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venerdì, luglio 21, 2017

Proverbi e detti calabresi raccolti da Rocco Matarozzo

di VITTORIO POLITO - Il proverbio, com’è noto, è una frase breve, frutto di una verità proveniente da esperienze per confermare un’argomentazione. C’è incertezza sull’origine della parola “proverbio”, sta di fatto che ha molti sinonimi: sentenza, adagio, aforisma, motto, che coincidono perfettamente con il suo significato. Insomma il proverbio è una regola generale che conferma un fatto naturale, meteorologico, somatico, ecc. Si possono anche fare previsioni, come ad esempio «Rosso di sera, buon tempo si spera». Discutendo con i nostri figli, abbiamo l’abitudine di fare paragoni, solitamente li facciamo ad arte, per stimolarli ed educarli a scopo formativo e morale, da qui anche la massima «L’erba del vicino è sempre più verde?».

Il Vocabolario Treccani, definisce il proverbio un breve motto, di larga diffusione e antica tradizione, che esprime in forma stringata e incisiva, un pensiero o, più spesso, una norma desunta dall’esperienza. Essi rappresentano quadretti di vita vissuta o immagini correnti della realtà sociale e sono espressione della saggezza popolare. Anche la Bibbia ne parla in uno dei libri dell’Antico Testamento intitolato appunto «Proverbi» nel quale designa «…un genere letterario comprendente poemi dal contenuto religioso e morale, satire, discorsi nei quali predomina l’elemento comparativo, oracoli, sentenze popolari, massime…». La scienza, invece, attraverso la paremiologia, si interessa allo studio dei proverbi, soprattutto come espressione dell’animo e del costume popolare.                                        

Un signore che ha iniziato a lavorare appena maggiorenne - all’epoca quello diceva la legge - come assistente sociale e poi si è laureato in filosofia ed è stato anche ispettore di vigilanza dell’Inps non può che nascere a Laureana di Borrello (Comune in provincia di Reggio Calabria da me mai sentito nominare prima di averlo letto sul retro di copertina del volume di Rocco Salvatore Matarozzo “Proverbi e detti calabresi”).

La cosa che mi ha favorevolmente impressionato è che viene pubblicato da Levante editori nella collana ‘Bibliotechina di Tersite’ e che viene menzionato il direttore di collana Francesco De Martino, la qual cosa non sempre è avvenuta nei 56 volumi finora pubblicati.  Non mi sto facendo i fatti miei?  Matarozzo, da collega pubblicista, ha inteso dove voglio andare a parare.  Potrei  a questo punto ricorrere a proverbi tipo: “Dimmi con chi vai e ti dirò chi sei”, “Il diavolo fa le pentole ma non i coperchi”, ma dal momento che “A buon intenditore poche parole” e mi onoro di aver conosciuto personalmente  - non cito l’evento, per non dare fiato alle ‘malelingue - Rocco Salvatore Matarozzo e il suo contagioso sorriso, unito a quel fare conciliante, affinato in anni di pratica sindacale, per cui  vi regalo un proverbio di mio nonno “Un sorriso costa meno dell’elettricità, ma dona più luce”. Ciò premesso proverò a raccontarvi di questo libro ‘Proverbi e detti calabresi’ raccolti e commentati da Matarozzo, che si avvale - tanto per ‘volare alto’ - di una meticolosa e ‘agguerrita’ presentazione del professore, avvocato, docente di Diritto del Lavoro dell’Università di Bari, Gaetano Veneto.

Il lavoro di Matarozzo riferisce consuetudini ed usi della sua terra, una delle più antiche di vita e civiltà, “contaminata” da cultura, usi e tradizioni di altre “terre” del nostro Paese, grazie proprio al fatto che in Italia, malgrado il grande Padre Dante – scrive Veneto nella presentazione – nel Libro VI del Purgatorio, già amaramente parli della sua (e nostra) amatissima “serva Italia”, tanto frantumata e di “dolore ostello” per beghe, contrasti e voglie di potere di gruppi e gruppettini territoriali: si è, purtroppo, cominciato a parlare di Stato unitario solo oltre sei secoli dopo le parole del Sommo Poeta.

Ma torniamo ai proverbi: l’autore che per anni ha fatto ricerche e scavato nella memoria di amici calabresi per ricordare i detti e le frasi che usava sua madre, nel tentativo di evitare di realizzare una raccolta-doppione. Una bella fatica, quella di Matarozzo, nel cercare di mettere insieme proverbi simili sia nella costruzione e nelle parole, sia nei significati. Infatti, non ha cercato più proverbi possibili, ma quelli risalenti alla cultura ed alle tradizioni della Calabria, quanto meno quello di “estrarne” i significati reconditi, ordinandoli alfabeticamente e per argomento. Vediamone qualcuno: “Ama l’amicu toi cu’ i vizzi shoi” (Ama l’amico tuo con i vizzi suoi) – L’amico va rispettato come persona con i suoi vizi e le sue virtù, senza cercare di coartarlo nei suoi modi di essere; “Aprili, quando ciangji e quand’arridi” (Aprile, quando piange e quando ride) – Il tempo ad aprile non è sempre bello. Spesso è piovoso; Cu’ ‘ndavi cchjiù santi vva ‘mparadisu” (Chi ha più santi va in paradiso) – Le conoscenze e le raccomandazioni prevalgono sui meriti); “U’ toi e thoji, ‘o’ strhanu quandu pòji” (Il tuo ai tuoi, all’estraneo quando puoi) – Prima occorre provvedere ai propri cari e solo il di più va distribuito agli altri, agli estranei.

Ovviamente, il dialetto fa la parte del leone, in questo caso il calabrese, che fa largo uso della lettera “j”, quella consonante che qualcuno ha ipotizzato, a torto, di eliminare da quello barese.

In conclusione gran bel lavoro, quello di Matarozzo, che farà felice i suoi conterranei per aver messo a disposizione una ricca raccolta bilingue di proverbi, amabilmente e abilmente commentati, e che si avvale, insieme alla dotta prefazione di Gaetano Veneto, anche della presentazione di Francesco Fiordalisi, dermatologo presso il Policlinico di Bari, Presidente della “Famiglia Calabrese” di Bari e Sindaco di Montegiordano (CS).

martedì, luglio 18, 2017

Selvaggia Lucarelli il 20 luglio a Brindisi

BRINDISI - Nell’ambito della rassegna letteraria “ilSegnalibro –punto di lettura Estate 2017” organizzata dalla Feltrinelli point Brindisi con il patrocinio del Comune di Brindisi, giovedì 20 luglio, alle ore 21.00 presso il Giardino dell’ex convento Santa Chiara di Brindisi (a due passi dal Duomo), Selvaggia Lucarelli presenta “Dieci piccoli infami” edito da Rizzoli. A dialogare con l’autrice la giornalista Maria Di Filippo.

“Dieci piccoli infami” è un libro piccolo e infame. Piccolo perché suddiviso in dieci capitoli e infame perché ciascuno di essi è dedicato a una persona che ha contribuito all’infelicità dell’autrice. Sia stata infelicità di un solo giorno, di un anno o di tutta la vita. Una “blacklist” che comprende la migliore amica che tradì la sua fiducia dopo cinque anni, quelli delle elementari, di complicità ininterrotta e simbiosi pressoché totale; un parrucchiere anarchico, poco incline all’ascolto delle clienti e molto a gestire taglio e colore in assoluta libertà; il primo ragazzo a essersi rivolto a lei chiamandola gentilmente “signora”; un ex fidanzato soprannominato Mister Amuchina per la sua ossessione paranoide verso l’igiene e l’ordine, prima che un incidente ponesse provvidenzialmente fine all’asettica relazione; la suora che avrebbe voluto fare di lei la prima “Santa Selvaggia” della storia.

Sono solo alcuni dei personaggi inseriti da Selvaggia Lucarelli in questo libro, un girotondo di piccoli infami che, più o meno inconsapevolmente, l’hanno trasformata anche solo per pochi minuti in una persona peggiore. Non solo un libro, insomma, ma una resa dei conti con gli infami in cui si inciampa nella vita e anche un po’ con la nostra capacità di riderne e di perdonare. Selvaggia Lucarelli è scrittrice, editorialista per “Il Fatto quotidiano” e protagonista di numerosi programmi TV, tra cui Ballando con le stelle. È senza dubbio la donna più influente del web italiano, e forse anche la più temuta. Dai suoi profili social e sulla prima pagina del “Fatto” scrive con tagliente ironia di politica, media, costume e società. Nel 2014 ha pubblicato con Rizzoli il suo primo romanzo, "Che ci importa del mondo".

il Segnalibro – punto di lettura Estate 2017 è realizzato grazie al contributo di Discovery Brindisi - Caffè Fadi - Rotary club Brindisi - Fondazione Tonino Di Giulio - Ordine Architetti Brindisi - Automondo srl Peugeot - Grande Albergo Internazionale - Piazzetta Colonne ristorante - Titi Shipping - Tenute Rubino - Palazzo Virgilio. Media partner : Antenna Sud e Canale 85.

Il prossimo appuntamento in programma è per venerdì 21 luglio con Nicolai Lilin che presenta il suo ultimo libro edito da Einaudi “Favole fuorilegge”.

lunedì, luglio 17, 2017

L’andare per i luoghi del cinema di Iarussi

di LIVALCA - Negli anni che furono l’amico Paolo Caterino  da San Cipriano d’Aversa aveva perso la testa per una bellissima ragazza che lo sovrastava, in altezza, di ben venti centimetri. I due parlavano fitto fitto per lunghi minuti, ma non vi era nessuna prova concreta del loro stare insieme.  Fu Pino Moretta da Altamura, grande appassionato di cinema, che realizzò il tormentone ‘Paolo domani scadono i tre giorni per la risposta’, che chiaramente rifaceva il verso al famoso film della Wertmüller ‘ I basilischi’. Quando vedemmo la splendida ragazza in atteggiamento ‘confidenziale’ con un soggetto diverso dal nostro amico…intuimmo la scadenza naturale dell’evento.  Con Paolo e Pino spesso parlavamo di cinema (anche di attrici) e del loro sconfinato amore per Federico Fellini.   Io avevo apprezzato ‘La dolce vita’, ma non ‘8½’, nonostante ci fosse ancora Ennio Flaiano fra gli sceneggiatori. Salvavo solo la splendida, seducente, conturbante Claudia Cardinale, mentre Pino impazziva per Barbara Steele (…un nome, un ricordo, un sogno, non saprei…) e Paolo per Sandra Milo e Rossella Falck (per la serie le diversità attraggono!).

