Benvenuti alle 'Ricciarde' dove i frutti sono free
FRANCESCO GRECO - “Se rimarrà qualche grappolo, faremo il vino… “, scherza. L’uva Gerusalemme del suo pergolato è a disposizione di chi passa per la contrada “Ricciarde” (fra Montesardo e san Dana, sud Salento) e ha voglia di un grappolo maturo.
Ma anche, a seconda delle stagioni, dei fichi, le pesche, albicocche, gelsi, melograne, nespole, susine, fichidindia, etc. Tutto quello, insomma, che cresce e matura nel giardino di mesciu Giuseppe “Peppino” Del Casale (in foto).
A novembre toccherà il traguardo delle 90 primavere. Per tutta la vita ha fatto l’intonacatore, lavorando 12-14 ore al giorno. Anche la sera, accendendo una lampada per vedere. La gente se lo contendeva, è bravissimo. Ha mantenuto la famiglia, moglie e 4 figli. Fra i suo nipoti: un ingegnere nucleare impegnato negli USA e una dottoressa che lavora al Policlinico di Roma.
Come tutti gli uomini del Sud, anche mesciu Peppino ha il senso sacro della vita, vissuta come mission e come dono, non solo, ma antropologicamente multitasking, cioè fa più lavori, il contadino incluso per dna, radici, ancoraggio al paesaggio mediterraneo.
Coltiva la terra ereditata dai suoi antenati, in sintonia con la Natura, la sua energia ancestrale, i ritmi, i riti e i miti.
Ora, in pensione, riposte le cucchiare (spatole) e la conza (malta), si dedica a tempo pieno e intensamente alla sua terra.
Cura con affetto alberi e piante, ne mette a dimora di nuovi: un fico trovato fra le sterpaglie di S. Maria di Leuca, un nespolo, un albicocco, etc.
Filosofeggia: “Lo faccio anche per far trovare la vita a chi verrà dopo di noi… Se dai 5 la Natura ti restituisce 100…”.
Un gatto nero tiene sotto controllo il paesaggio, chi passa, chi si ferma in contrada “Capidiceddu”.
“I frutti sono a portata di mano del popolo, di chi passa e si vuole servire…”, aggiunge mentre riempie di acqua fresca la scodella per l’animale assetato.
In un mondo dove si alzano muri a difesa della proprietà, dove si finisce in tribunale per uno sconfinamento di venti centimetri e ovunque si intrecciano telecamere, fotocellule, sensori e quant’altro la tecnologia mette a disposizione per la sicurezza, se trova qualcuno (anche turisti) con i frutti del suo giardino in mano è contento, gliene dà altri, lo invita a tornare.
Siamo all’inizio di qualcosa di nuovo, la relativizzazione della proprietà privata, la condivisione dei frutti della terra? Di una nuova epoca?
E’ presto per dirlo, meglio non fare conclusioni affrettate. Ma certamente è qualcosa di spiazzante, di inaspettatto, di estremamente simbolico e significativo.
Mesciu Peppino conclude con un rimpianto: “Si sta perdendo la conoscenza… Non riusciamo più a capire il linguaggio della Natura… E’ colpa anche mia, della nostra classe: non riusciamo a dire tutto quello che sappiamo alle nuove generazioni…”.
E un’ultima goccia di elisir filosofico: “La nostra povertà era la nostra ricchezza…”.
Meglio di Socrate e Confucio e le loro scuole.

