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martedì, maggio 23, 2017

Nicole Cascione presenta il suo romanzo alla Libreria Campus

di VIP - Per il maggio dei libri della Libreria Campus, via Toma 76, Bari, venerdì 26 maggio alle ore 19:00 sarà presentato il volume di Nicole Cascione 'Amira, storia di una mezzosangue' (Les Flâneurs Edizioni). Modera Chiara Curci, giornalista e social media manager

Come è possibile considerarsi una straniera dopo essere cresciuta come cittadina dell’universo della letteratura? Amira si è sentita un ragazzino che giocava sulla via Pál e una delle piccole donne dell’America di metà Ottocento: per lei confini e nazionalità sono solo etichette. Eppure, da egiziana che si trasferisce a Bari per ritrovare la storia di suo padre, si scontra con l’intolleranza e la discriminazione

Amira è un ingegnere e aspira alla serenità, alla condivisione della vita con un ragazzo che abbia la forza di superare la disapprovazione altrui, che non si vergogni del suo velo e delle sue preghiere quotidiane, che comprenda il significato del ramadan.

Non tutti, però, scoprirà Amira durante il suo soggiorno a Bari, sanno accettare la diversità e abbracciarla come portatrice di ricchezza. Le dediche di suo padre sui libri che le ha lasciato saranno una guida per affrontare le insidie della vita, degli insegnamenti veicolati attraverso i classici della letteratura che la aiuteranno a trovare la propria strada e la propria identità, al di là di ogni confine.

Nicole Cascione, giornalista, ha conseguito la laurea in Lettere, curriculum “Editoria e Giornalismo” all’Università degli Studi “Aldo Moro” di Bari. Attualmente lavora per l’emittente televisiva Trm Network, è direttore responsabile di «Voglio Vivere Così Magazine» ed è redattrice di «Radici Future Magazine». La sua passione più grande è la lettura di classici, attraverso cui ha imparato a conoscere se stessa e gli altri.

FEDE. 'Cinque minuti con Cristo', e con noi

di FRANCESCO GRECO - “Salvaci, siamo perduti!... Perchè avete paura, uomini di poca fede?”. Ho ricevuto “Cinque minuti con Cristo” (commento al Vangelo quotidiano 2016), di Gianfranco Ravasi, Edizioni San Paolo, Milano 2015, pp. 270, euro 14,00, pochi minuti dopo aver letto su un giornale una lettera di don Mario Foradini: “Andando a benedire le famiglie, trovo sempre più giovani che si dichiarano non credenti, atei. Ciò che è triste, è che sono tutti dei battezzati, sovente ragazzi che hanno frequentato per anni gli ambienti cattolici. L'ateismo è un bene o un male per la società? Credere solo in se stessi e non in Dio è meglio o peggio? Su quali basi questi ragazzi fondano il concetto di bene e di male? Ma soprattutto chi riempie la loro solitudine?”.
 
E mi sono chiesto se fra questo libro e la realtà della lettera ci sono delle relazioni carsiche, o anche di superficie. Chi, cosa riempie il vuoto interiore di quei ragazzi, posto che essi lo avvertano e lo legittimino a se stessi, il che non è certo.
 
In tempi in cui i mezzi sono diventati fini e le icone, i feticci della modernità trasfigurati in nuove divinità, o decodificate e vissute come tali, affollati di una semantica posticcia, distante, alienante, solipsistica, feticista. I social, per dire, il dio-pixel.
 
“Per dare un'anima alle nostre giornate”, un significato alle parole derubate del loro etimo primitivo, e in definitiva alle nostre esili, caduche vite, cerchiamo – fa trend - lontano da noi formule alchemiche barocche, esotiche, improbabili elisir, ci illudono, e ci illudiamo di averlo trovato, da eterni Peter Pan, con l'ultimo gadget della tecnica e della scienza con cui stare sempre connessi con il mondo e gli altri, ma sconnessi da noi stessi. E se invece cercassimo – credenti e non – più vicino?
 
Questo libro contiene “153 grossi pesci”, gocce d'acqua fresca nell'arsura del nostro deserto quotidiano, dei valori relativizzati, della perfida secolarizzazione (ci sono chiese senza messa, perchè non c'è nessuno che ascolta).
 
“Abbiate la carità, conservate l'umiltà, accumulate i tesori della santa povertà”, (San Domenico Guzman).
 
