De Santis e Minerva al ministro Valditara: «Il rispetto non si scrive in una linea guida, si insegna. E si insegna prima»
BARI – «Il rispetto non si scrive in una linea guida, si insegna. E si insegna prima». È il messaggio contenuto nella lettera aperta indirizzata al ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, dal segretario regionale del Partito Democratico e consigliere regionale Domenico De Santis e dal capogruppo del Pd in Consiglio regionale Stefano Minerva, intervenuti sul tema dell’educazione all’affettività e della prevenzione della violenza.
La lettera arriva dopo la replica del ministro alle posizioni espresse dai due esponenti dem, accusati da Valditara di fare «squallida e disinformata propaganda politica». De Santis e Minerva rispondono ponendo al centro della discussione il tema della prevenzione.
«Quanto prima dobbiamo arrivare? Perché questo è il punto che nella sua replica continua a sfuggire – scrivono rivolgendosi al ministro –. La prevenzione non è una parola inserita in una Linea guida. È un tempo. E quel tempo è prima».
Secondo i due esponenti del Pd, l’educazione al rispetto non può limitarsi alla semplice enunciazione di un principio all’interno delle Linee guida per l’Educazione civica. «Educare all’affettività – sottolineano – significa accompagnare bambini e ragazzi nella conoscenza delle emozioni, dei confini, del consenso, della parità, delle relazioni, della gestione del rifiuto e del conflitto».
Un percorso che, secondo De Santis e Minerva, dovrebbe iniziare già negli anni della formazione, fornendo ai giovani gli strumenti per riconoscere e gestire emozioni e relazioni prima che possano trasformarsi in dinamiche di possesso o sopraffazione.
Nella lettera viene inoltre sottolineato il ruolo della scuola, soprattutto nei contesti familiari e sociali più fragili. «Non vogliamo sostituire la scuola alle famiglie – affermano – vogliamo che la scuola faccia esattamente ciò per cui la Repubblica l’ha costruita», evitando che il futuro di un bambino dipenda esclusivamente dal contesto familiare nel quale nasce.
«Ci sono bambini che a casa trovano dialogo, ascolto, rispetto e strumenti – prosegue la lettera – ma ce ne sono altri che crescono dentro la violenza, la sopraffazione, il silenzio». E ancora: «Ci sono ragazzi che vivono in territori fragili, in famiglie attraversate dalla marginalità, dalla criminalità o perfino dalla cultura mafiosa».
Da qui la domanda rivolta a Valditara: «A quei bambini cosa diciamo, Ministro? Che l’educazione spetta esclusivamente alla famiglia? E se è proprio la famiglia il luogo nel quale hanno imparato la legge del più forte, chi insegnerà loro che esiste un altro modo di stare al mondo?».
Per De Santis e Minerva, la scuola deve poter rappresentare proprio quel luogo nel quale bambini e ragazzi imparano che un conflitto può essere affrontato senza violenza, che una donna non appartiene a un uomo e che amare significa innanzitutto riconoscere la libertà dell’altro.
Nella lettera viene poi richiamata la vicenda di Giulia Cecchettin e il messaggio lanciato dal padre Gino, che dopo la tragedia ha chiesto alle istituzioni di «arrivare prima» attraverso l’educazione.
«Noi, con il consigliere Donato Metallo, primo firmatario della legge sulla “scuola d’amore”, quella richiesta l’abbiamo ascoltata e continueremo ad ascoltarla», scrivono i due esponenti del Pd, ribadendo la necessità di investire nella prevenzione.
La lettera affronta anche il dibattito politico sul cosiddetto «patriarcato mediterraneo», espressione recentemente riemersa nel confronto pubblico della destra italiana. Per De Santis e Minerva, «le parole politiche costruiscono immaginari, legittimano modelli» e contribuiscono a definire ciò che diventa socialmente accettabile.
«Il problema non è soltanto cosa insegniamo nelle scuole ma quale Paese stiamo insegnando ai nostri figli», affermano.
Gli esponenti pugliesi rivendicano quindi la scelta della Regione di puntare sull’educazione come strumento di prevenzione: «La Puglia ha scelto di credere che educare significhi prevenire. Che il rispetto non sia un capitolo burocratico dell’Educazione civica ma una competenza fondamentale della vita».
Nessuna contrapposizione, spiegano, dovrebbe essere posta tra Governo e Regioni quando si parla di prevenire la violenza e proteggere i giovani. «Se un progetto pugliese può aiutare un solo ragazzo a riconoscere la violenza prima di esercitarla, una sola ragazza a riconoscerla prima di subirla, un solo bambino a capire che ciò che vede dentro casa non è necessariamente ciò che dovrà diventare, quel progetto non è “tardivo”. È necessario».
La conclusione della lettera è un appello alla responsabilità delle istituzioni: «Quando si parla dei nostri ragazzi, nessuna istituzione dovrebbe chiedersi “a chi compete?” prima di chiedersi “cosa possiamo fare ancora?”».