A distanza di tanti lustri devo dare ragione a Paolo perché vedeva la Wertmüller dei basilischi sulla stessa lunghezza di ‘cinepresa’ del Fellini dell’otto: faccio questa affermazione dopo aver letto, nel recente libro del giornalista Oscar Iarussi ‘Andare per i luoghi del cinema’, che la regista di ‘Pasqualino Settebellezze’ è stata aiuto-regista del Federico nazionale proprio per il film 8½.   Non posso a questo punto non ricordare l’amico Savino Capobianco che, a proposito del film 8½, diceva ‘voto immeritato’ rifacendosi ad un ‘nostro professore’ e, in genere, era solito dire ‘senza raccomandazione resti al palo’. Leggendo il testo di Iarussi vengo a sapere che la regista Lina era amica della moglie di Mastroianni e, quindi, fu presentata a Fellini ecc. ecc. Savino - in qualunque anfratto del firmamento ti sia nascosto per recuperare quella tranquillità affettiva spesso negatati su questa terra - sappi che avevi ragione solo in parte: anche senza raccomandazione ci si può allontanare dal palo.  Chiusa questa parentesi da ‘Radionorba’, mi rituffo nel volume di Iarussi edito da ‘il Mulino’, in una collana denominata «Ritrovare l’Italia».

Positivo che un brillante e famoso editore, con sede in Bologna, riconosca che sia giunto il momento di scendere dalla torre degli Asinelli e cercare di ‘ritrovare l’Italia’ e magari anche qualche ‘cavallo spirito libero’ che da Roma in giù ha cercato di ‘impressionare’ la pellicola pur sapendo che non sarà mai proiettata, per la serie non inizio di ‘rottamazione’ ma di ‘ricostruzione’.  San Petronio, vescovo italiano, e San Nicola, vescovo greco di Myra, ci invitano a prendere atto di una costante del cinema italiano: la relazione con i luoghi teatro dell’evento.

Nella meritoria opera di Iarussi si legge che a Torino debutta come attore nel 1939 un giovane di Torre Annunziata di nome Dino De Laurentiis ; il titolo del film è ‘ Troppo tardi t’ho conosciuta’  e viene diretto da tale Emanuele Caracciolo, che nel 1944 sarà tra le vittime delle Fosse Ardeatine (Questa ritengo voluta precisazione rende il libro più prezioso  : nel momento della gloria non vanno mai dimenticati gli eroi, loro malgrado, che hanno reso possibile a tutti noi una vita decorosa, comprensiva dell’andare… per cinema).  Scopriamo che Raf Vallone era di Tropea - sapevamo che aveva giocato nel Torino - e collaborava con la terza pagina dell’Unità, quando Pietro Germi lo chiamò per ‘Il cammino della speranza’ e conobbe sul set Elena Varzi, la futura moglie.

Al cospetto del Duomo De Sica ambienta Miracolo a Milano, che si avvale di una fantasiosa, creativa sceneggiatura di Cesare Zavattini, e, anni dopo, Luchino Visconti vi ambienta ‘Rocco e i suoi fratelli’, in cui uno sconosciuto Renato Salvatori conquista Annie Girardot, al punto da farne la compagna di vita.  Iarussi ci precisa che Abatantuono è nato a Milano, da padre di origini foggiane, e che la madre era guardarobiera del locale chiamato Derby. Si tratta di un Derby da leggere, dimenticando la squadra di appartenenza e pensando allo…spettacolo.

Sempre a Milano il regista Dino Risi gira ”Il vedovo” con Alberto Sordi, marito di una strepitosamente antipatica Franca Valeri, la quale al consorte che minaccia di aprire il gas e farla finita replica: “Tanto a te cosa costa? La bolletta la pago io!” Senza scomodare il sociologo De Masi - complimenti professore riesce ad andare contemporaneamente su più reti televisive e, per fortuna, mantiene lo stesso…’concetto’- diciamo che la battuta fa ridere, ma il soggetto della storia aveva chiari riferimenti al caso Ghiani - Fenaroli: una pagina non esaltante di cronaca nera.

Francesco Rosi  nel 1979 gira a Matera il suo ‘Cristo si è fermato  a Eboli’, che viene impreziosito da  una magistrale prova di Gian Maria Volonté ( attore di faccia, oltre che di voce), quella stessa antica Mateola  che è anche la città il cui ‘abbandono’ Togliatti definisce ‘vergogna nazionale’ nel 1948 e che l’Unesco nel 1993 definirà ‘patrimonio mondiale dell’umanità  (A tal proposito segnalo un prezioso libro di  Vito Maurogiovanni  ‘Gli anni della speranza : ricordi, attese, sogni di una città del sud’ con prefazione di Giovanni Caserta, un valente docente, profondo conoscitore della storia e della cultura lucana). Il libro di Iarussi ci regala una chicca, finora conosciuta solo dagli addetti ai lavori, che riguarda il regista Rosi: il suo film-favola ‘C’era una volta’ fu girato nel 1967 a Matera con gli attori protagonisti Loren e Sharif visti spesso ‘gironzolare’ fra i sassi; pellicola ispirata a ‘Lu cunto de li cunti’ di G. Basile, l’uomo che dovremmo definire ‘inventore’ di Cenerentola (per chi voglia approfondire Pino Aprile il referente).

Ho acquistato e letto in maniera molto veloce  - che non significa superficiale - tutti i libri scritti dai nostri politici in questi ultimi due anni a partire dal ‘Marziano a Roma’ di Marino, passare per ‘le riflessioni’ di Occhetto, Di Battista, Salvini, Letta, Prodi, e finire con il nostro Presidente Emiliano ( a mio parere il testo migliore, senz’altro frutto di un sapiente lavoro di marketing, ma che coinvolge al punto  di apparire piacevole  e sincero…la qual cosa da sola vale l’assoluzione ); mi manca quello del Presidente Renzi, appena uscito, con un titolo ‘AVANTI’  che darà pane ai nostri comici fino alle prossime politiche.  Ho una certezza, che definirei necessità, appena possibile dovrò rileggermi il testo di Iarussi perché, nonostante il cinema sia ‘fantasia’, il giornalista responsabile Cultura e Spettacoli della «Gazzetta del Mezzogiorno», ci descrive cose vere, avvenute in luoghi esistenti che fanno parte della storia partita dall’invenzione di Louis e Auguste Lumière: una cura disintossicante che consiglio a coloro che leggono libri…prima di scriverli o farli scrivere.

Una curiosità mi assilla: partendo dal presupposto che i libri di cui sopra difficilmente raggiungono vendite stellari, sarei desideroso di sapere, trattandosi della stessa casa editrice ‘ il Mulino’, tra l’«Andare per i luoghi del cinema» di Iarussi e il «Piano inclinato» di Prodi chi ha ‘sedotto’ più lettori?

venerdì, luglio 14, 2017

LIBRI. Il 17 luglio ad Adelfia presentazione di 'Un tuffo al cuore'

BARI - Il prossimo 17 luglio, alle ore 20, in Piazza Galtieri ad Adelfia si terrà la presentazione del libro “Un tuffo al cuore”, opera d'esordio del giovane scrittore adelfiese Pietro Milella, edito da Zerounoundici Edizioni.

L'evento, curato dalla Libreria del Marchese, fa parte della manifestazione culturale estiva #viviAMO Adelfia, sarà presentato dalla giovane scrittrice Bianca Cataldi e del blogger barese Gabriele Del Buono, e vedrà la partecipazione dell'autore, giovane studente universitario con la passione della scrittura, in un interessante dibattito, in cui sarà possibile conoscere l'autore e la sua opera.

Il romanzo affronta la storia del giovane Marco, studente della facoltà universitaria di Lettere all'università, e che vive in un piccolo paese vicino Bari. Da sempre omosessuale, da poco tempo è riuscito a fare outing con la sua famiglia e con i suoi amici. A costituire un vero e proprio spartiacque nella sua vita, però, vi è un'esperienza traumatica che l'ha segnato nel profondo: la violenza sessuale subita dalla persona che credeva di amare, Alessandro. Sarà solo grazie a un incontro fortuito in piscina con Jacopo, un giovane scrittore che ha alle spalle una dura perdita, che riuscirà a ritrovare il sorriso. Tra Milano e Bari, "Un tuffo al cuore" racconta la storia di un amore in grado di curare le ferite e di riportare alla vita i sogni che si credeva fossero perduti per sempre.

Ingresso libero

mercoledì, luglio 12, 2017

LIBRI. Santa Fizzarotti Selvaggi e l’amore con tutta l’anima

di DELIO DE MARTINO - L’ultima silloge poetica di Santa Fizzarotti Selvaggi si impone già dal titolo, nello stesso tempo intrigante e sognante, À moi même rêvant la nuit ( Bibliotechina di Tersite - Levante editori Bari ) che evidenzia subito la particolarità e la specialità di queste nuove, suggestive poesie.

Come già avvenuto nel volume autobiografico del 2014 La mia Anima… desideri, sogni visioni…, la poetessa fa i conti con se stessa, si rivolge alla propria interiorità, che, come in ogni opera d’arte, diviene specchio di quella del lettore. Ma questa volta lo fa la nuit, nel cuore della notte ovvero proprio nel momento in cui, come racconta la favola contenuta nelle Metamorfosi di Apuleio, Psiche accende una lampada ad olio e, vedendo per la prima volta il suo amante, scopre di essersi unita non a un uomo brutto e malvagio, come sospettava a causa delle maldicenze delle sorelle, ma a un dio, al più amabile di tutti, ad Eros. In quel momento avviene il passaggio dalla immaginazione alla realtà, una conoscenza che porta dolore e sgomento perché segna l’inizio di una serie di tormenti. A partire da quella scoperta, Psiche deve superare una serie di peripezie e di prove prima di potersi ricongiungere al suo amato Eros.

In questa tensione conoscitiva verso l’ignoto che si cela nell’oscurità della notte, verso l’insondabile, si inseriscono i versi di Santa Fizzarotti Selvaggi, la cui poesia, come spiega lei stessa a proposito del dialogo 64, «prova a dire l'indicibile».

La struttura delle poesie è quella di 65 dialoghi a due, “coppie agonali” tra Eros e Psiche, alla ricerca di quello che non si riesce a spiegare, e che forse non avrà mai una risposta. Come «l’Amor che move il sole e l’altre stelle», verso conclusivo della Commedia che non a caso chiude anche la dedica del libro.

