Pietro Parente (intervista): «Gaetano Salvemini? È stato un padre… Tardelli? Un fratello maggiore… Il più bravo a livello tecnico? Mircea Lucescu…»
NICOLA RICCHITELLI - "Il calcio degli anni '90 e 2000 era una giungla di campioni, dove il valore umano contava quanto quello tecnico e dove per emergere servivano fame, carattere e zero paura. Il nostro ospite di oggi incarna perfettamente quello spirito: un talento ribelle e genuino, capace di esordire a San Siro marcando a uomo il Pallone d'Oro Matthäus e di reinventarsi in campo fino a diventare un bomber implacabile. Dai primi passi nel Bari alle stagioni intense con Tardelli a Como, fino alla consacrazione da trascinatore ad Ancona, ha sempre scelto di dire la verità, pagandone il prezzo ma restando fedele a sé stesso. Oggi, dopo aver vissuto mille battaglie sul terreno di gioco, continua a scovare i talenti del futuro con lo stesso istinto infallibile di sempre. Sulle pagine de Il Giornale di Puglia, diamo il benvenuto a Pietro Parente.
Tu che hai vissuto in prima persona quella Serie A, che ricordi hai e cosa ha significato per te confrontarti con l'epoca dei grandi campioni come Baggio e Del Piero?
R: «Ho un ricordo stupendo, di un calcio fatto prima di tutto da grandi uomini e poi da grandi giocatori. Non cambierei mai quell'epoca con la Serie A di oggi. Certo, allora in massima serie si guadagnava dieci volte meno di adesso, mentre in Serie B e in Serie C si guadagnava di più rispetto ai parametri attuali. Ma il vero valore era tecnico e umano. Abbiamo affrontato i calciatori più forti del mondo: campioni come Baggio, Del Piero, Van Basten, Maradona. Con tutto il rispetto per gli atleti degli ultimi vent'anni, all'epoca le squadre erano composte interamente da fenomeni. Non riuscivi nemmeno a capire chi fosse il più forte in rosa perché il livello complessivo era altissimo. Oggi invece, appena c'è un giocatore forte, te ne accorgi subito perché spicca nel deserto. È cambiato proprio il modo di giocare: una volta arrivavi sul fondo, crossavi e gli attaccanti si incrociavano in area; oggi arrivano sul fondo e tornano indietro…».
Il 6 aprile 1991 esordisci in Serie A in un tempio come San Siro, contro l'Inter. Una giornata incredibile, finita però con un'espulsione. Cosa accadde esattamente?
R: «Fu una giornata pazzesca che, paradossalmente, mi regalò tantissima visibilità sui media dell'epoca, come Pressing. Quello fu il giorno in cui Lothar Matthäus celebrò il suo Pallone d'Oro. Il mister Gaetano Salvemini mi schierò mediano e mi chiese: "Te la senti di marcare Matthäus?". Io gli risposi che non mi faceva paura nessuno: avevamo una fame e una cattiveria agonistica sconosciute ai giovani di oggi. Feci una grande partita francobollando il Pallone d'Oro, tanto che persino mostri sacri del giornalismo come Sandro Ciotti mi elogiarono in radio. Poi arrivò l'episodio del cartellino rosso. L'arbitro aveva ammonito Massimo Brambati. Poco dopo ammonì me, ma estrasse direttamente il rosso: pensavo fosse il primo giallo e nacque un grande equivoco, ma quell'espulsione alla fine mi diede una pubblicità clamorosa».
Uscire espulso alla prima alla Scala del Calcio a soli 18 anni avrebbe potuto frenare chiunque. Hai avuto paura che quel rosso condizionasse la tua carriera? E come hai vissuto il post-partita?
R: «No, nessuna paura, anche se avevo già addosso un'etichetta caratteriale non semplicissima. A 18 anni, davanti a 80.000 spettatori, ti passano mille pensieri per la testa. Dopo il fischio finale però negli spogliatoi incontrai il mio direttore sportivo Francesco Janich che mi strinse la mano e mi fece i complimenti. Quelle parole mi rincuorarono subito e azzerarono ogni timore. Tra l'altro, la mia è stata una carriera al contrario: ho iniziato terzino, quindi difensore e mediano, per poi trasformarmi in attaccante negli anni successivi. Di solito i giocatori arretrano il raggio d'azione quando non ce la fanno più fisicamente, io ho fatto l'esatto opposto».