Ravasi porge concetti alti e pregni col garbo e la modestia del divulgatore nato che abbiamo imparato a conoscere in questi tempi volgari in cui la bellezza è stata quasi formattata e la tenace gramigna ha preso possesso dei cuori. Questo libro offre un'occasione per sradicarla.   

giovedì, maggio 18, 2017

LIBRI. 'Pensieri in onda', le studiose Raffaeli e Valente ci conducono in un eccitante viaggio filosofico di piccoli naufraghi

di GRAZIA ELIA STELLA -  Fresco di stampa, questo corposo libro pubblicato per i tipi della Levante di Bari, esercita una solleticante calamita con la sua bellissima copertina (opera di Nicoletta de Candia) che va descritta per la sua colorata, meravigliosa pregnanza, atta a preannunciare l’importanza dei contenuti (Mariangela Raffaeli e Marisa Valente, ‘Pensieri in onda-Viaggio filosofico di piccoli naufraghi’, con illustrazioni di Nicoletta de Candia e prefazione di Francesco Bellino; (Collana Pratica filosofica - Levante editori, Bari 2017,pp. 361, e 25,00).

I “pensieri in onda” sono rappresentati da una barchetta di carta gremita di scritti con a bordo due bambini dagli azzurri grembiuli, in viaggio alla ricerca di risposte alle loro innumerevoli domande, rappresentate da un folto gruppo di punti interrogativi. Il tutto su uno sfondo giallo, solare, luminoso, come luminoso è il mondo dei bambini. Durante il viaggio i bimbi non saranno mai soli, ma in compagnia delle loro insegnanti che, insieme a loro, indagheranno, osserveranno e si arricchiranno.

Compito arduo e straordinario, aspro e dolcissimo il compito delle insegnanti -studiose Mariangela Raffaeli e Marisa Valente, coadiuvate dal lavoro esplicativo della illustratrice Nicoletta de Candia.

Impressiona positivamente, di primo acchito, il pensiero di Francesca, una bambina di 9 anni:

Dell’isola mi porterei tutto,
in particolare il rumore del mare
perché mi ha fatto sentire viva.
Provo tristezza perché
devo separarmi da essa
e felicità perché l’isola è stata per me
come un libro aperto e so che, quando vorrò,
potrò sempre riaprire.

Sappiamo tutti quanto i bambini siano proclivi alle domande, quanto viva ed esuberante sia la loro curiosità. Ebbene, il prof. Francesco Bellino, nella sua dotta prefazione, riprendendo il pensiero del grande Milan Kundera espresso nella famosa opera L’insostenibile leggerezza dell’essere, dice: “Le domande veramente serie sono quelle che possono essere formulate da un bambino. Solo le domande più ingenue sono veramente serie. Sono domande per le quali non esiste risposta. […] sono proprio le domande per le quali non esiste risposta che segnano i limiti delle possibilità umane e tracciano i confini dell’esistenza umana”.

Va confermato che esiste un rapporto tra filosofia e bambino con tre direzioni: filosofia per bambini, con i bambini e dei bambini.

Forti di studi e di entusiasmo, le due autrici “filosofe ed educatrici” hanno inteso realizzare un progetto educativo incentrato in un “viaggio filosofico” mirato ad arricchire culturalmente il bambino ed a migliorare tutte le sue abilità, favorendone lo sviluppo socio – affettivo.

Un lavoro didattico portato avanti sul filo della filosofia, raccontato e descritto passo passo con la passione di chi si immerge totalmente nello spirito della propria professione.

Si tratta di un viaggio che non è affatto unilaterale, ma coinvolge interamente il gruppo costituito da alunni ed insegnanti. Queste ultime hanno come meta da raggiungere non la trasmissione di nozioni, bensì la nascita e lo sviluppo di quanto vi è di originale in ogni bambino o nel gruppo di bambini. Ne deriverà la formazione di una sorta di famiglia, nella quale ciascuno potrà esprimersi liberamente, facendo emergere quanto ha dentro di sé.

Bando, dunque, alle soppressioni ed alle repressioni, per favorire la libertà di pensiero e di immaginazione dei piccoli filosofi.

Un inno si levi, al contrario, all’attiva collaborazione tra adulti e bambini, in una produttiva parità dei ruoli!

Le autrici, assertrici convinte delle potenzialità filosofiche del bambino, vanno avanti nella descrizione del loro progetto, vivendone le emozioni insieme agli alunni.

Il risultato del loro grande impegno è questo importante volume che, come dice il prefatore, “non è solo un serio contributo scientifico al miglioramento della didattica e della scuola, additandoci concretamente esempi di progettazione pedagogica, ma incarna molto bene la svolta in atto, che sta riportando la filosofia nella vita quotidiana”.

