De Villepin. Il diplomatico che nutre di saggezza la politica francese
ROBERTO BERLOCO - Se è vero che, in Europa, a folla sono le voci che si levano per invocare un corso diverso per la storia contemporanea, afflitta com’è da guerre in atto e da turbolenze capaci di mettere a rischio l’integrità economico-finanziaria del pianeta, è altrettanto sicuro che rare sono quelle che possano parlare con la dotta coscienza che viene dall’esatta misura degli eventi rilevanti e con il titolo che emerge dall’abbondanza di anni trascorsi a maturare il senso di quegli eventi. Tra queste, che sono infine le più utili per quell’opinione pubblica giustamente affamata di verità, c’è Dominique De Villepin.
Nato a Rabat, in Marocco, il 14 Novembre del 1953, De Villepin studia e si forma come Ambasciatore dello Stato francese. Il suo ingresso nel Corpo diplomatico del Paese che fu del Generale Charles De Gaulle, risale ai primi anni ’80 del secolo scorso.
La presenza di De Villepin in politica comincia a farsi notare sotto la presidenza di Jacques Chirac, al quale, da diplomatico non solo di professione ma pure di talento, si lega per una collaborazione leale e proficua nel tempo.
All’attivo istituzionale, De Villepin vanta un’esperienza di Ministro degli Esteri a partire dal 2002, un’altra di Ministro degli Interni nel 2004, infine di Primo Ministro dal 31 Maggio 2005 al 15 Maggio 2007.
Con l’ingresso di Nicolas Sarkozy all’Eliseo e dopo un’esperienza di proposta partitica nel 2010 con la formazione “Repubblica Solidale”, si assisterà al suo ritiro dalla vita pubblica francese, anche se la sua voce rimarrà tra le più ascoltate e apprezzate nelle trasmissioni televisive d’opinione - ed è tutt’ora così!
Di anima politica dichiaratamente gollista, con l’animo per una Francia solidale e umanista, la linea di De Villepin si è conservata sempre chiara e coerente anche durante i lunghi anni di Macronismo. Una posizione sempre ferma e di piglio energico, ma lontana, al tempo medesimo, dalle prese di ferro della Destra estrema e dai registri verbali della Gauche.
Il merito principale di De Villepin, durante questi giorni così turbolenti, sta nel contribuire vigorosamente a tener sveglia la coscienza dei Francesi e degli Europei sul dato dei reali intenti degli Stati Uniti d’America nel contesto dello scenario mondiale.
Una voce assolutamente qualificata, la sua, in quanto di chi non solo proviene dalla diplomazia, ma n’è stato a capo, e, tutt’ora, in grazia di una esperienza vasta, solida, riconosciuta e ineccepibile, vi svolge il delicato ruolo chiave di formare i suoi futuri professionisti.
Nella sua visione, le operazioni della NATO - sotto guida o impulso USA - in Medioriente, o, più genericamente, in Asia, non possono che innescare la proliferazione di sentimenti d’avversità che, riversandosi nel continente europeo, in ispecie sul territorio dei Paesi alleati, finiscono per tramutarsi in caos e sanguinari atti di terrorismo.
Partendo dalla guerra in Iraq, sulla quale De Villepin, da Ministro degli Esteri nel Governo Raffarin, nel corso di un Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite avvenuto nel 2004, aveva espresso forti riserve non solo sulla partecipazione europea, ma sull’opportunità stessa dell’operazione in sé, per le implicazioni di riflesso che avrebbe comportato anche con una schiacciante vittoria sul campo. Una posizione, la sua, che si rivelerà quanto mai profetica nel lungo andare, ma di cui nessun attore politico europeo seppe - e, ad oggi, sa - trarre frutto.
In questo quadro, è l’America che spicca per fondamentale responsabilità. Sempre restando in tema delle Guerre del Golfo, fu infatti Washington ad accendere la miccia dell’azione bellica contro il Paese erede dell’antica Mesopotamia, malgrado gli ispettori ONU andassero accertando la totale assenza di armi di distruzione di massa.
“Proprio mentre le ispezioni davano risultati negativi” - ricorda infatti De Villepin - “gli Stati Uniti scelsero di procedere verso la guerra, per riaffermare una logica di potenza e di forza”.
Che gli USA “trattino tutti come nemici da sottomettere, compresi gli Alleati, ai quali non è dato di discordare dagli ordini di Washington”, non era una novità - perlomeno per le coscienze vigili dell’opinione pubblica europea - ma che a chiarirlo, con l’energia dovuta, fosse un uomo di alta istituzionalità come De Villepin durante una intervista della Rai resa l’anno scorso, ha rappresentato una importante conferma.
