Francesca Ratti (intervista): «Sono una influencer operaia… Tra i social e la boutique, scelgo sempre la realtà»
NICOLA RICCHITELLI - Quasi un milione di follower su TikTok, una partecipazione a un reality di successo e il tormentone "Cià" che è ormai un marchio di fabbrica. Eppure, Francesca Ratti non è la solita influencer che vive in una bolla digitale. La sua vita si divide tra i riflettori dei social e i clienti di una boutique di abiti da cerimonia a Bitonto, dove lavora tuttora.
Barese, schietta e determinata, Francesca ha costruito una community da quasi un milione di follower senza mai staccare i piedi da terra — e dalle sue radici. Tra un video virale su TikTok e una giornata di lavoro nella boutique di abiti da cerimonia dove continua a lavorare, ci racconta la sua visione del successo: un equilibrio perfetto tra l’empatia del contatto fisico e la libertà di mostrarsi senza filtri. In questa intervista, Francesca si spoglia dei numeri per rivelare la lei dietro lo schermo: una giovane imprenditrice di sé stessa che ha fatto dell’umiltà e della veracità del Sud la sua arma più potente.
Se domani TikTok smettesse di esistere e dovessi raccontare chi sei a qualcuno che non sa cosa sia un "follower", quali sarebbero le prime tre parole che useresti?
R: «Se domani TikTok si spegnesse e dovessi spiegarmi a chi non mastica il linguaggio dei follower, tornerei alle origini. Le mie prime parole sarebbero le stesse che usavo prima che i social diventassero centrali. Fino al 2020, infatti, la mia presenza online era minima; la vera svolta è arrivata dopo il Covid. Spogliata dai numeri, la mia identità poggia su tre pilastri: determinazione, rispetto e quell’umiltà che ho sempre cercato di mantenere come tratto distintivo, oggi come allora».
Ogni tuo video inizia con un consiglio. Ma qual è il consiglio che hanno dato a te e che, col senno di poi, è stato il più sbagliato della tua vita?
R: «Nella mia vita ho scelto di ascoltare tutti, ma col tempo ho imparato a non seguire quasi nessuno. Il consiglio più sbagliato che mi sia mai stato dato? Quello di accontentarmi. Mi dicevano: 'Stai bene così, accontentati di ciò che hai', sia nel privato che nel lavoro. Per me è stato un errore colossale: non ho mai permesso che il limite degli altri diventasse il mio».
Tu lavori ancora fisicamente in un negozio. Qual è la cosa che impari servendo i clienti "dal vivo" che un commento sotto un post non potrà mai insegnarti?
R: «Gestire una boutique di abiti da cerimonia mi consente di mantenere un equilibrio tra la dimensione digitale e quella reale. Trovo gratificante dividere le due sfaccettature della mia vita lavorativa perché il 'mondo fisico' mi restituisce un’empatia che lo schermo rischia di filtrare. Lavorare ogni giorno a contatto con le persone e le loro emozioni è ciò che più mi arricchisce a livello personale».
La tua forza è la schiettezza. Ma quanto costa, in termini di energia mentale, essere "sempre te stessa" quando sai che migliaia di persone sono pronte a giudicare ogni tua virgola?
R: «La mia schiettezza è un’arma a doppio taglio: può piacere o meno. Quando ero più piccola, questo mio modo di essere mi creava dei complessi, perché non avevo ancora un carattere ben definito. Oggi, invece, accolgo ogni commento con serenità e, davanti a quelli negativi, resto indifferente. Sono fiera della persona che sono diventata e di ciò che trasmetto: non sto recitando una parte, sono semplicemente io, senza filtri».
Il tuo motto parla di essere "libera dalle apparenze". In un mondo (quello dei social) basato proprio sull'apparenza, come si fa a restare fedeli a questo principio senza diventare ipocriti?
R: «Considero i social come una vetrina, ma con una filosofia diversa. Di solito, in vetrina si espone l'abito migliore per attirare l’attenzione; io, invece, scelgo la libertà dalle apparenze. Non mostro solo il lato perfetto o quello che gli altri vorrebbero vedere. Mostro me stessa per non cadere nell’ipocrisia: credo che i social dovrebbero essere un luogo più pulito, lontano dagli stereotipi e più vicino alla realtà».
Quel saluto – il “Cià” – è diventato un brand. C'è mai un momento in cui quel personaggio ti sta stretto e vorresti solo sparire dai radar per un po'?
R: «Non ho mai provato il desiderio di ritirarmi dalla scena pubblica. Al contrario, apprezzo molto il rapporto che si crea con chi mi segue, specialmente quando il legame si sposta dal digitale al reale. La mia presenza online è stata un ponte che mi ha permesso di conoscere realtà e persone straordinarie. Non voglio sparire perché il confronto e lo scambio sono elementi fondamentali della mia vita e del mio modo di essere».
Partecipare a Are You The One? è un esperimento sociale. Cosa hai scoperto sulla Francesca "innamorata" o "pignola" che non sapevi prima di vederti attraverso le telecamere?
R: «A ventidue anni l’esperienza televisiva è stata un tassello importante. Oggi, a quasi ventisette anni, mi sento una persona diversa, più matura. Anche se non è lì che ho trovato l’amore, quel contesto è stato fondamentale per rimettermi in gioco e ritrovare il mio carattere: pignolo, preciso, attento ai dettagli. È stata un'avventura che rifarei, perché mi ha aiutato a capire meglio chi sono».
Quanto conta la tua terra nella tua narrazione? Pensi che il tuo successo sia dovuto anche a quella "veracità" tipica del sud che oggi il web cerca disperatamente?
R: «Le mie radici sono il pilastro della mia personalità. Devo molto alla mia famiglia e alla libertà espressiva con cui sono cresciuta qui al Sud. C’è un tratto distintivo nel nostro modo di porci: una comunicazione schietta, priva di filtri e ricca di sfumature. Essere del Sud per me significa proprio questo: saper parlare alle persone in modo diretto, portando con sé quel calore e quel colore che ci contraddistinguono».
Spesso si pensa che gli influencer siano sempre circondati da persone. Qual è il momento della giornata in cui ti senti più sola e di cosa hai bisogno in quel momento?
R: «Il mondo della popolarità digitale è spesso popolato da ombre. Si dice che gli influencer siano circondati da molte persone, ma la realtà è che molti si avvicinano solo per ambizione personale o per una forma di opportunismo, senza nutrire una stima reale. Io ho imparato a riconoscere queste dinamiche: mi sono protetta coltivando i rapporti nati prima dell’esposizione social. La solitudine? Non la soffro. Anzi, a volte la cerco la sera, dopo il lavoro, per ricaricarmi. Ma non potrei mai definirmi sola: ho una madre presente, una migliore amica che è il mio punto fermo e affetti autentici che mi tengono ancorata alla realtà».
Tra dieci anni, preferiresti essere ricordata come una pioniera dei contenuti digitali o come una donna d'affari che ha usato i social solo come un trampolino per qualcosa di fisico e tangibile?
R: «Guardando al futuro, tra dieci anni spero di non aver tradito la fiducia di chi mi segue. Il mio obiettivo è mantenere intatti i valori di oggi: l'umiltà e la coerenza delle mie idee. Sto lavorando per evolvermi: voglio essere una business woman che ha saputo usare i social come trampolino per costruire qualcosa di concreto. Il mio brand non dovrà avere successo solo perché porta il nome di Francesca Ratti, ma perché sarà capace di offrire qualcosa di realmente utile e di valore. Voglio che la mia firma sia sinonimo di qualità, oltre la popolarità».