Tutto il lavoro progettuale è scandito in due parti, ciascuna suddivisa in capitoli e paragrafi. La seconda parte comprende ben 13 laboratori, mentre le pagine conclusive contengono, tra l’altro, la postfazione di Carla Della Penna, la quale rivolge l’attenzione all’alunno migrante, che ha bisogno di empatia per potersi adeguare ad un mondo nuovo per costumi e cultura ed è preoccupato dalle problematiche derivanti da bruschi e forti cambiamenti.

Tutto il lavoro si avvale delle vivaci, splendide illustrazioni di Nicoletta de Candia, accompagnate da massime incisive ed illuminanti.

Si tratta di un libro innovativo nel campo della didattica; un libro che tutti gli insegnanti dovrebbero consultare, considerandolo un valido supporto alla loro quotidiana attività con i filosofi in erba che sono i bambini.

Un libro serio, come serie vanno ritenute le domande dei bambini.

Al volume ‘Viaggio filosofico di piccoli naufraghi’ ed alle sue autrici l’augurio che, questo probabile successo editoriale, sia l’inizio di un nuovo modo di concepire l’insegnamento e il dialogo da instaurare con i giovani fruitori del sapere.

domenica, maggio 14, 2017

LIBRI. Mediterraneo, 'Il giardino delle meraviglie'

di FRANCESCO GRECO - “Alle tre, nel sole di dicembre, dietro il mare che scoppiettava nascosto, il trenino entrava, piccoli vagoni verdi, in una gola di roccia, e poi in una selva di fichidindia…”, (Elio Vittorini).

Profumi intensi, colori che rapiscono, odori ammalianti, paesaggi improvvisi della natura, incanti e stupori dell’io più segreto: è questa la stagione dell’anno più bella, poiché, come dicono i vecchi “furesi” (contadini) di Puglia, “ogni terracàta se rinnova” (ogni radice rinasce).
 
“Com’erano gustose le arance staccate fresche fresche dall’albero e sbucciate all’ombra del giardino…”, (Luigi Capuana). Se dopo 25 secoli tornasse Erodoto ne sarebbe sconvolto in un brainstorming dei sensi (e delle papille gustative).

Intanto facciamolo noi finché possiamo con “Il giardino delle meraviglie” (Storie, segreti, ricette intorno alle piante del Mediterraneo), di Lucia Scuderi, Donzelli Editore, Roma 2017, pp. 54, euro 20,00, edizione pregevole, da donare ai posteri.
 
“Piacciono tanto a nonna Rosa quei gelsomini di bella notte!”, (Luigi Pirandello). L’illustratrice siciliana ha messo insieme una gallery emozionante e suggestiva di alberi, fiori e piante presenti sulla sua isola: alcune indigene, nel senso che ci sono sempre state, altre “importate”, hanno trovato un microclima adatto e si sono integrate, arricchendo una biodiversità di per sé vasta e ammaliante.  
 
“Dormir tranquillo/ come dormite voi,/ passiflora e stelle…”, (Federico Garcìa-Lorca).
 
Questo libro contiene, subliminali, due messaggi: responsabilizziamoci noi, uno per uno, e a livello istituzionale, rispetto al prezioso patrimonio botanico avuto in dono dal passato, la salvaguardia e valorizzazione.

E un altro, altrettanto sottinteso, carsico: se ci fermassimo a osservare i fiori del cappero, stami e pistilli, le corolle della bougainvillea e la delicatezza delle corolle della ceiba speciosa, forse avremmo meno tempo per farci trascinare nei gorghi della modernità, fatta di rimozioni e sublimazioni, transfert e volgarità, con le sue icone trash e patologie distruttrici che conducono a un’inconscia cupio dissolvi.
 
E se fosse l’aloe vera (“potente antidolorifico a antinfiammatorio”) tanto amata da Cleopatra (usava il succo come collirio) a farci ipotizzare un Neo-Umanesimo in cui convivere con noi stessi senza paure, gli altri e la magmatica energia dolce dell’Universo?    

“A destra, un cantuccio d’Africa, una siepe di cactus erti come pilastri, rampanti come rettili, orridi, contorti, spinosi; e poi ancora le agavi, i banani, gli aloè”, (Federico De Roberto).

giovedì, maggio 11, 2017

LIBRI. Se il sonno delle app genera 'Mostri Mitologici'

di FRANCESCO GRECO - Sabarbabathiooth sabarbabathiuth sabarbabathiooeeth sabarbarbaphai… “Tessere era la mia passione e lo è ancora oggi…”, (Aracne).