Il lettore è libero di cercare le sue risposte nello spazio lasciato aperto in questi dialoghi non solo tra Eros e Psiche ma anche tra letterature diverse geograficamente e temporalmente come quelle di Apuleio, Dante Alighieri, appunto ma anche Saffo o i testi del Cantico dei cantici, citato già all’inizio, nel corso e alla fine del libro. Tutti questi autori e testi sono menzionati esplicitamente e pertinentemente in riferimento a pagine che ricordano da un lato la dialogicità arcaica, popolare e pre o proto-teatrale, e dall’altro il prosimetro dantesco della Vita Nuova. Ogni dialogo poetico infatti è accompagnato da una breve spiegazione in cui la stessa Santa Fizzarotti Selvaggi fornisce un succoso commento. Si tratta dunque di dialoghi in cui alle due voci principali dei protagonisti si aggiunge quella dell’autrice, la quale, a sua volta, non manca di richiamare vari autori e testi per agevolare l’interpretazione dei suoi versi.

Il dialogo tra Amore e Psiche è in versi scarnificati, ridotti all’osso e non mancano i versi-parola di ungarettiana memoria. Inizia Eros e poi Psiche risponde, spesso ripetendo e comunque senza allontanarsi mai troppo dalle parole del suo amato. Psiche si discosta leggermente modificando piccole ma decisive sfumature, insinuando dubbi, aprendo a nuovi significati, ampliando il senso delle parole già pronunciate e trasformandole in qualcos’altro, proprio come fa la letteratura quando ci consente di entrare nel vivo del linguaggio e di scoprirne le sfumature di senso sulle quali non ci saremmo soffermati.

Il lettore può quindi muoversi seguendo molteplici fili interpretativi e lasciarsi trasportare dalle ali di Psiche. Nel celeberrimo gruppo scultoreo del Canova, la fanciulla spiega le ali dopo il bacio di Eros che la risveglia dal sonno eterno. Il nome stesso della fanciulla ci ricorda che Psiche è sia l’anima che la farfalla come è evidente in alcune raffigurazioni ellenistiche e pompeiane. L’anima - ci ricorda la lirica nel dialogo numero 30 - diventa attraverso la poesia «Innocente/ Candida /Farfalla del giardino».

In conclusione, davvero un bel libro, pieno di poesia e scritto con amore e con tutta l’anima.

sabato, luglio 08, 2017

L’eufemismo nella storia dei Greci


di LIVALCA - Il nome Menico, a noi che definirci ‘anta ’appare un candido eufemismo, ricorda subito i Promessi Sposi e l’incarico che lo sveglio dodicenne ebbe, da zia Agnese, di incontrare fra Cristoforo, depositario di informazioni utili a Renzo e Lucia. Il ragazzo, portato a termine l’incarico, fu segregato in casa dai genitori che volevano evitare fughe di notizie, che, invece, è pure eufemismo affermare che non furono in grado, loro stessi, di tenere riservate.

Da èu bene femì dico nel culto greco era il silenzio sacro imposto durante i sacrifici; nel tempo il termine è stato adoperato per sostituire con una parola più attutita quella propria originaria più vigorosa. I motivi? Religiosi e di convivenza sociale.

Al suo esordio come tecnicismo retorico, l’eufemismo ha già nel suo dna l’obiettivo di non svelare le realtà spiacevoli, ma di nasconderle nei suoi aspetti peggiori, come afferma l’alessandrino Trifone, inventore, nell’ultimo secolo dell’era pagana, del fortunato termine greco euphemismos.

Il professore Menico Caroli, ricercatore di Lingua e letteratura greca all’Università di Foggia, ha pubblicato un sorprendente e strabiliante volume dal titolo “Il velo delle parole. L’eufemismo nella lingua e nella storia dei Greci” sempre con la Levante editori di Bari, editrice con cui aveva dato alle stampe “Il titolo iniziale nel rotolo librario greco-egizio” (2007) e “Cratino il Giovane e Ofelione. Poeti della Commedia di mezzo” (2014).

Artificioso ed effimero come un blando palliativo, l’eufemismo ha continuato nel tempo a rappresentare uno dei fondamenti linguistici dell’esistenza umana: sesso, guerra e superstizione, vizi, malattie e morte ne sono da sempre ispiratori.

Gli avvenimenti degli ultimi anni ci hanno imposto di chiamare escort le prostitute d’alto bordo, contributi le tasse e case di rieducazione le carceri più affollate.

Se vogliamo anche il termine casino o casa di tolleranza è un antico eufemismo derivato dal greco oikema, il cui significato è casa. Pensate Solone, colui che viene ricordato come il fondatore della democrazia ateniese, fu l’inventore della prostituzione legalizzata, del resto pratica ancor in uso, ai nostri giorni, in alcuni Stati. Fu proprio l’autore del ‘Buon governo’ (Eunomìa) che per limitare il potere dei nobili, e venire in soccorso dei piccoli agricoltori indebitati, varò il provvedimento che liberava i terreni dalle ipoteche (seisàchtheia, scuotimento dei pesi). Nel VI secolo a.C. Solone, pensate, inventò lo sgravio, termine oggi di uso comune nella finanza.

L’indebitato era paragonato alla donna che sgrava, che si libera del peso di un figlio talora indesiderato. Partorire nel mondo greco era approdo alla salvezza, perché molte gestazioni finivano in tragedia.

E tanti, a volerli contare, sarebbero gli eufemismi ereditati dal greco che usiamo nella quotidianità. Sinistro, nel lessico assicurativo, è oggi l’incidente stradale: il termine deriva dal greco aristeros, perché i presagi infausti provenivano, appunto, da sinistra. Nei momenti difficili affermiamo che la notte porti il buon consiglio: si tratta di espressione mutuata dal greco euphrone, l’eufemismo con cui si addolcivano le notti di terrore. Male incurabile è oggi, per il cancro, il nome benevolo che nell’antichità indicava l’epilessia, il morbo sacro infuso dal dio. Antichi eufemismi sono anche espressioni usate per imprecare o per maledire. Il nostro porca l’oca deriva dall’accusativo greco chena («oca») usato eufemisticamente in luogo del blasfemo Zena di Zeus. Nel compiere il gesto di portarsi il bicchiere alla bocca è infatti compreso quello di sollevare il gomito dal tavolo. Per la stessa ragione alzare le mani è eufemismo, derivato una volta di più dal greco, che indica chi compie violenza e il più delle volte uccide.

Non mancano eufemismi esilaranti: l’espressione figlio di buona donna, riferito a persona scaltra, è mutuata dal greco e indica chi è cresciuto bene ed è quindi più intelligente perché partorito da madre sana (euphyes). Centinaia sono poi gli eufemismi relativi alla sfera del sesso. Soprattutto qui, l’influsso della lingua greca nella formazione del lessico contemporaneo è ancora fortissimo. Usare le parole, per mascherare azioni indicibili, è espediente nel quale l’eufemismo funge alla stregua del salvifico mantello o della necessaria coperta che, secondo un’antica consuetudine culturale vigente nel mondo ellenico, erano necessari per accoppiarsi al di fuori delle mura domestiche. Non era consentito unirsi né mostrarsi nudi alla luce del sole e degli dèi né a contatto con la nuda terra. La parola, come la coperta degli amanti, è il velo che isola il contenuto osceno e lo preserva dall’ira e dall’invidia degli dei.

Dal momento che è giunto il momento di far calare il sipario su questo scritto e di ‘spegnere la luce’ ci sembra giusto far parlare il Manzoni, ideatore del Menico di cui sopra, e grande romanziere: ‘Del senno di poi son piene le fosse’ e ‘ La bellezza è lo splendore della verità, dissero i Greci.  Io dico che la bontà è lo splendore della bellezza’, per noi questo testo di Caroli è una bontà…senza ‘veli di parole’.

martedì, luglio 04, 2017

SAGGI. Se politica & finanza ci rubano la vita

di FRANCESCO GRECO - Paragone l’iconoclasta. O, se si preferisce, il “Complottista. Dietrologo. Populista”. E blasfemo (“L’unica ideologia ammessa è quella del neoliberismo, del turboconsumismo, del mercato oltre tutti i diritti”). Quello che regola tutto, da padroni delle ferriere, albori della rivoluzione industriale. Corsi e ricorsi.      
 
Accuse facili, banali, in tempi in cui ti indicano la luna e guardi il dito e ti regalano una banca per un misero euro.
 
Il saggio di Gianluigi Paragone non sta avendo visibilità, soffocato da una coltre di silenzio, o dal bla bla della retorica. Dovrebbero adottarlo nelle scuole, perché, fra le tante sovrapposizioni filologiche, contiene un livello pedagogico, e chi è nato nel 2000 deve sapere il mondo sudicio e cannibale che gli stiamo ammollando.
 
Non solo perché è contro il sistema bancario e il suo mainstream, non la banca istituzione (pamphlet di questo tipo sono frequenti), e nemmeno perché sin dal 2007 – partendo dagli USA, a macchia d’olio – proprio loro hanno distrutto l’economia reale praticando la finanza creativa, speculativa (“quindi ladra”), derivati e bolle, le ricchezze improvvise e sospette (e quelle sfumate), protette dalla politica peggiore (“hanno tradito la Costituzione”, “che infastidisce le merchant bank”, “le Costituzioni vanno liquefatte, rese impalpabili”) che tiene il sacco, in aiuto degli apprendisti stregoni, la “gens nova”, gli unti, i savi.
 
Al tempo delle banche date a un euro, nel mirino finisce così l’establishment nel suo complesso, globale, la civiltà che ci siamo dati, la “cultura” che ci opprime, ormai ossificata in archetipi. La politica che fa finta di governare, prona ai desiderata delle élite finanziarie, sterminatori che non lasciano crescere l’erba. Ogni “patto sociale” è saltato, relativizzato, apparenza: prevale la legge della foresta, il darwinismo più devastante (“Il senso del collettivo crolla”). Così ogni idea di futuro è velleitaria, svanisce, la precarietà domina, la ricchezza si perde nel metafisico, i diritti sono apparenze, la democrazia si svuota di senso: il Medioevo ci avvolge come perfido peplo.
Labili i confini fra lobby (“sicari economici sguinzagliati nelle istituzioni”) e logge, cosche e poteri occulti, cattiva politica e cattiva finanza, informazione e disinformatia. E tutto un unico blog. Come una Spectre che ha reso le democrazie fragili, apparenti (“sdemocratizzazione”), i cittadini consumatori di rubbish (“vita a rate”, come l’America di J. Steinbeck), impotenti, senza “lavoro, servizi sociali, diritti”, insudiciati col “blame the victim”, ogni giorno “stalkerizzati”, con le “prossime generazioni senza più speranze…”.
 