«Lei può chiamarla propaganda, noi la chiamiamo responsabilità – concludono De Santis e Minerva –. Governare significa certamente intervenire quando qualcosa accade, ma educare significa provare a fare in modo che non accada. La differenza tra le due cose è esattamente la distanza che passa tra commemorare una vittima e provare a evitare la prossima. E noi, Ministro, abbiamo scelto da che parte stare».
La lettera arriva dopo la replica del ministro alle posizioni espresse dai due esponenti dem, accusati da Valditara di fare «squallida e disinformata propaganda politica». De Santis e Minerva rispondono ponendo al centro della discussione il tema della prevenzione.
«Quanto prima dobbiamo arrivare? Perché questo è il punto che nella sua replica continua a sfuggire – scrivono rivolgendosi al ministro –. La prevenzione non è una parola inserita in una Linea guida. È un tempo. E quel tempo è prima».
Secondo i due esponenti del Pd, l’educazione al rispetto non può limitarsi alla semplice enunciazione di un principio all’interno delle Linee guida per l’Educazione civica. «Educare all’affettività – sottolineano – significa accompagnare bambini e ragazzi nella conoscenza delle emozioni, dei confini, del consenso, della parità, delle relazioni, della gestione del rifiuto e del conflitto».
Un percorso che, secondo De Santis e Minerva, dovrebbe iniziare già negli anni della formazione, fornendo ai giovani gli strumenti per riconoscere e gestire emozioni e relazioni prima che possano trasformarsi in dinamiche di possesso o sopraffazione.
Nella lettera viene inoltre sottolineato il ruolo della scuola, soprattutto nei contesti familiari e sociali più fragili. «Non vogliamo sostituire la scuola alle famiglie – affermano – vogliamo che la scuola faccia esattamente ciò per cui la Repubblica l’ha costruita», evitando che il futuro di un bambino dipenda esclusivamente dal contesto familiare nel quale nasce.
«Ci sono bambini che a casa trovano dialogo, ascolto, rispetto e strumenti – prosegue la lettera – ma ce ne sono altri che crescono dentro la violenza, la sopraffazione, il silenzio». E ancora: «Ci sono ragazzi che vivono in territori fragili, in famiglie attraversate dalla marginalità, dalla criminalità o perfino dalla cultura mafiosa».
Da qui la domanda rivolta a Valditara: «A quei bambini cosa diciamo, Ministro? Che l’educazione spetta esclusivamente alla famiglia? E se è proprio la famiglia il luogo nel quale hanno imparato la legge del più forte, chi insegnerà loro che esiste un altro modo di stare al mondo?».
Per De Santis e Minerva, la scuola deve poter rappresentare proprio quel luogo nel quale bambini e ragazzi imparano che un conflitto può essere affrontato senza violenza, che una donna non appartiene a un uomo e che amare significa innanzitutto riconoscere la libertà dell’altro.
Nella lettera viene poi richiamata la vicenda di Giulia Cecchettin e il messaggio lanciato dal padre Gino, che dopo la tragedia ha chiesto alle istituzioni di «arrivare prima» attraverso l’educazione.
«Noi, con il consigliere Donato Metallo, primo firmatario della legge sulla “scuola d’amore”, quella richiesta l’abbiamo ascoltata e continueremo ad ascoltarla», scrivono i due esponenti del Pd, ribadendo la necessità di investire nella prevenzione.
La lettera affronta anche il dibattito politico sul cosiddetto «patriarcato mediterraneo», espressione recentemente riemersa nel confronto pubblico della destra italiana. Per De Santis e Minerva, «le parole politiche costruiscono immaginari, legittimano modelli» e contribuiscono a definire ciò che diventa socialmente accettabile.
«Il problema non è soltanto cosa insegniamo nelle scuole ma quale Paese stiamo insegnando ai nostri figli», affermano.
Gli esponenti pugliesi rivendicano quindi la scelta della Regione di puntare sull’educazione come strumento di prevenzione: «La Puglia ha scelto di credere che educare significhi prevenire. Che il rispetto non sia un capitolo burocratico dell’Educazione civica ma una competenza fondamentale della vita».
Nessuna contrapposizione, spiegano, dovrebbe essere posta tra Governo e Regioni quando si parla di prevenire la violenza e proteggere i giovani. «Se un progetto pugliese può aiutare un solo ragazzo a riconoscere la violenza prima di esercitarla, una sola ragazza a riconoscerla prima di subirla, un solo bambino a capire che ciò che vede dentro casa non è necessariamente ciò che dovrà diventare, quel progetto non è “tardivo”. È necessario».
La conclusione della lettera è un appello alla responsabilità delle istituzioni: «Quando si parla dei nostri ragazzi, nessuna istituzione dovrebbe chiedersi “a chi compete?” prima di chiedersi “cosa possiamo fare ancora?”».
«Lei può chiamarla propaganda, noi la chiamiamo responsabilità – concludono De Santis e Minerva –. Governare significa certamente intervenire quando qualcosa accade, ma educare significa provare a fare in modo che non accada. La differenza tra le due cose è esattamente la distanza che passa tra commemorare una vittima e provare a evitare la prossima. E noi, Ministro, abbiamo scelto da che parte stare».