Quando il sonno delle app genera mostri mitologici. Rimodulati dal gelo dei pixel, impregnati di 2.0, affascinanti e pregni di messaggi, subliminali e carsici, com’è sin dalla loro origine e nell’etimologia ricca e complessa di semantica di cui sono portatori sani. “Ero bella, troppo bella! Non come le mie sorelle…”, (Medusa). La gallery di 9 mostri della letteratura, che abbiamo conosciuto sui banchi di scuola e che si affacciano nel nostro immaginario (qui parlano in prima persona e dai loro luoghi d'origine), è ripercorsa in “Mostri Mitologici”, di Sergio Fontana, con le illustrazioni di Lucia Conversi, Scienze e Lettere editore (già Bardi editore), Roma 2017, pp. 144, euro 15,00, progetto grafico e foto di Daniel Alvarez Bunkorst.

“Dovevo essere il figlio di un re, a quell’epoca il più potente del Mediterraneo, si chiamava Minosse…”. Collaborazione: Marianna e Tommaso Fontana, Roberta Passoni, Monica Demuru, Paolo Vigliarolo, Fabio Coccetti, Mauro Zallocco, Gabriele Monotti, Valentina Coccetti, Giancarlo Schirru, il pittore di Berlino, Onesimos, gli artisti anonimi della pittura vascolare della Grecia antica. “Tanto tempo fa ero una bella ragazza, vivevo sulla costa della Calabria…” (Scilla).

La collana “Monstra” è giunta al quarto volume ed è diretta da Helga Di Giuseppe. Il progetto esce dall’app “Mostri Mitologici-Mythological Monsters” e si fa cartaceo, anche come tributo alla carta, che all’epoca del byte conserva immutato tutto il suo fascino. “Il mio nome significa in greco fare fumo e di fumo ne faccio parecchio…”, Tifone. App prodotta da Sema s.n.c. per tablet e cellulari (con voci, musiche, animazioni e giochi) sui migliori store digitali, bilingue: italiano e inglese, come ormai deve essere per tutto (e che in questo caso tende a proporsi anche come gioco didattico ai bambini e ragazzi avvicinandoli all’epica).

Come in una seduta psicanalitica, stesi sul lettino, i “mostri” parlano in prima persona, dai topos dove vissero, e raccontano tutto di se stessi, senza reticenze né autocensure. “Il mio è un lavoro sporco, ma qualcuno deve pur farlo: faccio il cane da guardia… Vi chiederete: a cosa serve un guardiano?”, Cerbero. Un libro che riflette in modo sottinteso sull’idea di mostruosità e i suoi codici infiniti, oggi che siamo circondati da bestie immonde che si celano sotto mentite spoglie. Al Minotauro e a Medusa pensiamo con affetto: fanno parte del nostro pensiero e formazione culturale, con tutte le loro sovrapposizioni e decodificazioni.

“Mi chiamo Acheloo e sono un dio ma anche un fiume…”. Ma alzi la mano chi non è nauseato dai mostri che si muovono felpati e viscidi intorno a noi, che decidono delle nostre esistenze, che la abbrutiscono, che ce la rubano. “Io vi guardo da quassù, anche voi potete vedermi, ma soltanto di notte…”, Centauro-Chirone. E che purtroppo non sappiamo riconoscere. Peggio per noi.

sabarbabathiooth sabarbabathiuth sabarbabathiooeeth sabarbarbaphai…

venerdì, maggio 05, 2017

LIBRI. Presentato a Modugno 'La donna del falco', di Nunzio Smacchia


BARI - È stato presentato oggi, presso la sede della Pro Loco di Modugno, il nuovo libro di Nunzio Smacchia. Il romanzo, intitolato La donna del falco, racconta la storia di Francesca e del suo fortissimo legame con la bisnonna Caterina. La giovane nipote ripercorre, in un lungo flashback, tutti i ricordi del passato e le tappe di un'infanzia in cui l'anziana donna le è sempre stata affianco, crescendola come una figlia.

Tuttavia, nel corso della lettura, la trama viene avvolta da un alone di mistero. La curiosità del lettore viene inevitabilmente risvegliata da un singolare segreto. Così facendo, l'autore lascia che il libro assuma una piega tanto romanzesca, quanto storica. Tramite la figura della bisnonna Caterina, le pagine focalizzano l'attenzione sugli anni della guerra civile spagnola. Infatti, è proprio dal 1936 che esiste quel segreto che Francesca tenterà di scoprire, per far luce sulla storia della sua famiglia.