“GangBank” (Il perverso intreccio tra politica e finanza che ci frega il portafoglio e la vita), Edizioni Piemme, Milano 2017, pp. 312, euro 18,00 (cover di Nadia Morelli, art director Cecilia Flegenheimer) è un duro atto d’accusa a una classe politica che ha abdicato al suo ruolo, al modo di concepire l’economia che crea diseguaglianze e ci ruba la vita e il futuro (“i giovani non hanno voglia di lavorare, di fare sacrifici…”), alla comunicazione (“le banche hanno in mano l’anima dell’editoria italiana”) che tradisce la sua mission proponendo storytelling elusivi e conformisti (anche così si bypassano le “ribellioni di piazza”).
 
Il mondo visto da Paragone è privo di etica, è in mano a cannibali, l’uomo ha smarrito il suo libero arbitrio. Lo stato sociale è formattato, i diritti naturali prosciugati, i valori surrogati, stranieri nella loro stessa casa: quasi una mutazione genetica. E nessuno reagisce: cosa può fare “un ceto sociale impaurito e senza voce”? Non c’è coscienza né legittimazione, oscurati da osceni rumori di fondo.          
Eroicamente, masochisticamente, riuscirete  ad arrivare all’ultima pagina o la nausea per la “visione” di Paragone vi darà crampi di nausea allo stomaco? Già alla lettera di Michele, suicida a 30 anni, poi la ragazzina friulana che sviene perché affamata, sarete tentati di posarlo e andare al bar sport…    

lunedì, luglio 03, 2017

Chi non si fa capire, viola la libertà dei suoi ascoltatori

di VITTORIO POLITO - La linguistica è la scienza che studia sistematicamente il linguaggio umano nella totalità delle sue manifestazioni, e quindi le lingue come istituti storici e sociali, la loro ripartizione, i loro reciproci rapporti, nonché le proprietà delle singole lingue sotto differenti aspetti: morfologico, fonologico, sintattico, lessicale, semantico.

Recentemente è stato pubblicato, da Caissa Italia Editore, il volume a cura di Francesca Masini e Nicola Grandi “Tutto ciò che hai sempre voluto sapere sul linguaggio e sulle lingue”.

I curatori hanno chiesto a 39 tra i più noti linguisti e docenti universitari italiani di mettersi in gioco e di spiegare con parole semplici la loro disciplina, dando risposta a domande più o meno comuni su lingua e linguaggio.

I risultati li troviamo in questo libro, unico nel suo genere che, in 44 capitoli, gli intervistati rispondono a domande che quasi tutti ci siamo posti nella vita, soddisfacendo le curiosità del lettore più esigente. E così troviamo risposte su lingua e linguaggio, su animali parlanti (solo sulle favole?), quando le lingue sono parenti, come variano le lingue nel mondo, se esistono lingue facili e difficili, se le lingue influenzano il nostro modo di pensare, quando finisce una lingua e comincia il dialetto, che lingua parlano i computer, come si mescolano le lingue, chi decide cosa è giusto o sbagliato, le lingue inventate, le patologie del linguaggio, a cosa serve la linguistica e molte altre risposte chiarificatrici ai dubbi che ci assalgono sull’argomento.

Gli autori delle risposte? Tutti “addetti ai lavori” e di chiara fama: Nicola Grandi, Giorgio Francesco Arcodia, Daniele Baglioni, Valentina Bambini, Gaetano Berruto, Anna Cardinaletti, Massimo Cerruti, Francesca Chiumaroli, Roberta D’Alessandro, Silvia Dal Negro, Cristiana De Santis, Alessio Di Renzo, Mara Frascarelli, Chiara Gianollo, Federico Gobbo, Claudio Iacobini, Gabriele Iannàccaro, Alessandro Lenci, Elisabetta Magni, Alberto Manco, Antonietta Marra, Simone Masini, Caterina Mauri, Telmo Pievani, Rosa Pugliese, Francesco Sabatini, Glauco Sanga, Andrea Sansò, Andrea Scala, Sergio Scalese, Fabio Tamburini, Anna M. Thornton,  Fiorenzo Toso, Barbara Turchetta, Mario Vayra, Alessandro Vietti, Miriam Voghera e Virginia Volterra.    

Il volume, corredato di riferimenti bibliografici e sitografia, si avvale della prefazione degli stessi curatori, che la dedicano a Tullio De Mauro, che sosteneva che «Chi non si fa capire viola la libertà di parola dei suoi ascoltatori. È un maleducato se parla in privato e da privato. È qualcosa di peggio se è un giornalista, un insegnante, un dipendente pubblico, un eletto dal popolo. Chi è al servizio di un pubblico ha il dovere di farsi capire».

venerdì, giugno 30, 2017

'Veglia', un libro per le vittime del terremoto del Centro Italia

di MARIO CONTINO - Alcuni eventi ci segnano nel profondo, pur non colpendoci in prima persona è come se lo facciano, perchè in fin dei conti siamo tutti esseri umani. Il terribile sisma che qualche mese fa ha colpito il Centro Italia, seminando morte e distruzione, cancellando improvvisamente una parte di storia della nostra nazione, insieme a tante anime di adulti e bambini, ha fatto sì che un gruppo di donne appartenenti al gruppo facebook "Letteratura al Femminile" creasse il progetto "Veglia: 24 agosto 2016".

Un libro? Si, ma un libro è molto più che carta ed inchiostro, è un insieme di sentimenti forti e sinceri, gli stessi che a volte sono promotori di veri e propri "miracoli". L'intero ricavato sulla vendita dell'antologia sarà donato ai centri di raccolta (Croce Rossa Italiana), non importa se la somma risulterà essere consistente o esigua, poichè il gesto è forse ciò che più avvalora l'iniziativa.

Per una volta, autori di tutta italia superano le false diversità che spesso si creano nella nostra strana nazione, tra nord e sud, tra ricchi e poveri, tra alti e bassi, forme di pregiudizio ridicole che in questa occasione sembrano essere dimenticate, perchè ciò che è banale cessa improvvisamente di avere voce in capitolo d'innanzi a tragedie reali come quella del terremoto in questione.

Abbiamo deciso di intervistare un'autrice pugliese che ha aderito all'iniziativa, la scrittrice Antonia Depalma, che gentilmente ha accettato.

Cosa vi ha spinti a creare il progetto Veglia?

La ragione per la quale ci siamo uniti per progettare l'antologia "Veglia: 24 agosto 2016" è stata fondamentalmente quella di donare alla nostra penna un potere solidale. Siamo all'indomani del tragico evento del sisma che ha colpito le popolazioni del Centro Italia; i telegiornali ci bombardavano di notizie strazianti riguardanti lutto, dolori, gravose perdite e paura che, in quei giorni,  abitavano le mura delle "cittadelle fantasma" e noi, di "Scrittura al Femminile", ci siamo sentite in dovere di unirci intorno a queste persone spogliate di ogni avere dalla natura "matrigna"

Cosa rappresenta per voi, in prima persona, questa antologia?

Veglia è un modo, immateriale di confortare le vittime del terremoto. Il suo nome, infatti, richiama il componimento ungarettiano, appunto "Veglia", compresa nella raccolta "L'allegria".
La sua struttura "a bolla", seppure inversa rispetto al modello proposto da Ungaretti, si suddivide in altre due sezioni, "Speranze naufraghe" e "Speranze" : si parte da uno stato di sofferenza e angoscia per giungere al ritrovamento della quiete e della pace interiore.

Quali speranze riponete nella letteratura italiana?

"La letteratura è l'immortalità del discorso" diceva Von Schlegel, ed io credo che sia in questa "immortalitá" che risiedano le aspettative di noi scrittori. Si scrive per tantissime ragioni: vocazione, desiderio di fama, sfogo e, soprattutto, condivisione.
Il panorama letterario è vasto, sia per quel che concerne il numero degli autori che per ciò che riguarda il genere ma, per quel che riguarda Veglia, le aspettative sono diverse: vorremmo che nel tempo non si dimentichi quanto accaduto e che tra i momenti vi sia la nostra raccolta, avvertita come un conforto sempre presente e costante per quelle persone che dovranno, pietra su pietra, ricostruire quella vita spezzata alle 3.36 am del 24 agosto 2016

La cultura è ben divulgata nella nostra nazione?

La cultura, nel nostro Paese, non penso sia effettivamente ben divulgata. C'è una forte restrizione, probabilmente dovuta anche all'editoria a pagamento, che non tiene sempre conto del valore dello scrittore in quanto tale e tende, talvolta, a crogiolarsi nell'aspetto particolarmente economico.

Moltissime e lodevoli sono le iniziative culturali che in Italia vengono promosse ma non è raro che la bellezza degli eventi venga limitata da fattori imprenditoriali.
Penso che questa "chiusura" e limitazione, se corretta, renda il nostro Paese - che ha dato i natali alle più grandi personalità nel campo della scienza, letteratura, arte e musica- uno dei più aperti alla cultura in ogni sua forma.

Cosa esprimono le sue tre poesie pubblicate?

Le mie tre poesie, Paesello Natìo, Sera Povera e Terraemotus esprimono tutto quell'aspro sentimento di dolore dovuto alla perdita degli affetti, delle certezze e dei posti cari, distrutti e portati via dall'inaspettato sisma.
Nei miei versi faccio emergere la tristezza ed il dolore che si contrappongono ai bei ricordi che restano immortali nel tempo, quasi infiniti ed inconsumabili, rispetto alla temporaneità e limitatezza delle cose materiali, lasciando così al lettore la possibilità di un'analisi introspettiva

Ringraziamo l'autrice per la cortesia dimostrataci. Ricordiamo che l'antologia "Veglia" è disponibile sia in formato elettronico che cartaceo e che il suo acquisto rappresenta una mano tesa a quanti, in pochi minuti, hanno perso tutto, beni, familiari, sogni, speranze.



mercoledì, giugno 28, 2017

LIBRI. Nicola Mascellaro e ‘La resa dei conti’


di LIVALCA - Un libro che, in apertura, invita alla lettura con una frase del giornalista, poeta e scrittore Corrado Alvaro ( San Luca, Reggio Calabria, 1895 ) : ‘ La disperazione più grande che possa impadronirsi della società è il dubbio che vivere rettamente sia inutile’ e  che ci  racconta  un periodo storico (1991-1995) ben rappresentato da un aforisma di Roberto Gervaso ( Roma, 1937): ‘Non di rado l’onestà è fatta d’occasioni mancate di disonestà’,  dispensa una morale  ben rappresentata da una vignetta  (una delle magnifiche, ironiche ‘invenzioni’ di cui il libro è disseminato, frutto  del genio di Nico Pillinini…ho appreso con grande ‘cruccio’ che simile estro, talento e fantasia nasce in Francia e non a Taranto come ritenevo fino a ieri )  in cui vi sono due ‘persone’ all’ingresso di un edificio con una scritta  ben evidente ‘CASA CIRCONDARIALE’ e  quella più adirata dice all’altra : ‘ Quando pensavo alla casa comune non pensavo a questa’ ( Chiaramente le due persone sono identificabili, ma la cosa non cambia gli eventi).

