fantastico e variegato, che mi ha arricchita sotto ogni aspetto».

Sostenibilità ed eccellenza: in qualità di membro della Fondazione, quale vorresti che fosse il "marchio di fabbrica" che renderà uniche queste Olimpiadi invernali?
R: «Credo che i traguardi raggiunti da Milano Cortina 2026 siano molti. Questi Giochi rappresentavano una grande sfida per tutti noi e per il Paese, e non tutti ci credevano — com’è naturale. Io sono orgogliosa di aver fatto la mia parte e posso dire con fierezza di aver sempre lavorato con l’obiettivo di rendere questa edizione memorabile, bella, piacevole e di successo. Sono felice che sia emerso il meglio e che le persone abbiano vissuto l’evento con tanto entusiasmo».

Nel tuo libro scrivi che la fatica ti ha insegnato a vincere. Pensi che oggi i giovani atleti abbiano lo stesso approccio al sacrificio o qualcosa è cambiato?
R: «I luoghi comuni sui giovani sono spesso il più grande ostacolo per i meno giovani. Continuare a chiedersi perché le nuove generazioni siano diverse dalle precedenti non porta a soluzioni concrete. L’adattamento reciproco può avvenire solo attraverso un linguaggio comune e chiaro; altrimenti, due linee parallele non si incontreranno mai. Se l’approccio al sacrificio è cambiato, è un bene: ora bisogna lavorare insieme affinché questo cambiamento non degeneri nell’estremo opposto, come spesso accade quando una situazione scorretta arriva al punto di esplodere».

Nel maggio 2025 sei stata eletta nel Consiglio Nazionale. Qual è la prima istanza che vorresti portare avanti a tutela dei tecnici e degli atleti italiani?
R: «È stimolante confrontarsi con tecnici di altre federazioni, e nella commissione stiamo già lavorando molto su temi importanti. Stiamo svolgendo numerosi incontri verticali con le diverse federazioni nazionali per raccogliere pareri, dubbi, criticità e per incrociare le best practice a beneficio di tutti. Sono certa che questo lavoro, fondato sul dialogo, porterà risultati significativi».

Chi è Marta Pagnini quando non si occupa di sport, regolamenti o eventi internazionali? Cosa ti appassiona oggi lontano dai riflettori?
R: «A Milano Cortina 2026 non mi occupavo principalmente di sport, ma di brand: lanci di progetti, campagne di comunicazione, iniziative creative. È un ambito che mi appassiona da sempre. Comunicare è qualcosa che amo fin da quando ero ginnasta, e poter trasformare questa passione portando le mie competenze in un lavoro proprio all’interno del comitato organizzatore dei Giochi è stato un privilegio».