All'evento hanno partecipato Michele Ventrella (Presidente dell'Ass. Pro Loco Modugno) e Loredana Iusco (firma del periodico Amodugno), che ha dialogato con l'autore.

giovedì, maggio 04, 2017

NAPOLI CAPITALE. 'L’ultimo Re', poi il nulla

di FRANCESCO GRECO - Se vogliamo interrogarci sulla fine del nostro Regno (“superpotenza”), la barocca complessità in cui avvenne, “L’ultimo Re” (nel cuore del Regno), di Angelo Donno, Lupo Editore, Copertino (Le) 2016, pp. 280, euro 16,00, aiuta molto.
 
Il romanzo storico è cosa ispida, occorre una password, un’alchimia segreta per avventurarcisi, Donno (Taviano, 1959) l’ha trovata e lo ha scritto come ispirato. Una prosa tersa, istintiva, priva d’accademia e  malizia letteraria, ma densa di pathos e orgoglio di un’appartenenza, una memoria condivisa, radici antiche e nobili: il nostro dna dalla Magna Grecia (anche Taranto fu “capitale”) a Gomorra.
 
Abilissimo nell’ibridare elementi reali con l’esprìt del tempo e la psicologia dei personaggi: il Re, il suo governo, don Alfonso e il nordista Alberigo (“C’è una luce che non avevo mai visto prima..”). Coscienti che la patria è tutto quel che hanno e che dopo i gattopardi verranno iene e sciacalli, e in 150 anni sono stati tanti.

Scorre su due livelli, mirabilmente intrecciati: storico-politico, con la rievocazione delle dinamiche che portarono all’apocalisse del Sud-Nazione, e socio-culturale: la sedimentazione umana, etica, sociologica, antropologica, evoca la ricchezza di un mondo con “una sua storia, una sua identità, una sua fede”, la sua architettura sociale, la quotidianità del popolo, le vicende della popolana Elda prima a Taviano, cuore del Salento (“Quella terra potrebbe risorgere se si attrezzasse per aumentare e migliorare le sue produzioni”: è ancora così), e poi a Napoli Capitale (“vi era una vitalità che non si trovava in nessun’altra capitale europea”).
 
Senza inseguire fantasmi revisionisti o nostalgie datate, ma frugando nella memoria ferita, lo scrittore ci spiega perché i meridionali non aspettavano sull’uscio di casa i “liberatori” come “lucertole dalla faccia di dado” (Bodini). Perciò non hanno mai metabolizzato l’unità, che era un’impellenza storica - anche i Borboni accarezzavano l’idea (“siamo stati tra i primi…”), non per opportunismo ma per amor patrio - fatta poi con ambiguità, violenza sanguinaria per la normalizzazione, mal “comunicata” (“da conquistatori si comporteranno”).
 
Un’unità partita dal vertice: un po’ come l’UE, che ora i populismi stanno destrutturando: corsi e ricorsi, puro Vico, uno degli intellettuali più raffinati di quel Regno che brillava per la genialità dei suoi scienziati, imprenditori illuminati, artisti meravigliosi.

Angelo Donno
Non staremo a dire del pil più alto d’Europa, gli inglesi sponsor di Garibaldi bramosi di farsi gli affari loro nel Mediterraneo, ma “le vere canaglie… sono tutte le potenze occidentali”, i generali di Francesco II (scaraventato sul trono dall’assassinio del padre Ferdinando, “religioso, acculturato, inesperto…”, “Sto imparando a fare il re”) che spesso si arresero senza sparare un colpo (“chi sta più in alto dovrà dare molte spiegazioni”), i “galantuomini” mandati dagli agrari che appaiono sugli scenari, come preti e monaci, i “picciotti” e i baroni che omaggiano don Peppino (“scena quasi da Medioevo”), la giovane età del sovrano (struggente il passaggio in cui riflette con Elda (“percepiva tutta la sua solitudine”, “ha perso sua madre appena venuto al mondo”) di faccende di Stato (“non ho bisogno di uomini colti che usano il loro sapere per raggirarmi... Io ho bisogno di sentire la voce del popolo…”, “avremmo dovuto tentare noi di fare l’Italia”) prima di riunire il governo, tentato di concedere la Costituzione (“come quella francese”) per salvare il Regno, dei criminali fra i Mille (la patria unita ha un dna sudicio), del “pentimento” del Generale, di una serie di concause che portarono alla fine di “un mondo che non avrebbero capito né saputo governare”.
 