Il volume si deve, come tutti gli altri precedenti, alla passione archivistica di Nicola Mascellaro (dal 2013 ‘sforna’ un testo l’anno  - sempre per l’editore Di Marsico Libri - con l’eccezione del 2014, in cui  ha pubblicato due libri, per riposare nel 2015 e con in cantiere tanto materiale ancora per continuare fin quando il Bari andrà in serie A…in questo caso cederà il testimone a Gianni Antonucci che scalpita per mettere a segno un colpo Grosso ), unico caso al mondo di uomo ‘burocratico’ che si è impegnato a rendere creativo un lavoro di responsabile dell’Archivio fotografico e di documentazione della Gazzetta del Mezzogiorno : mestiere duro, stancante, difficile, improbo, spesso laborioso e difficilmente gratificante.

I suoi volumi ‘Una finestra sulla storia’ sono un tributo sinfonico non solo ad un giornale, ma ad una parte del Paese che la ‘dolce vita’  l’ha vista - poco vissuta se non da determinate ‘finestre’ - solo al cinema o meglio, anni dopo, in…televisione.  Il titolo del nuovo libro di Mascellaro ‘La resa dei conti. Gli anni che non cambiarono l’Italia’ (1991-1995)’ da solo ci spiega un fenomeno tutto italiano : ogni nostro programma a lungo termine deve fare i conti con un imprevisto che, secondo i poteri forti - ci vorrebbe il vecchio gioco ‘braccio di ferro’ per capire chi sono, dove sono e nell’attesa non sarebbe male…toccare ferro - era largamente ‘previsto’.

Mascellaro fa parlare Giuseppe Gorjux per l’anno 1993 ‘…sapevamo tutti l’esistenza della sporcizia che ci stava sommergendo ma ci siamo adagiati, sprofondando nei cuscini di un  benessere immeritato vivendo e lasciando vivere’.  Personalmente, pur ritenendo inconfutabile quello che scriveva il direttore, devo dire di aver provato, pagando  le conseguenze,  a non far vivere o proliferare la ‘spazzatura’  e cercando  di difendere quel  piccolo benessere conquistato con merito e immensi sacrifici. Oggi, coloro che hanno contributo ad accumulare la spazzatura, si propongono come operatori ecologici (chiedo scusa anticipatamente a coloro che giornalmente puliscono le nostre strade per l’involontaria…provocazione) per dar ragione a ‘gli anni che non cambiarono l’Italia’.

Il 1994 è un anno cruciale per il destino del nostro Paese perché il Capo dello Stato Scalfaro nel messaggio di fine 1993 aveva detto chiaramente ‘….si volti pagina…’ed il presidente del Consiglio Carlo Azeglio Ciampi, la cui fedeltà alle Istituzioni era fuori discussione, si dimise e furono sciolte le Camere. Mascellaro ricostruisce con grande serenità ed imparzialità il periodo che va fino alle elezioni del 27 e 28 marzo.

Mi servo della circostanza  per ricordare il gigante buono del giornalismo pugliese, Liborio Lojacono, il quale,  per far capire la fase  di confusione politica imperante anche nella nostra città, scriveva sulla G.M. che il sindaco di Bari Michele Buquicchio era costretto spesso ad interrompere i Consiglieri che avevano chiesto la parola, per chiedere il partito di appartenenza.  Con distacco, ma anche con grande onestà di giudizio Mascellaro ci parla della direzione di Antonio Spinosa e della polemica con Giacovazzo  che  mal digeriva l’accostamento  Moro - Berlusconi ( vi rimando alla lettura del libro, in cui vengono ricostruite fasi storiche  che abbiamo vissuto e che oggi, avendo  la necessaria lucidità e il giusto distacco, possiamo meglio ‘interpretare’ pur alla luce delle personali valutazioni e tendenze ideologiche).  Il primo luglio del 1994 il PDS elegge Massimo D’Alema segretario e De Tomaso non manca di sottolineare ‘che studiava da segretario sin da quando portava i calzoni corti’, lo stesso giornalista che l’anno successivo, quando Di Pietro abbandona ufficialmente la Magistratura, si avventura in una profetica affermazione ‘…ha fatto bene a rompere anche l’ultimo filo che lo legava all’ordine giudiziario ma sappia il buon Tonino che da adesso nessuno gli farà più ’sconti’.

La fatica di Mascellaro termina con una vignetta di Pillinini che fa sorridere anche leggendo la semplice didascalia : ‘ Corrompere i laici era molto più facile. Quelli non si facevano pregare’.

Però sarebbe offensivo, per i milioni di italiani che considerano l’onore e l’onestà un loro preciso DNA generalizzare e far passare che in Italia ‘ se non è zuppa, pan bagnato è’; non può e non deve essere per il rispetto che dobbiamo ai tanti che in epoca ‘tangentopoli’ hanno sacrificato la vita, suicidandosi,  per il semplice fatto che erano stati indagati.   Questa precisazione la devo a mio padre, figlio di un maresciallo della Guardia di Finanza, che ripeteva al giornalista Giovanni Modesti ‘ non puoi capire cosa significhi indossare una divisa per chi presta giuramento’ e alla memoria dei sottufficiali Landi e Santoro, vittime di un qualcosa che non era ‘giustizia’  ma un ‘giustizialismo’ fine a se stesso ed inutile  ( Per saperne di più  il libro di Mascellare al riguardo dimostra  precisione  nel ricostruire  il perimetro in cui i fatti avvennero e ci offre una documentazione efficace per capire che, a volte, il clima ‘da caccia alle streghe’ che  circonda l’individuo, che si vede catapultato in prima pagina, richiede un’esperienza che solo chi… ‘delinque per mestiere’ può avere).
Come tutti i testi che si rispettano anche questo termina con i doverosi ringraziamenti, ma uno in  particolare stimola la mia curiosità: Mascellaro ringrazia Nicola Roncone per i preziosi consigli.  Ho conosciuto fisicamente Mascellaro grazie al dr. Roncone: l’uomo è ‘costituzionale’, anzi camera commerciale ( a Bari tutti sanno che dire Camera Commercio=Roncone ) e la cosa non si può negare o ignorare.   La mia perplessità deriva dal fatto che fin dai tempi del prof. Tommaso Pedío tutti ringraziavano il Roncone per i preziosi consigli.

Quei suggerimenti Nicola, con l’aria bonaria ma sempre distinta, tipica di una baresità colta ma non saccente, in ’illo tempore’ li ha dati anche a noi : non dico che ci invitava a ‘darci all’ippica’, ma di evitare senz’altro… il galoppo.   A me sono sempre parsi più che preziosi, leziosi se non ‘schifosi’ (...per la rima), ma probabilmente non ero in grado di captarne l’acume di cui erano pregni.  Chiaramente Nicola non potrò mai darti ragione ( oggi, ieri e domani), ma in futuro - un futuro ci sarà comunque e non saremo noi a deciderlo - porrò la giusta attenzione a quei segnali che tu dispensi a piene mani e che, per acclamazione spontanea, sono  ritenuti ‘preziosi’.  Nicola Mascellaro, Nicola Roncone  : propongo di rinviare ‘La resa dei conti’ alla prossima occasione, nell’attesa nutriamoci di quell’affetto che si alimenta con la fratellanza e la vicinanza…alla ‘lontananza’ ci pensa il nostro Domenico Modugno.  Vuoi vedere che noi facciamo parte della schiera di  coloro che, ‘unti dal Signore’,  cercheranno di cambiare l’Italia?   Se è vero che ‘il dubbio è l’inizio della saggezza’, male che vada ci consoleremo con una vignetta che il provetto Pillinini non mancherà di…dedicarci.

martedì, giugno 27, 2017

LIBRI. Bari, 28 giugno: presentazione del romanzo 'Il Foulard Rosso'


di REDAZIONE - Mercoledì 28 giugno alle ore 18,00 presso "la Feltrinelli" di Bari si svolgerà la presentazione ufficiale del romanzo "Il Foulard Rosso" (wip edizioni - Bari) scritto da Antonio Perruggini e Annamaria Vivacqua. Modererà l'evento la dott.ssa Marika Massara (attrice e psicologa) con la lettura di alcuni brani del romanzo a cura di Daniele Ciavarella (attore).

Il romanzo dal profondo contenuto umano e sensuale è ambientato nella Puglia anni '70 e narra le vicissitudini di una donna (Suor Cecilia "La Monaca di Palo") rifugiatasi in un convento in segno di penitenza per i suoi delitti, vivendo all'interno della clausura numerosi eventi scandalosi che lasciano il lettore affascinato dalla prima all'ultima pagina. La trama è impreziosita dalla coinvolgente lettura di tre diari che la narratrice riceve dopo la morte della madre, "La Monaca di Palo".

"Il Foulard Rosso" è recensito dai giornalisti Lia Mintrone (“Una girandola di emozioni e stati d’animo accompagna il lettore dalla prima all’ultima pagina, lo cattura e lo tiene con il fiato sospeso. Lasciare questo romanzo è impossibile”) e Nicola Morisco (“Una storia avvincente e, allo stesso tempo, seducente e tratteggiata di noir. Il “Foulard Rosso” nasconde amore e sesso al limite della totale trasgressione con dialoghi minuziosi e ben costruiti”).

La prefazione è di Lydia Deiure, magistrato. L'opera è presente anche nel programma ufficiale delle presentazioni che si svolgeranno a Polignano a Mare (6 luglio modera Lia Mintrone, reader il regista Nicola Valenzano) durante la nota rassegna "Il Libro Possibile" e sarà presentato nel mese di Agosto durante la manifestazione "Libri nel Borgo Antico" di Bisceglie (26 Agosto), nel mese di Settembre presso la Biblioteca Comunale di Bitonto (30 settembre) e nei mesi di Ottobre e Novembre nelle città di Roma, Torino e Milano.


