Agnese Contini (intervista): «Nel mio nuovo album “Echi di umanità” trasformo il suono in memoria e impegno civile»
NICOLA RICCHITELLI - Il nuovo album strumentale di Agnese Contini, "Echi di Umanità", è un'opera intima e profonda che esplora la chitarra acustica attraverso nove tracce arricchite da archi, banjo e mandolino. In uscita l’8 maggio per INRI Classic, il disco trasforma il suono in memoria e impegno civile, affrontando temi che spaziano dalla crisi climatica alla gentilezza, fino al ricordo toccante delle proprie radici familiari. La musicista salentina fonde tecnica fingerstyle e ricerca sonora per dare voce a un'umanità frammentata, offrendo un messaggio di speranza e trasformazione che lega l'esperienza personale al rispetto per la natura.
La sua autrice, classe 1989, è una compositrice salentina con una formazione eclettica che spazia dall'ascolto dei classici come Chopin alla passione per il rock orchestrale dei Queen. Specializzata in voce artistica e perfezionatasi nel fingerstyle, Agnese fonde influenze che vanno dal folk spirituale di George Harrison alle accordature aperte di Nick Drake. Dopo il debutto con "Dinamiche di volo" nel 2023, la sua ricerca continua a evolversi come uno strumento di narrazione personale e di dialogo profondo con la società, confermandola come una delle voci più interessanti del panorama strumentale contemporaneo.
Il titolo "Echi di Umanità" suggerisce un ritorno al passato. Cos’è per te oggi l'umanità?
R: «È un concetto dal quale ci stiamo un po’ allontanando e che forse andrebbe riconsiderato. È un termine che sentiamo spessissimo al giorno d’oggi, ma che paradossalmente fa parte molto poco del nostro quotidiano. Sarà forse l’intelligenza artificiale che altera le nostre realtà, oppure tutto quello che vediamo succedere nel mondo e che sta assumendo dei toni lontani da ogni razionalità. A volte sembriamo quasi assuefatti dalla guerra e dalle immagini di morte che vediamo girare sui social. Assuefatti dalla violenza, come se tutto fosse normale. Bisognerebbe ripartire proprio da zero».
In questo disco la chitarra incontra archi, banjo e mandolino. Come hai scelto questi "compagni di viaggio"?
R: «In generale, nella mia musica la chitarra è il principale strumento “narrante”. A questo substrato decido di accostare strumenti ritmici o melodici a seconda di come voglio caratterizzare il brano e di come voglio raccontare una storia. Per “Flotilla”, ad esempio, il banjo è lo strumento che fornisce ritmica e che in qualche modo racconta l’intenzione coraggiosa del brano, mentre gli archi delineano il paesaggio immaginario (il mare e il vento). Il mandolino, che si accosta alla chitarra classica nel brano “Bambina mia”, diventa intenzionalmente uno strumento caratterizzante e intende trasportare l’ascoltatore in paesaggi mediterranei, l’isola di Rodi, per l’appunto. Infine, la lap steel guitar rappresenta per me uno strumento che esprime delicatezza proprio per il suo peculiare suono. Questo è stato il motivo che mi ha spinto ad accostarla alla mia chitarra nella traccia “Introduzione alla gentilezza”».
Il brano "Introduzione alla gentilezza" apre il disco. La musica può davvero rieducarci a questo valore?
R: «Probabilmente una canzone non può cambiare come vanno le cose nel mondo, ma credo fermamente nella possibilità che la musica possa aprire molte “porte” e condurci quantomeno a una riflessione. Non è un caso che abbia voluto aprire un disco con un titolo del genere. Forse c’è poca gentilezza nel mondo».
"Desert Earth" affronta il tema climatico: che ruolo ha la natura nella tua fase creativa?
R: «La natura, come anche gli animali, ha sempre avuto un potere calmante e depurante su di me. Quando ho bisogno di pace interiore, camminare nelle campagne mi aiuta tantissimo, così come nella mia fase creativa. Camminare nel verde mi aiuta a organizzare le idee».
In "Bright" parli di luci e ombre. Qual è la tua "ombra" che la musica riesce a illuminare?
R: «Mi ritengo una persona per certi versi un po’ “chiusa”. Sono molto timida e la musica mi rende migliore da questo punto di vista e mi aiuta tantissimo ad aprirmi al mondo».
"Bambina mia" racconta la storia di tua nonna a Rodi. Com’è stato tradurre un ricordo così intimo in note?
R: «Direi abbastanza spontaneo. Quando è venuta a mancare mia nonna, è stata quella musica a venirmi a cercare sin dai primi istanti. È stato lo stesso per “Grandpa Cloud”. Il processo creativo è stato immediato, poiché sin da subito ho percepito quelle note nella testa».
Dall'autodidattica alla chitarra classica: come si sono fusi questi due mondi nel tuo stile?
R: «Sono tuttora mondi in fusione, nel senso che cerco di associare la parte più istintiva del suonare e che ha sempre prevalso allo studio, che è fondamentale. Non mi piacciono molto le regole; prima di iniziare a studiare suonavo prevalentemente “a orecchio”, e non nascondo che lo faccio tuttora. Tuttavia trovo che studiare sia necessario per crearsi più possibilità».
Hai citato Brian May e Nick Drake tra le tue influenze. In che modo convivono in questo album?
R: «Brian May e Nick Drake sono stati sicuramente degli ascolti fondamentali nella mia crescita musicale sin da ragazzina, ma non li ritengo influenze di questo disco. Per questo album mi sono rifatta a Ben Harper nell’album “Winter Is for Lovers”, disco totalmente strumentale, dove Harper suona essenzialmente il dobro. Ho ascoltato e ho trovato ispirazione nei vecchi dischi degli Eagles, “Desperado” nello specifico. A questo poi si è associato lo studio del banjo che ho intrapreso negli ultimi quattro anni e, dovendo modellare il mio orecchio al suono di questo nuovo strumento, necessitavo di ascoltare banjoisti veri suonare. Tra questi Earl Scruggs e Tony Furtado nel disco “Decembering”».
Il brano finale usa il picking per creare un "eco". È una metafora di ciò che vorresti lasciare a chi ascolta?
R: «Sì, in quest’album c’era un po’ la necessità di trasferire nella musica un senso di vuoto e disorientamento che scaturiva da vicende sia personali sia generali e che osservo nel mondo».
Se dovessi descrivere "Echi di Umanità" con un solo colore, quale sceglieresti e perché?
R: «Sceglierei ben due colori: color sabbia e terra di Siena. Sono tonalità che mi riportano al deserto, al vuoto e all’ignoto».