Come i grandi narratori che raccontano un’epica, Donno rende bene la fierezza (“neanche il Padreterno mi comanda!”), l’eroismo (“non sapranno mai quale zolla ha assorbito il loro sangue”) del popolo, il clima di scollamento, disfacimento delle coscienze (“Questa gente ha fame, seguirà il primo che gli promette un tozzo di pane…”), tra vigliaccherie e miseri interessi (“Hanno ridotto questa terra come  una puttana”). Terra che dal “sacco” non si è più ripresa e oggi i meridionali sono forestieri in casa loro.

Eravamo un popolo, c’era una dinastia (oggi seguiamo morbosamente il gossip della corona britannica), una patria. Non era il migliore dei mondi, lacerato da contraddizioni profonde, ma era tenuto insieme da un sentimento, e bisognoso di un restyling riformista (“le rivoluzioni non si combattono con il cannone, ma con le riforme”). Però era la terra nostra.
 
Non ci resta più niente, manco un po’ di autostima: i colonizzatori hanno formattata pure quella. Anzi, un lascito dell’unità c’è: le camorre, le ‘ndranghete, le corone unite, le cosche politiche che ci convivono in una perversa osmosi di interessi e commensalismo (io dò i voti a te, tu dai gli appalti a me), che depredano, abbrutiscono il presente, rubano il futuro stordendoci con volgari mantra.
 
Mentre l’ex Regno si desertifica e somiglia a un ospizio devastato da ogni sorta di xylella, metafora di tutte le lebbre di cui, impuniti e strafottenti, ci hanno infettati. Tutto è stato rimosso dai vincitori che han scritto la storia con omissis e menzogne, ma non la Storia che emerge in queste pagine appassionate, nella koinè, nel sangue che ci scorre nelle vene, nell'aria che respiriamo, nei seni delle mamme che succhiamo, nei cieli che rapiti ammiriamo, nella terra rossa che zappiamo.
 
Questo romanzo è utile al Sud per ritrovare la coscienza e la dignità perduta, l’anima di un popolo e una terra: solo sapendo chi siamo stati possiamo immaginare un futuro senza paura, da protagonisti. Grazie a Donno (www.angelodonno.it) per avercelo donato.

martedì, maggio 02, 2017

LIBRI. La rivoluzione prossima ventura, delle piante

di FRANCESCO GRECO - Le piante, queste sconosciute. Ci vivono accanto dal Big-Bang al pixel (incluse le specie ancora sconosciute, senza nome, e le loro proprietà edule, curative, officinali), ma chi può dire di conoscerle davvero? Non certo noi, volgari consumatori di emozioni seriali e posticce, che allineati e coperti su disvalori, abbiamo sempre ignorato il loro mondo complesso e misterioso, i linguaggi, le funzioni, le interrelazioni, i messaggi che ci mandano e che, frettolosi e virtuali, sempre connessi, correndo verso l'ictus, non cogliamo.

E corriamo allegramente verso la cupio dissolvi disboscando senza limiti e annientando la ricchezza della biodiversità cui dobbiamo la vita. Un universo cui si approccia invece con curiosità escatologica, diremmo con umiltà, e il doveroso, etico furore per il suicidio collettivo in cui siamo immersi Stefano Mancuso, professore all'Università di Firenze e direttore del Laboratorio di Neurobiologia Vegetale. “Plant Revolution” (Le piante hanno già inventato il nostro futuro), Giunti Editore, Firenze-Milano 2017, pp. 272, euro 20 (collana “Grandi Orizzonti”, anche in versione ebook), è un lavoro ben strutturato, un labirinto di scoperte e di emozioni, che ci fa esclamare di continuo: “Ma davvero? Ma guarda... Cavolo! E io che credevo che...”.

Ci sono libri con cui l'empatia con chi li legge per parlarne è automatica, istintiva, semanticamente ricca. Questo saggio ha subito attivato l'ipotalamo della memoria, selezionato ricordi, smosso il vissuto. Quando si andava all'uliveto a fare la rimonda, zio Antonio, il fratello di mia madre Antonietta, diceva: ”L'albero ti parla...”.

Vero. Un albero parla a tutti. Se la mimosa del vostro giardino cresce piegata, è segno che ha addosso l'ombra di un'altra pianta, che le ruba la luce. Se avete due peschi e uno matura prima i frutti, vuol dire che prende più luce dell'altro, perché come dicono i vecchi e saggi contadini mediterranei “U sule ca te vide te scarfa” (Il sole che ti vede ti riscalda). Columella ha lasciato detto: “Solo lo sciocco pensa che coltivare la terra sia facile”. Mancuso si avventura quindi su un terreno, è il caso di dire, vergine, chissà perché, insondato, lasciato sullo sfondo degli studi e la ricerca, cui forse solo alchimisti e monaci si sono avvicinati, magari anche la medicina popolare, empirica e i cuochi del Rinascimento.