“La vassalizzazione, la sottomissione dell’Europa è un rischio reale” - mette in guardia De Villepin. Un rischio per Paesi europei liberi e usciti vittoriosi oppure neutrali dalla Seconda Guerra Mondiale, una realtà invece già carne da quelli sconfitti, vale a dire Italia e Germania, per le quali reggono ancora oggi le pesanti condizioni imposte negli anni del Dopoguerra.
Proprio come alla maniera dello scampanìo dell’unica chiesa di un villaggio di montagna, la voce dello statista transalpino si fa udire sul tema chiara e nitida da chiunque abbia orecchie per ascoltare. Di solito una nutrita massa in Francia, poche isole di coscienza in Italia.
E l’anno scorso, proprio da questa un importante riconoscimento. De Villepin riceve il Premio “Nonino”, che pone a risalto la sua “figura di intellettuale lucido, impegnato nella ricerca di soluzioni diplomatiche e nella difesa del diritto internazionale nel contesto dei conflitti attuali”.
“L’Ordine del 1945 è morto! Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite è paralizzato! L’Ordine del 1991, nato dopo la caduta dell’Unione sovietica, è morto!”. Parole forse assai dure, finanche lapidarie, ma vere e assolutamente incontestabili.
Si badi, però! De Villepin non nega l’uso della forza militare per la soluzione dei conflitti, purché sia un estremo rimedio, e, comunque, accompagnato da una “visione politica”, una ampia e prospettica, che abbia per scopo fondale e peso determinante la concordia tra le nazioni, ma, soprattutto, il rispetto dei principi del diritto internazionale. Un concetto, questo qui, apparentemente già noto e acquisito alla cultura giuridica della modernità contemporanea, in realtà davvero un lontano traguardo, considerando lo spettacolo indegno trasmesso di questi tempi dalle superpotenze mondiali, gli USA in testa.
“Quando ascoltiamo la Banca Centrale Europea” - spiega - “affermare che bisogna comprare più armamenti americani, o quando Ursula von Der Leyen dice che gli Europei debbono acquistare più gas di scisto a stelle e strisce, si comprende chiaramente che il pericolo non è solamente l’annullamento dell’Europa, ma insieme il rinnegamento di ciò che siamo, il tradimento della nostra essenza. L’Europa si è costruita infatti sullo Stato di Diritto, sul rispetto delle regole, vale a dire l’esatto contrario del modello di forza e potenza che oggi l’America porta avanti con sempre maggiore aggressività”.
Di qui, le indicazioni che De Villepin propone alla maniera salvifica e provvidenziale dell’autentico statista, colui che, cioè, non solo tiene a cuore le sorti del proprio Paese, ma sa guardare al miglior futuro di questo, delineando con chiarezza prospettive e soluzioni nel breve come nel lungo termine.
“Primo: acquisire totale sovranità in materia di difesa. Non possiamo continuare ad affidarci all’illusione della garanzia di sicurezza americana”.
“Secondo: creare campioni industriali europei, invece di celebrare la libera concorrenza, che siamo gli unici a rispettare, mentre tutti gli altri adottano misure protezionistiche”.
“Terzo: raggiungere autonomia tecnologica, perché la tecnologia sta fornendo agli USA una posizione di tale superiorità da permettere loro un controllo illimitato sull’Europa, che diventerebbe neppiù che un mercato sotto il loro dominio, con gli Europei destinati a diventare individui monetizzati e con i dati personali in proprietà delle grandi multinazionali statunitensi”
“Quarto: rendere salda e inviolabile l’identità culturale europea, nutrita da una storia di migliaia di anni e ricchissima di tradizioni, valori e umano sacrificio”.
“Quinto: puntare sulla coscienza dei giovani di cittadinanza europea, i quali hanno ormai preso coscienza della sfida ecologica e stanno riconoscendo, con sempre maggiore chiarezza, di che pasta siano fatti gli Stati Uniti, che non vogliono più saperne del bene comune globale, sottoponendo ad indifferenza gli accordi per il clima, ritirandosi ad esempio dagli Accordi di Parigi”.
Un quadro di obiettivi essenziali e per niente utopici, in cui se, da un lato, s’avverte il calco dell’ispirazione gollista, dall’altro con tutto che esprime perfettamente quanto le emergenze dell’Europa di questi giorni siano state avvertite nella loro reale gravità, e sia altrettanto intensa la volontà di porvi il rimedio che la saggezza impone. Una saggezza, stavolta, firmata Dominique De Villepin.