Perruggini Antonio è alla sua quarta opera (e poi arrivò Biancaneve 2009 Edizioni G. Laterza - Il Botto Finale 2013 Wip Edizioni Bari - Il Successo Possibile, con altri autori, 2015 Wip Edizioni Bari - Il Foulard Rosso, con Annamaria Vivacqua, 2017 Wip Edizioni Bari). In particolare con il libro "Il Botto Finale" ha raccontato per la prima volta gli esisti sull'inchiesta che interessò l'imprenditore Francesco Cavallari riscuotendo ampi consensi della critica e dalle istituzioni È dirigente di azienda da oltre trent'anni nel settore socio sanitario (www.ildir.eu)

Annamaria Vivacqua attrice teatrale e televisiva nota al grande pubblico per aver partecipato dal 1998 al 2000 alla fortunata sit comedy di Telenorba Very Strong Family. Ha partecipato inoltre a numerose fiction di diffusione regionale e nazionale. Dal 2002 sceglie di dedicarsi completamente al teatro recitando per diverse compagnie teatrali del territorio, per poi collaborare stabilmente con il regista Nicola Valenzano. Più volte protagonista, da oltre dieci anni, sulle scene in ruoli interpretativi di opere teatrali classiche e contemporanee, curandone anche il riadattamento dei testi. Attualmente impegnata con la tournée teatrale del suo ultimo lavoro “Appartamento 14bis” che ha liberamente tratto e riadattato da “La Strana Coppia” di Neil Simon, per la regia di Nicola Valenzano. Nel 2014 è coautrice del libro “Il Successo Possibile - storie vere e proposte per un welfare migliore” (wip edizioni bari) curando il tema dell’animazione professionale in Rsa. È attiva nel mondo del welfare con ruoli di coordinamento.

giovedì, giugno 22, 2017

SAGGI. Le idee di Prodi contro 'Il piano inclinato'

di FRANCESCO GRECO - “Se vogliamo risalire il piano inclinato in cui siamo precipitati…”. In tempi di relativismo diffuso, di “letture” confuse o interessate, Romano Prodi (fondatore e leader dell’Ulivo, due volte premier, presidente della commissione UE, ecc.), pur tenendosi lontano dalla tentazione di un ritorno dicendosi “un pensionato felice”, offre un serio contributo di idee cool e di analisi puntuali per agganciare la ripresa e non restare schiacciati sotto il masso del declino e di una interpretazione elitaria della globalizzazione.
 
E lo fa da par suo, i toni bassi del divulgatore di razza (insegna a Bologna e Shangai), come in stato di grazia, in certi passaggi quasi in trance per come padroneggia il puzzle ispido e magmatico del reale e immagina il domani vagheggiando scenari oggettivamente possibili, recuperando e ridando etimologia (e nobiltà) a un termine antico ormai in disuso, quasi rottamato: uguaglianza, che mette sullo sfondo come se fosse un’utopia affatto impossibile.
 
“Il piano inclinato” (Crescita senza uguaglianza), Il Mulino, Bologna 2017, pp. 160, euro 13,00, sorprende e conquista per la nitidezza e l’acutezza di uno sguardo polisemico su un mondo ormai fattosi angusto, interdipendente, in cui – come si dice con un’allegoria poetica – il battito di ali di una farfalla in Amazzonia ha effetti sulla nostra quotidianità e il futuro in progress.
 
Il saggio, incalzante nella sua sintetica koinè, può sommariamente dividersi in due parti: nella prima il Professore (interrogato da Giulio Santagata e Luigi Scarola) riflette sullo status quo e le sue infinite criticità, amplificate dalla crisi di questo decennio terribilis (dal 2007 ai giorni nostri), in cui tutto è e stato destrutturato e relativizzato, la ricchezza s’è perduta, la precarietà ci ha afferrati tutti, come se il reale fosse posseduto da un dèmone perverso e capriccioso e noi attratti dalla cupio dissolvi irrazionale del “the end”.  
 
Una storytelling che scandaglia mali endemici e contingenti in un paese al fondo conservatore: il nanismo delle imprese, l’innovazione illusoria, la modernizzazione in ritardo, la ricerca schizofrenica pur in presenza di eccellenze, l’accesso al credito sempre più ostico (e non sempre per colpa delle banche), la criminalità che sporca i territori, l’evasione fiscale che li impoverisce, l‘inadeguatezza e i ritardi della politica, lo sbando della classe media, ecc.
 
Nella seconda suggerisce, ben articolato, il mainstream della rinascita: culturale, politica, economica. “Visioni” trasfigurate in un “manifesto” che mette l’uomo al centro,  la valorizzazione delle risorse umane, come se intravedesse, imminente, un neo-Umanesino che rimetta l’uomo, la sua ricchezza infinita, al centro del tutto. Un nuovo “patto sociale” che includa e non ricacci ai margini i più.
 
C’è da essere ottimisti? Passerà la “nuttata” (“stagnazione secolare”)? Finirà mai il fatalismo, la rassegnazione, l’autodenigrazione, verrà un po’ di autostima? Siamo pur sempre il paese di Caravaggio e Leopardi, Carmelo Bene e Fellini, grandi “visionari”, è il nostro dna.
 
“Sembra che solo le grandi catastrofi hanno portato una maggiore giustizia”. Gli italiani fecero volentieri i sacrifici chiesti da Prodi per la causa nobile di un’Europa che poi smarrì la sua mission. Risanò i conti trovando persino un “tesoretto”. Prevalse l’idea di bene comune opposta a quella esclusiva di Berlusconi e i suoi conflitti di interessi belli turgidi.
 
Peccato che una mente così lucida e umanamente altruista – erede e sintesi della nostra migliore tradizione culturale – preferisca i giardinetti e i nipotini. Cosa buona e giusta: Prodi ha già dato (anche agli iconoclasti sempre in agguato). E se qualcuno lo convincesse che il ruolo di nonno è compatibile, non esclude altri concept, da padre della (povera, come direbbe Battiato) patria? Il programma è in stand-bye.

LIBRI. 'Il foulard rosso', una storia affascinante

BARI - Mercoledì 28 giugno alle ore 18,00 presso la “Feltrinelli” di Bari sarà presentato il romanzo "Il Foulard Rosso" (Wip edizioni) scritto da Antonio Perruggini e Annamaria Vivacqua. Modererà l’incontro la dott.ssa Marika Massara, attrice e psicologa, mentre Daniele Ciavarella, attore leggerà alcuni brani del romanzo.

Il romanzo dal profondo contenuto umano e sensuale è ambientato nella Puglia anni ’70 e narra le vicissitudini di una donna (Suor Cecilia “La Monaca di Palo”) rifugiatasi in un convento in segno di penitenza per i suoi delitti, vivendo all’interno della clausura numerosi eventi scandalosi che lasciano il lettore affascinato dalla prima all'ultima pagina. La trama è impreziosita dalla coinvolgente lettura di tre diari che la narratrice riceve dopo la morte della madre, “La Monaca di Palo”.

“Il Foulard Rosso” è recensito dai giornalisti Lia Mintrone (“Una girandola di emozioni e stati d’animo accompagna il lettore dalla prima all’ultima pagina, lo cattura e lo tiene con il fiato sospeso. Lasciare questo romanzo è impossibile”) e Nicola Morisco (“Una storia avvincente e, allo stesso tempo, seducente e tratteggiata di noir. Il “Foulard Rosso” nasconde amore e sesso al limite della totale trasgressione con dialoghi minuziosi e ben costruiti”).

La prefazione è di Lydia Deiure, magistrato.

L'opera è presente nel programma ufficiale delle presentazioni che si svolgerà a Polignano a Mare il 6 luglio, durante la nota rassegna “Il Libro Possibile”, che si svolgerà a Bisceglie il 6 Agosto, durante la manifestazione "Libri nel Borgo Antico", mentre il 30 settembre sarà presentato presso la Biblioteca Comunale di Bitonto e nei mesi di Ottobre e Novembre nelle città di Roma, Torino e Milano.

lunedì, giugno 19, 2017

LIBRI. 'Manuale pratico delle adozioni', presentazioni a Bari e Lecce

BARI - I prossimi 21 giugno, alle ore 18 presso la libreria Di Marsico 2015 di Bari (Via Calefati 134/136), e 23 giugno a Lecce presso la sala letteraria "Mino Carbone" della Libreria Adriatica (Piazza V. Aymone 7 - Porta Napoli) si terranno le presentazioni del libro “Manuale pratico delle adozioni”, opera dell'autrice Ilaria Fustinoni, edito da Primiceri Editore, prime presentazioni nazionali del testo medesimo.

Gli eventi, moderati dall'Avv. Francesco Saverio Del Buono, prevedono la partecipazione dell'autrice, Avvocato del Foro di Milano esperto in diritto di famiglia, e del Presidente dell'Ordine degli Assistenti Sociali di Puglia, Dr. Antonio Nappi, nell'evento di Bari, e dell'Avvocato salentino Antonio Palumbo per l'evento di Lecce.

Il volume costituisce un completo e agevole strumento pratico sulla materia delle adozioni. Alla chiarezza dell’esposizione teorica si aggiunge un ampio e formulario pronto all’uso, molto utile soprattutto per il professionista legale che opera nel campo del diritto di famiglia.

L'autrice, giurista giusfamiliarista, mediatrice civile e familiare, laureata in Giurisprudenza presso l’Università Statale degli Studi di Milano, città nella quale esercita la propria professione, dedicandosi alle materie relative alla tutela della famiglia e della persona, anche in diritto comparato, è alla sua prima pubblicazione.

Gli eventi intendono essere anche un utile momento di riflessione sul tema delle adozioni, sulla  situazione attuale nel nostro paese del settore e della tutela del minore in generale, anche alla luce del dibattito sulla riforma della giustizia minorile.

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martedì, giugno 13, 2017

STORIA. 'Processo a Caporetto', e all'Italia

di FRANCESCO GRECO - Zio Vito Maria Giuseppe era un ragazzo dell'89. Era nato a Montesardo, nel Capo di Leuca, il 17 marzo. Era il fratello maggiore di mio nonno Ippazio Antonio (1893). Un ragazzo solare, estroverso, che si guadagnava la vita lavorando al frantoio di Sant'Angelo del barone Sauli. Aveva tanti sogni e speranze.
 