Auguriamo a questo libro (emozionante il corredo fotografico, cover di Rocìo Isabel Gonzàlez, foto dell'autore di Anna Maria Marras, progetto grafico di Yoshihito Furuya) una grande fortuna: sarebbe il segno di una ritrovata coscienza, di un neo-Umanesimo in progress, della rinnovata appartenenza a Demetra (Geo). La nostra rivoluzione. Anche così si spiega chi difende gli ulivi malati (fatti ammalare?) di Terra d'Otranto. Fra le pagine si intravedono sparse qua e là come illuminazioni tipo “Eureka!” i postulati per una non improbabile salvezza.

E se la rivoluzione non venisse da ideologie e religioni tutte relativizzate e ci fosse suggerita da una vellutata orchidea selvaggia, se la felicità fosse un segreto che una manciata di asparagi selvatici ci può suggerire?

lunedì, maggio 01, 2017

Nicola Pignataro e il suo viaggio nel tempo, nella baresità e nel dialetto

di VITTORIO POLITO - Nicola Pignataro, protagonista e direttore del Teatro “Purgatorio” di Bari, autore e interprete di numerose commedie in dialetto barese, ha pubblicato in questi giorni per le edizioni Radici Future il volume “Ce nge n’ama scì sciamaninne” (Se ce ne dobbiamo andare, andiamocene).

Si tratta di un viaggio nel tempo, lungo tre millenni, alla ricerca delle radici della baresità, delle origini della lingua parlata “nostra madre lingua”, come la chiama l’autore e non solo.

L’autore accompagna delicatamente i lettori in un viaggio dalla preistoria ai giorni nostri, unendo la storia di Bari, il dialetto barese e qualche nota grammaticale per facilitare la lettura del dialetto.

Pignataro si pone una domanda: “È ancora utile nel terzo millennio riproporre lo studio del dialetto?”. La risposta non può essere che essere affermativa, anche per essere aggiornati sulla copiosa letteratura dialettale che non teme confronti con quella nazionale. Infatti è arcinoto che i dialetti (e quello barese in particolare), supera di gran lunga l’italiano per sintesi, incisività, immediatezza, musicalità, arguzia e slancio poetico.

E, dopo l’inizio con l’alfabeto, con incluse e insostituibili e indispensabili lettere j e k, durante il racconto storico, Pignataro, intervalla i capitoli con il glossario “Ce vòle disce”, che si ripete per arricchire e facilitare al massimo il significato di termini, vocaboli e modi di dire (es. gagge: amante o fidanzato appena conosciuto, oppure di un tizio che sta per combinare un imbroglio; strusciabbène: scialacquatore, qualcuno che non ha rispetto per il denaro e lo consuma malamente; mappìne: schiaffo o straccio da cucina. Ma in dialetto barese ha un mare di sinonimi ed eccone qualche altro: cannàle, garzàle, salescìnne, lisce e busse, lavamùsse, ecc.

Il contenuto del libro si estende in ben 32 capitoli nei quali si parla delle origini di Bari, della nostra cucina (la checina noste), Bari greca e romana, Emirato di Baruch, Bari altomedievale, saracena, bizantina, normanno-sveva, angioina, Isabella D’Aragona e tanti altri racconti che si leggono piacevolmente. Non manca neanche una simpatica lista di frasi fatte per andare al bar e ristorante. Un esempio? “Ho fretta, mi porti da mangiare”? “Vògghe de fòdde, famme mangià”, e così via.

In fine, mi piace ricordare il XXI capitolo riferito alla Piccola antologia della letteratura barese, nel quale l’autore narra sinteticamente qualche cronaca, citando personaggi e alcuni poeti dialettali baresi (Giorgio Sagarriga Visconti, Francesco Saverio Abbrescia, Davide Lopez, Gaetano Savelli, Giuseppe Capriati, Gaetano Granieri, Michele Bellomo, Giuseppe Lembo, Peppino Franco, Agnese Palummo, Vito De Fano, Vito Maurogiovanni, Alfredo Giovine), e qualche verso delle loro poesie.

Concludo con i versi della poetessa Agnese Palummo, che fu operatrice didattica nel centro storico barese, al quale dedicò alcune poesie, tra cui quella dal titolo “Bare vecchie mi amate!” che così si conclude:
……………..