Dopo Bari, vivi due stagioni intensissime a Como, dove conquisti la promozione in Serie B sotto la guida di Marco Tardelli... All'epoca vi sareste mai immaginati una dimensione europea per questa piazza?
R: «Sinceramente nessuno avrebbe potuto prevedere una svolta del genere, ma Como è sempre stata una grandissima piazza calcistica. Ai miei tempi la realtà era diversa, partivamo dalla Serie C1. Io avevo tantissime richieste in Serie B, ma decisi di scendere di categoria proprio per via del mister Tardelli, una figura che per me è stata fondamentale. C'era un legame così forte che, quando lui sedeva sulla panchina dell'Inter, mi voleva in nerazzurro. Poi, purtroppo, arrivò quel maledetto derby perso dall'Inter per 6-0 contro il Milan. Quella sconfitta tennistica fu un terremoto societario che stravolse i piani: la panchina saltò, la situazione precipitò e di conseguenza sfumò anche il mio passaggio all'Inter. Sono stato decisamente sfortunato».
Prima dell'esplosione definitiva ci sono state le tappe con Reggiana e Torino, poi arriva la svolta di Ancona. Perché proprio le Marche sono state la piazza della tua definitiva consacrazione calcistica? Cosa aveva Ancona che ti mancava altrove?
R: «Io sono stato amato in tutte le piazze, a partire da Bari. Ad Ancona però è scattato qualcosa di speciale, anche se venivo da un periodo complicatissimo. In carriera ho pagato duramente il mio carattere: ero un ribelle, non riuscivo a stare zitto quando vedevo cose storte. Dicevo sempre quello che pensavo e la legge del calcio di allora era spietata: se parlavi, ti mettevano fuori rosa. Mi è successo spesso. Oggi invece funziona al contrario: più fai cavolate e crei polemiche, più acquisisci autorità e diventi importante. A 29 anni, nauseato da un calcio che stava cambiando e in cui stavano scomparendo i Maradona e i Van Basten, avevo deciso di smettere. Poi mi telefonò Igor Protti: "Sei giovane e forte, non puoi ritirarti". Mi ridiede l'entusiasmo. Andai due mesi a Livorno, poi a ottobre mi chiamò l'Ancona in Serie B. Lì feci una stagione pazzesca: 25 partite e 15 gol. In carriera ho sempre fatto tantissimi assist, ma negli ultimi anni, giocando stabilmente in attacco, avevo quei 20 metri in meno da correre che mi permettevano di mantenere la lucidità ideale sotto porta per fare gol».
Nella tua lunga carriera hai incrociato moltissimi tecnici. Chi sono gli allenatori che ti porti veramente nel cuore e chi, invece, non ti ha lasciato un buon ricordo?
R: «Gaetano Salvemini per me è stato come un padre, mi ha lanciato nel grande calcio. A livello giovanile devo tantissimo a Pasquale Loseto: io avevo un carattere tosto e lui sapeva tenermi testa, dandomi consigli da vero padre di famiglia. Marco Tardelli è stato invece un fratello maggiore; ci siamo riabbracciati qualche mese fa ed è stata un'emozione bellissima. Il più bravo a livello tecnico, anche se l'ho avuto poco alla Reggiana, è stato Mircea Lucescu. Nella mia lista, invece, non c'è spazio per Luciano Spalletti. È un bravo allenatore, ma per me i grandi sono quelli che vincono trofei a ripetizione come Trapattoni, Ancelotti, Conte, Allegri o Capello. Un tecnico che vince uno scudetto in trent'anni di carriera non è un grande allenatore per i miei parametri. Se devo guardare a chi non ha vinto tantissimo ma esprimeva un valore immenso, allora dico Zdeněk Zeman: lui insegnava calcio come nessun altro. Mi fa piacere parlarne bene anche se alla Roma preferì ingaggiare Gautieri anziché il sottoscritto».