Partì per il fronte e alla prima licenza si fece cupo, si chiuse in casa, stava sempre sotto al focolare della grande casa di via Soleto, quella dei “Suja” (il soprannome dei Greco). La madre Vita Maria (1852) e il padre Cosimo (1846) gli chiedevano della guerra, e lui rispondeva triste: “Se voi aveste visto quello che ho visto io...”.
Forse aveva un presentimento.
 
Tornò al fronte, e di lui non sapemmo più nulla. Si diceva che fosse morto col gas degli austriaci. 80 anni dopo, io, bisnipote, trovandomi a Trento, al Museo della Grande Guerra, ho scavato e alla fine ho saputo che davvero era morto nel giugno del 1916 in seguito a un attacco degli austriaci con i gas (poi usati anche in Vietnam, oggi in Iraq, Turchia, Siria e domani chissà dove). Che è stato sepolto per decenni in un cimitero militare e che da qualche anno le sue ossa riposavano, in “forma perenne”, al cimitero monumentale di Udine.
 
Se è vero che la microstoria confluisce nel mare magnum della Storia, in questo secolo, la storiografia ai suoi vari livelli (ma anche la letteratura: da E. M. Remarque, “Niente di nuovo sul fronte occidentale” a Hemingway, Dos Passos, ecc. e il cinema, “La grande guerra” di Monicelli con Sordi e Gassman e “E Jhonny prese il fucile” di Dalton Trumbo) non ha smesso di interrogarsi sulla disfatta, dilatandola di senso, affollandola di grumi semantici.
 
A soffermarsi sulle sue dinamiche è Luca Falsini con “Processo a Caporetto” (I documenti inediti della disfatta), editore Donzelli, Roma 2017, pp. 226, euro 28 (prefazione di Angelo Ventrone).
 
Caporetto è dunque sinonimo di resa incondizionata, l'allegoria di un tradimento ideale, di fuga senza dignità, non dei soldati, mandati al macello (la replica avvenne poi in Russia e nei Balcani, nella seconda guerra), ma di chi avrebbe dovuto motivarli e guidarli. Era già accaduto con i generali di Francesco II, a cui i soldati chiedevano: “Ci arrendiamo senza sparare un colpo?”. Così Caporetto, incubata da cause concomitanti, impregna il nostro dna umorale, venale, inaffidabile.
 
I retroscena di una guerra “laboratorio dell'umano” e “laboratorio storiografico” (Ventrone), un conflitto “totale” per l'ampiezza del fronte, gli echi e le risonanze geo-politiche (anche successive), sono ricostruiti col materiale inedito rimasto in un baule, gli atti della commissione d'inchiesta voluta dal primo ministro V. E. Orlando, e il volar di stracci, topos del nostro dna molto pittoresco, coreografico (italian style) del rimpallo di responsabilità fra le alte gerarchie militari (“il vero disfattismo”), per salvare la faccia, dopo aver fatto di tutto per finire accerchiati, da dilettanti in tattica militare (“ordini insensati”, “inutili carneficine”), e “codardia, inesperienza, pioggia e foschia, equipaggiamenti non adatti, strategie discutibili, morale depresso...”.
 
Una guerra in cui la propaganda dei soggetti coinvolti ebbe un ruolo forse decisivo (ma non è così in tutte le guerre, da Troia in Normandia al Golfo?). Gli umori della trincea erano decisi sia dalla lotta politica interna che dal contesto internazionale (la Rivoluzione d'Ottobre), e spiega forse anche quella “massa di fuggiaschi disarmati...”.
 
Le classi dirigenti, gli apprendisti stregoni, giocarono con i popoli e gli uomini con leggerezza: chi si salvò fu poi vittima della “spagnola”.
 
E se la Storia è ciclica, corsi e ricorsi, da allora lo stereotipo si è ripetuto infinite volte, ovunque. E lo si può dire anche senza bauli polverosi e carte tarmate: Hemingway aveva intuito l'ontologia intima della guerra sporca.

sabato, giugno 10, 2017

Oscar Iarussi e 'I luoghi del cinema'

di PIERO FABRIS - Un libro sorprendente non solo per la quantità di informazioni, ma soprattutto per l'effervescenza e i colori che evoca. E' più di un taccuino di viaggio per lo stivale; lo si potrebbe definire un menù di pizze in celluloide realizzato con la passione e la conoscenza scientifica e puntuale.

Attraverso le pagine di “Andar per I Luoghi del Cinema” (Il Mulino editore Pagg.170. €12,00) l'Italia appare come un set senza fine, sequenza di scenari vivaci inquadrati con genialità capaci di essere documento di bellezza e di denuncia, orme, tracce di tempi e costumi che scorrono fin troppo repentini. Autentici ritratti in color “vero” per raccontare con ironia le contraddizioni.

Si tratta di Storie di pellicole nella Storia, sussurrate compiutamente che risplendendo in un “tutto tondo” nostalgico, lasciano un certo retrogusto e tanto disincanto sul quale l'autore libera quel pizzico di peperoncino utile a destare i “lamentosi”, grazie al quale lo sguardo si posa sui paesaggi e personaggi, produttori, attori e registi che hanno fatto di ogni situazione disperata una risorsa entusiasmante e così l'Italia povera ma bella è terra che guarda radiosa al futuro con i suoi incanti antichi dai riverberi selvaggi sui quali riflettere delle piccole storie dai sapori intensi, fonte d'attrazione per quanti desiderano realizzare pellicole luminose.

Un testo per tutti i gusti, un lavoro per palati raffinati, un omaggio ai maestri del cinema che sanno guardare al bel paese, le sue città avvolte nel sogno (Venezia, Torino, Milano, Bologna, Firenze, Bari, Matera, Napoli, Palermo e Roma) con lucidità offrendoci la memoria e l'orgoglio di essere in posti che hanno il buon profumo e la forza di splendere e di lasciarsi alle spalle il banale, i luoghi comuni così opachi davanti alla cinepresa schiusa su orizzonti del divenir venturo.

giovedì, giugno 08, 2017

LIBRI. Chiara Samugheo, l’amazzone della fotografia

di VITTORIO POLITO – Si tratta di un libro pensato come un saggio o forse più semplicemente un atto d’amore e di stima verso Chiara Samugheo da chi l’ha conosciuta e apprezzata.  Un libro che dà un’idea della donna e dell’artista e traccia un profilo della sua attività professionale degli anni ’50 che furono così ricchi di fermenti e tanta voglia di ricostruire, nei quali la Samugheo proprio come un’amazzone si immergeva cercando con la sua fotocamera, frugando tra i vicoli dell’anima, tra i paesaggi reali dell’Italia ancora in macerie.

Chiara Samugheo voleva fare della fotografia un mezzo per evidenziare, documentare il negativo, per denunciarlo e arrivare a chi avesse capacità e possibilità di migliorarlo.

Il testo a cui hanno contribuito Giacomo Annibaldis, Paolo Barbaro, Angelo Cherchi, Daniela Ciriello, Germana Ciriello, Cesare Colombo, Piero Fabris, Guido Harari, Cosmo Laera, Mauro Raffini, Sergio Torsello, Italo Zannier, con prefazione di Denis Curti e postfazione di Claudio Pastrone, è ricco di spunti molto interessanti per una comprensione antropologica dei luoghi meno conosciuti forse nascosti di un’Italia che sapeva raccogliersi in gruppi di studio e tesa al futuro.

Nel lavoro curato da Daniela Ciriello, Germana Ciriello, Piero Fabris e Renato Longo dal titolo “Chiara Samugheo un'amazzone della fotografia” (edito da Les Flàneurs pagg.150 € 24,00) sono inserite delle immagini che svelano l’impegno della fotografa per il sociale, la sua capacità di realizzare degli scatti che ricordano il neorealismo; alcune sue inquadrature sono molto vicine al nostro tempo.

Queste pagine hanno il merito di rispolverare alcuni aspetti di Chiara che è stata frettolosamente inquadrata soltanto come la fotografa delle dive, invece la sua voglia di scoprire il mondo l’hanno portata a immortalare il carnevale di Rio, costumi e bellezze della Sardegna, le architetture di Lucca, le corti del verde, ovvero le masserie di Puglia, e molto altro tutto da riscoprire.

SAGGI. Macron: un ufo fra Europa, terrorismo, globalizzazione

di FRANCESCO GRECO - Macron, questo sconosciuto. Un oggetto misterioso, un ufo piombato nel cuore dell'Europa che vede la grande crisi durata dieci anni illanguidirsi, allontanarsi, ma non sa dare stabilità e razionalità alla ripresa: i popoli ne sono esclusi, il patto sociale destrutturato.

Macron non ha un partito, un movimento che lo sostiene. Ma rappresenta un laboratorio politico intrigante, pregno di una maieutica ancora tutta da scrivere e la curiosità è tanta.  
 
Se si vuole attingere al dèjà-vu si potrebbe dire lib-lab. O socialismo liberale. O terza via percorsa da Tony Blair (ma in un contesto storico diverso). O, ancora, post-ideologico. Ma ogni formula pare esigua, riduttiva per decodificare l'uomo, il politico, il suo concept (“sono le mie indignazioni a essere di sinistra, di fronte alle diseguaglianze che ostacolano la libertà”), la “società della mobilità” contro quella delle rendite di posizione, “L'ideologia, è una costruzione intellettuale che illumina la realtà dandole un senso...”, “Le etichette mi importano poco” (“pericoloso liberale”, “amico dei ricchi”, “uomo delle lobby”).  
 
Per gli apologeti la generazione-Macron riuscirà a dare un volto umano alla gloobalizzazione, spianando le sue perfide asprezze, in termini di costi umani, muovendo verso il prosciugamento delle diseguaglianze della base sociale, con sullo sfondo l'impresa, il dio-mercato cui infondere un'etica. Non solo: ridarà vigore all'etimo dell'ideale europeo logoro, sfilacciato intra moenia (GB) e oltre l'Atlantico (USA).

Per i critici (e già piovono accuse di nepotismo) invece è il volto presentabile delle élite finanziarie, i poteri forti (“la continuazione di un disastroso status quo opposta a un membro della famiglia Le Pen”, Sunday Times, 30 aprile scorso) per i quali la mondializzazione è l'Eden, non vogliono arretrare di un centimetro, la piramide va bene così, tanto da aver ridotto l'Europa a un fantasma borgesiano atomizzato da spinte confuse, dall'ontologia oscura e a tratti inquietante.
 
