Errare è umano, ma perseverare nell’errore? Una riflessione su Biagio Caldarelli
SANTA FIZZAROTTI SELVAGGI - Signori e Signore,
ho letto con grande attenzione il titolo della retrospettiva “Errare è umano”, dedicata all’artista pugliese Biagio Caldarelli (Bari, 1951-1999), che ho seguito per molti anni.
La retrospettiva, curata da Paola Marino, è stata realizzata in collaborazione con la Galleria Valentina Bonomo presso la Pinacoteca Metropolitana Corrado Giaquinto.
Nel comunicato stampa si legge che “L’esposizione si sviluppa tra il salone del Colonnato del Palazzo della Città Metropolitana e la Pinacoteca, con oltre 160 opere riunite in un percorso ampio e organico. La mostra attraversa le diverse fasi della ricerca di Caldarelli, mettendo in luce la varietà di tecniche, linguaggi e influenze che hanno caratterizzato la sua breve ma intensa carriera.
Una sezione speciale è dedicata al confronto ideale con Francesco Netti, con tre opere del ciclo “Coro greco” e la serie “Teorie” di Caldarelli, ispirate alla “Tomba delle danzatrici” della necropoli di Ruvo di Puglia.
Il titolo della mostra è tratto da un’opera dell’artista ed evoca una ricerca intellettuale fondata sulla conoscenza, sulla contaminazione e sulla libertà creativa, con spazio anche per l’ironia, il gioco e la meraviglia. “Nel corso dell’esposizione sarà realizzato un catalogo ragionato dedicato alla sua opera.”
Sarà proiettato, come annunciato da Valentina Bonomo, anche un video che tempo addietro ho curato per Caldarelli in collaborazione con Angela Campanella.
Il titolo è abbastanza inquietante poiché riguarda la condizione umana: non a caso trattasi dell’“errore”, ma afferma un’antica affermazione: “Errare è umano, ma perseverare è diabolico”. E nella nostra città a volte si persevera nell’“errore” e nelle “dimenticanze”… (cfr. S. Freud) in nome di poteri e orizzonti non ben definiti.
Non a caso apprendiamo dal Web che la locuzione latina “è un assioma filosofico con il quale si cerca di attenuare una colpa, un errore, una caduta morale. Già nella letteratura classica si possono trovare alcuni precedenti in Livio (Storie, VIII, 35): “Venia dignus est humanus error” (“ogni errore umano merita perdono”), e Cicerone: “Cuiusvis est errare: nullius nisi insipientis, in errore perseverare” (“è cosa comune l’errare; è solo dell’ignorante perseverare nell’errore”).
La prima fonte cristiana che sta alla base di questa frase è però Sant’Agostino d’Ippona che nei suoi Sermones (164, 14) afferma: Humanum fuit errare, diabolicum est per animositatem in errore manere (“cadere nell’errore è stato proprio dell’uomo, ma è diabolico insistere nell’errore per superbia”). Il significato è chiaro: è normale che l’errore avvenga, ma dall’accettazione dell’umana debolezza non bisogna trarre motivo per continuare nella trascuratezza, bensì fare esperienza degli errori commessi per evitarli il più possibile. E molte energie intellettuali nella nostra città sono, per così dire, oscurate o perlomeno trascurate…
Ed è così che probabilmente, data la società dalla superficie liquida del nostro tempo, come scrive il sociologo Z. Bauman, non ci si sofferma abbastanza quando si pronunciano le parole: non si considera, infatti, che la parola inventa il mondo, sia di tenebre che di luce, scatena le guerre, genera amicizia e amore, se pur sempre oggi più raramente.
La società liquida è un concetto che sottolinea una condizione in cui si sono vanificati i punti di riferimento stabili: tutto è instabile e precario e la parola ha perso in parte quella pregnanza contrattuale che aveva, per cui sempre più “l’Errore” come tale induce al passaggio all’atto.
Trattasi, il mio, di un discorso generale.
Come si sa ed è ben noto, mi sono sempre occupata di psicoanalisi e dei linguaggi delle arti, in modo particolare delle arti pittoriche e grafiche, essendo io stessa un calcografico: ho conosciuto Biagio Caldarelli quando mi occupavo come critico d’arte della Galleria Bonomo, su invito di Marilena Bonomo, che mi presentò a Lucia Spadano, direttrice della rivista Segno, perché forse a Bari era difficile allora come ora poter occuparsi di arte sui quotidiani!
E grazie a Marilena Bonomo ho lavorato su tutto il territorio nazionale, ho incontrato Achille Bonito Oliva e ho seguito Biagio Caldarelli con grande attenzione, producendo, come innanzi scritto, anche un video con la collaborazione di Pasquale Leccese e della generosa, leale e brava scrittrice e video maker Angela Campanella.
E di Caldarelli, nel corso degli anni Ottanta-Novanta, così ho scritto: “Nelle opere di Biagio Caldarelli la pittura vede l’immagine sognata. L’artista si affida alla forza dell’immaginazione e stabilisce una comunicazione erotica con l’essenza del linguaggio. Creature alate e flessuose, oggetti e rappresentazioni oniriche animano le grandi tele brulicanti di silenzi, pause, voci e parole sussurrate.
Narrazioni fatate, a tratti maliziose, intrise di simbolismi e di tenere promesse, manifestano il mondo interno dell’artista sempre molto attento ai meccanismi percettivi, alle illusioni ottiche, alle piccole trasgressioni che gli garantiscono il senso del suo esistere nel mondo. Biagio Caldarelli affronta le sue ambiguità e le sue contraddizioni sconvolgendo le leggi prospettiche, i piani della visione, le aspettative comuni e consuete. Miti pagani e rituali ossessivi sottendono gran parte dei lavori dell’artista alla ricerca del giardino magico nascosto nell’inconscio.” (Cfr. Il luogo amato dell’arte, Schena Editore)
Avendo personalmente una professionalità dedita alla conoscenza della psiche umana, so bene che cosa vuol dire errare, che non può essere uno slogan né può essere assunto in modo superficiale.
Si può commettere l’errore e l’errore può essere una devianza o comunque un errare in un mondo diverso: errare è umano, ma se si persevera vuol dire che esiste una coazione a ripetere e che il problema non è risolto.
Leggo anche che trattasi di rivisitare artisti dimenticati. Ma io non ho mai dimenticato gli artisti di Puglia, abbandonati invece da altri in una sorta di palude della dimenticanza. Io li ho ripresi in diversi momenti e sempre per veri motivi culturali legati alla storia e al valore edificante dell’arte.
“La realtà è che l’epoca digitale – che si sia famosi o meno – ha modificato il nostro rapporto con l’errore. E lo ha fatto in un modo sistematico e profondo. Tanto che si potrebbe rivedere il classico adagio “errare humanum est, perseverare autem diabolicum”, constatando che quando l’errore si digitalizza, ed entra nell’ecosistema interconnesso, diventa diabolico anche senza la proverbiale perseveranza. Basta la prima caduta a far scatenare reazioni di stigma intense e spietate”, afferma Bruno Mastroianni.
Ma questa locuzione usata per Biagio nasconde un grande sottinteso e cioè: che dagli errori si impara e si può cambiare rotta, un’occasione per rivelare i desideri nascosti dell’inconscio e trasformare gli errori in nuove opportunità che siano però sempre alla luce del sole e insegnamento per tutti.