Ma da cosa si capisce se un calciatore è davvero pronto? Quali sono le caratteristiche che ti fanno scattare la scintilla?
R: «Ti dico la verità: io la prima volta che mi sono seduto in panchina avevo sette anni. Ero a una partita Barletta-Alcamo in C2 insieme a mio padre. Ho vissuto una vita intera dentro gli spogliatoi e, dopo oltre quarant'anni di calcio, ammetto di non averci ancora capito niente. Chi dice il contrario è fortunato lui. Il calcio è l'unica azienda al mondo totalmente imprevedibile: puoi prendere un attaccante da venti gol a stagione, ma quell'anno magari si innamora, non sta bene con la testa e non rende. Però l'occhio e l'istinto contano. Quando vado a vedere un ragazzo, lo sguardo mi cade subito su un profilo preciso. Non saprei spiegarne il motivo tecnico, ma l'istinto mi dice subito se ha prospettiva. In questi dieci anni, lavorando da solo, ne ho portati parecchi in Serie A: penso a Zanimacchia, Martino del Cosenza, Valeri del Parma o Brancolini del Lecce…».
Nel tuo attuale lavoro di scouting e gestione dei giovani, hai avuto la possibilità di lavorare con un maestro quale Ariedo Braida. Che cosa ti ha insegnato una figura così colossale del calcio mondiale?
R: «Ho avuto la grandissima fortuna di incontrare Ariedo Braida e lavorare con lui mi ha trasmesso tantissimo. Lo ringrazio pubblicamente, perché mi ha insegnato un'infinità di piccole cose che oggi fanno tutta la differenza del mondo nel mio mestiere. Mi ha aperto gli occhi su come osservare un calciatore, su come valutarlo nel complesso e su come scegliere il ruolo più adatto alle sue caratteristiche. Ma la lezione più grande riguarda le qualità umane. Quando vedi da vicino il suo metodo, capisci all'istante il motivo per cui quest'uomo ha vinto ogni trofeo possibile con il Milan di Berlusconi, ha trionfato al Barcellona ed è stato capace di andare a Cremona in Serie B per conquistare una storica promozione in massima serie. Vincere ovunque e a qualsiasi livello non è mai facile: dietro quei successi c'è una sensibilità profonda nello scovare l'uomo prima del giocatore, un approccio che ho fatto completamente mio».
Guardando al presente e al futuro del tuo lavoro con i giovani, c'è qualche nome nuovo su cui scommettere e che sta già attirando l'attenzione dei grandi club?
R: «Assolutamente sì, tra i miei ragazzi c'è un profilo di grandissima prospettiva che sta facendo parlare molto di sé. Si tratta di Costa Pisani, un ragazzo classe 2008 che gioca nella Pistoiese. Nonostante la giovanissima età, le sue prestazioni non sono passate inosservate e diverse società importanti di Serie A si sono già mosse per chiedermi informazioni su di lui. Ha ampi margini di crescita e incarna perfettamente quel mix di umiltà, sacrificio e qualità su cui insisto ogni giorno. Segnatevi questo nome, perché ha tutte le carte in regola per fare il grande salto».
Chiudiamo questa chiacchierata parlando delle tue radici: il Barletta. Quest'anno la squadra è tornata in Lega Pro. Da barlettano, quanto ti sarebbe piaciuto fare parte attiva di questo storico momento per la città e che emozioni hai provato?
R: «Ti dico la verità: quest'anno sono tornato allo stadio durante il girone di ritorno e ho visto tre partite del Barletta. È stato bellissimo perché la gente per strada mi fermava ancora e mi abbracciava. Mi ha regalato esattamente le stesse emozioni di quando andavo in curva a 13 o 14 anni. Erano gli anni di Alivernini, di Telesio, gli anni della Serie C e di quel campionato vinto per andare in Serie B. Ho rivissuto quell'identica atmosfera, quella passione pura. Questo ritorno al passato mi fa capire una cosa sola: Barletta è una piazza che merita come minimo la Lega Pro. Minimo. La reazione e il calore della città dimostrano che questa categoria è il punto di partenza naturale per la nostra storia calcistica».