C'è dunque bisogno di capire, di sapere, all'inizio di un parabola ricca di semantica, sinora vincente. E a far luce sulle interfacce di un 40enne (Amiens, 1977, filosofo mancato, allievo di Paul Ricoeur che gli fece capire la filosofia antica), anagraficamente destinato a durare (prima sfida l'11 giugno quando il neo-presidente cercherà nelle urne una maggioranza trasversale, come la sua formazione politica) che crede nella sua “rivoluzione” (“al di là del discrimine destra-sinistra”, Ferrara) che vorrebbe coniugare uguaglianza sociale, diritti e mercato, e la legge addirittura come un format magari esportabile, giunge “Macron” (La rivoluzione liberale francese), di Mauro Zanon, Marsilio Editore, Venezia 2017, pp. 156, euro 12,00 (collana “Ancora”), prefazione di Giuliano Ferrara.  
 
Da studente in un liceo cattolico (“La Providence”, nome che traccia quasi un destino per chi crede alle sibille: qui incontra la futura moglie, Brigitte Trogneux, che insegna francese e tiene laboratori di teatro, frequentati, ovvio da Emmanuel), a ispettore delle finanze, chiamato, tramite Jacques Attali, da Sarkozy nel 2007 (l'idea di contaminare destra e sinistra è sua: solo unendo le forze per le “riforme condivise” si può rimodulare la società, libertè, egalitè, fraternitè) nella Commissione Attali per la liberazione della crescita, poi ministro dell'Economia con Holland e infine “En March!” (poi “Republique en march!) e infine l'Eliseo.

Il tutto nel paese più sciovinista d'Europa, che ha il copyright della grandeur, retaggio di un passato coloniale di chiaroscuri, di polvere spazzata sotto al tappeto. Il paese della ghigliottina, la Bastiglia, le brioches e la dottrina-Mitterand.
 
L'affresco di Zanon è essenziale perciò efficace, senza barocchismi né retorica: Macron è pur sempre nipote di Balzac e di Hugo. E infatti tiene d'occhio i miserabili delle banlieue come, d'altronde, già aveva fatto Attali con PlaNet France nel 2006, con progetti di inclusione, di nuove start-up, poiché “oggi, è più facile trovare un cliente, che trovare un datore di lavoro”. E il Quarto Stato che lì vive ha sentito subito il richiamo: “Nessuno è più macronista di un ragazzo delle banlieue!”, (Medhi, 22 anni, padre bretone, madre algerina).
 
“Forte empatia, grande etica del lavoro, capacità di sintesi ed efficacia, grandi capacità di ascolto”, Macron è stato fortunato negli incontri e i “grandi” incrociati sono diventati suoi maestri.
 
Difficile dire se la sua rivoluzione cambierà la Francia e rifonderà l'Europa. Di certo c'è che forse non restavano altre vie, e Macron ci sta provando. Ultima nota a margine: da settimane si parla dell'equivalente di Macron in Italia, come se uomini e storie fossero facilmente assimilabili. I pifferai magici dicono Renzi, ma in comune forse hanno solo la passione per Machiavelli, e per la “vita trepidante”. Come possono, d'altronde, essere sovrapposti se l'uno ha frequentato Attali e Paul Ricoeur (oltre a Hegel e Morin) e l'altro Verdini, Berlusconi, Alfano (oltre ad avere un babbo ingombrante che traffica in influenze) svelando un paese al nucleo inguaribilmente provinciale e rustico? 

martedì, giugno 06, 2017

LIBRI. 'Bello di giorno', figlio della globalizzazione

di FRANCESCO GRECO - “Non sarebbe stata l’idea di prostituirmi a privarmi della dignità, lo era piuttosto l’assenza di emancipazione, per cui avevo tutto da guadagnare e nulla da perdere”. Tutto è nella premessa. La prostituzione maschile al tempo della globalizzazione, della ristrutturazione del capitalismo post-industriale, che si traduce in precarietà, il “calcetto”, la non meritocrazia, vite devastate, fughe all’estero, l’impossibilità di organizzarsi una vita un po’ normale, la merce al centro di tutto e l’uomo sullo sfondo, a far da tappezzeria, la scala dei valori sconvolta, la morale cattolica, che faceva da collante sociale, prosciugata. D’istinto vengono alla mente le opere di H. Bosch.
 
Non è un libro facile “Il numero uno” (Confessioni di un marchettaro), di Francesco Mangiacapra, con Mario Gelardi (collana “Parliamone”, prefazione di Pino Strabioli), Iacobelli Editore, Roma, pp. 224, euro 14. Non lo è perché l’autore – dice Gelardi in prefazione è “figlio dell’inflazione dei titoli di studio, della disoccupazione e del precariato”.
 
Dovrebbero leggerlo i politici, specie quelli del Sud (l’azione si svolge a Napoli) per capire cosa c’è dietro i loro miserabili slogan urlati: allo sbaraglio 2-3 generazioni, milioni di “bamboccioni”, ma non per scelta, di nerd loro malgrado, a cui oggi si nega un reddito decente, umano, almeno da “milleuristi”, e domani una misera pensione. Come averle portate sul ciglio del burrone e averle spinte sotto (“un trentenne laureato che aveva conosciuto solo stipendi da call center e da commesso in libreria nel periodo natalizio… dopo tre anni di fotocopie il mio rimborso spese era di cento euro al mese”).
 
Ma non lo faranno, finché non saranno travolti da chi ha “il posto fisso a seicento euro al mese”. Ogni “patto sociale” è saltato, l’ascensore si è rotto, la ricchezza sociale è intercettata e rapinata da pochi, dalle èlite, il solidarismo cattolico e il welfare non funzionano, e mentre si annunciano provvedimenti lesivi della dignità, elemosine, ai tanti si negano anche le briciole, il diritto di esistere, di dare qualcosa: sono come ombre, fantasmi (“disperato per l’assenza di prospettive economiche e professionali”).
 
Se con un minimo di approccio epistemologico scannerizziamo, anche superficialmente, sotto l’aspetto  sociologico e antropologico, questo diario aspro, crudo, iperrealistico, post-bellico, che richiama un po’ gli anonimi cinesi e un po’ Apollinaire e Bukowski, troveremo svelato un mondo retto dalle apparenze, dalla doppia morale, dalla dissociazione schizofrenica dell’essere e dell’apparire: uno stereotipo della modernità. Il borghese tutto casa, chiesa e studio professionale e il ragazzo-bene in cerca di emozioni forti, ma “la rosa della clientela è diversificata per estrazione sociale, età, stato civile, professione, orientamento sessuale… scoprire che è un prete, un professore della mia università… Molto spesso si paga per solitudine, non solo per foga”.  Tutta colpa del “sexual fluidity”.
 
Siamo tutti - dice l’io narrante, “escort”, “ragazzo di vita”, “bello di giorno” - Dr. Jackyll e Mr. Hyde. Ma le patologie e perversioni non le legittimiamo, non le vediamo come tali, ma piuttosto come stranezze, diversivi, giochi per bambini mai cresciuti eterni Peter Pan.
 
Un altro aspetto che sconvolge è la gestione scientifica della prostituzione (“missione”) come un business (“per soldi sono poche le cose che non farei… mai offrire la prestazione gratis…”), con le ferree leggi del marketing, indagini di mercato e annunci ben pensati, anche “nel cesso di qualche stazione”, slogan e data base. Il protagonista è laureato in Giurisprudenza (“una laurea che è servita soltanto  a farmi sbattere in faccia un numero illimitato di porte”), ma potrebbe dare master in economia e finanza.
 
Un’autobiografia dagli accenti pasoliniani, balzacchiana, da commedia umana, “Non sarebbe stata l’idea di prostituirmi a privarmi della dignità…” del XXI secolo nel cuore dell’Occidente ormai privo di luce e di energia, alle prese con una cupio dissolvi esponenziale. “Quello che ho non me l’ha portato il vento ma il lavoro”.

Il libro (più vero di mille tomi sociologici) è per un pubblico adulto e vaccinato.

lunedì, giugno 05, 2017

L’ultimo libro di Tinta, ‘Lasciateci dormire’

di PIERO FABRIS - “Lasciatemi Dormire” (edizioni Les Flàneurs pagg.100 € 10,00) è l'ultimo lavoro di Tinta, nota scrittrice e cantautrice barese autrice di pagine schiette frutto della sua anima inquieta. Tinta, pseudonimo di Anna Valentini, ha esordito nel 2006 vincendo il concorso “Carte segrete” pubblicando: “Lettera aperta a un Amante”.

Questo lungo racconto, un centinaio di fogli ispirati a una storia vera, sono una denuncia contro la superficialità, la faciloneria incapace di soffiare sulle ciprie e l'incapacità di andare oltre i sorrisi: maschere di scena di quanti non amano i pietismi ipocriti, figli “…di famiglie infelici e tali a modo proprio...”, figli del faticoso apparire con le quali da bravi “Normotipi” affrontiamo, ridicolizziamo sensibilità e anestetizziamo modi di essere.

Nel mettere ordine a questa storia di donna che, decide di farla finita Tinta da voce al dolore sordo, e mette a fuoco col suo filo di inchiostro non solo il valore vero dell'amicizia, quanto l'occasione mancata che ogni essere umano sia per l'altro. Ogni uomo è un talento che appartiene alla comunità con i suoi limiti, difetti e disturbi con i propri sogni fatti di tenerezza, con i propri bisogni e abbracci negati. Intingendo la penna nel suo scrigno di ricordi ha rielaborato e raccontato senza retorica le attese e le paure nell'esistere nei deserti. Le vicende di Tiziana (la protagonista) sono il simbolo di questa gioventù sola nel trambusto che si svuota di fronte al senza senso e senza idee e si affretta oltre le linee di confine della fatica di vivere, rinunciando alla propria vocazione, quella unica e sola del: Conosci te stesso.

Con vellutata malinconia la scrittrice col suo “Lasciatemi Dormire” compie una ricognizione nella discarica dei sentimenti dove l'eco della solitudine si amplifica vorticosa facendo breccia sulla fragilità nascosta di chi rimane sempre alle periferie delle metropoli soffocate dai grattaceli di cemento “Moderno” e specchi per giostre tristi. Quanta insicurezza cerca conferme e si arrampica su vetri che invece accelerano la caduta fino al fondo di un bicchiere di lacrime?

Se utilizzassimo le finestre per far entrare luce, le nostre case avrebbero occasioni per schiudersi su orizzonti di bellezza.

L’autrice ha collaborato ad antologie e opere corali, spaziando dall'erotismo al sociale, dalla narrativa alla poesia. Nel 2016 è arrivata finalista al premio internazionale “Antonia Pozzi” ed è stata insignita della ‘Rosa d'argento’ dal Comune di Roseto degli Abruzzi.