Ah, Bare vecchie mi, quante si bedde!
Da do a nu mese t’agghia abbandenà!
M’onne tagghiate u core a fedde a fedde!
Dimme, ci ma de te s’ava scherdà!...

mercoledì, aprile 26, 2017

In distribuzione il n. 41/2017 della rivista 'L’Audioprotesista'

di VITTORIO POLITO - È stato pubblicato in questi giorni il numero 41/2017 della rivista tecnico-scientifica dell’udito “L’Audioprotesista”, organo del comparto Audioprotesico Italiano e di altre associazioni del settore, nonché membro dell’Associazione Europea degli audioprotesisti (ECA Editrice).

La rivista, presentata da Mauro Menzietti, direttore editoriale, propone due articoli di fondo: il primo di Gianni Gruppioni, presidente ANAP, che tratta del Nuovo Nomenclatore Tariffario e delle richieste finalizzate a correggere nel merito alcuni punti irrinunciabili nella riforma dell’assistenza protesica, accolte e recepite dalle competenti Commissioni Sanità del Senato e Affari Sociali della Camera. Il secondo di Salvatore Regalbuto, relativo ai Nuovi LEA.

Una nota di Dario Ruggeri parla del ruolo degli audioprotesisti e la loro utilità, mentre un successivo articolo, in collaborazione con lo Studio Legale Stefanelli & Stefanelli, tratta della riforma della responsabilità sanitaria.

L’intervento del Ministro della Salute, Lorenzin, mette in risalto la “Giornata dell’udito”, nell’ambito delle attività dell’Associazione “Nonno Ascoltami”, svoltasi a Roma nella sede dello stesso Ministero, finalizzata alla “Prevenzione per contrastare l’ipoacusia e abbattere costi sociali. Del corposo Comitato Scientifico (nella foto) fanno parte, tra gli altri, Michele Barbara (Barletta), Pasquale Cassano (Foggia), Egidio Dalena (Monopoli), Gennaro Larotonda (Matera), Domenico Petrone (Bari), Paolo Petrone (Monopoli), Nicola Quaranta (Bari), Michele Raguso (Altamura), Silvano Vitale (Lecce).

L’intervista al neurologo Gennaro Barbato sulla riabilitazione uditiva tempestiva; la nota sulla presbiacusia e decadimento cognitivo (di R. Di Mauro, A. Martorana, L. Riccardi e S. Di Girolamo), insieme a molti altri argomenti tecnici e di attualità completano la pregevole rivista.

Conclude il periodico la recensione della maneggevole pubblicazione di Domenico Petrone e del sottoscritto su “San Biagio, tra storia, leggenda e tradizione” (Edizioni ECA), che com’è noto è protettore degli otorinolaringoiatri e della gola.

lunedì, aprile 24, 2017

Libri, racconti e Ferrari a Calimera

LECCE - Raduno di Ferrari nel Salento per la presentazione del libro “Sfida alla Transfagarasan – Una Ferrari sulla strada più bella del mondo” di Fabio Barone e Federica Giannone. Domenica 30 Aprile, una sola data per due eventi in due location d’eccezione per altrettanti autori che hanno deciso di catapultare gli amici salentini nell’universo Ferrari per un giorno.

Il ricco programma parte dalla suggestiva Tenuta Santicuti, che dalla mattinata del 30 Aprile ospiterà nel suo ampio parco un raduno di ben 20 Ferrari fra cui la rarissima 458 Speciale. Nella splendida masseria situata all’interno del Parco Nazionale delle Cesine, i ferraristi degusteranno un pranzo tipico preparato da Di Donfrancesco Catering e Banqueting, storico marchio salentino molto noto ed apprezzato.

Nel pomeriggio, l’appuntamento con le rosse di Maranello si sposterà a Calimera nella Sala Consiliare del Comune in Piazza del Sole, dove gli autori Fabio Barone e Federica Giannone presenteranno “Sfida alla Transfagarasan”, il loro nuovo lavoro editoriale scritto a quattro mani, sull’esperienza del Guinness World Record ottenuto da Barone correndo su quella che Top Gear UK ha definito la strada più bella del mondo. Al termine della presentazione, fra gli acquirenti del libro verranno estratti 3 fortunati vincitori di un giro in Ferrari per le vie del paese.

Ciliegina sulla torta sarà il raduno dei cavallini rampanti del Club Ferrari Passione Rossa in Piazza del Sole, dove gli intervenuti potranno ammirarne i 20 esemplari di Ferrari, fra cui la 458 Italia che ha guidato il pilota Barone alla conquista di due record mondiali. Il primo ottenuto nel 2015 tra le montagne dei Carpazi in Romania, sulla suggestiva Transfagarasan, che costeggia la fortezza del Conte Dracula. Il secondo vinto solo un anno dopo con un’altra pericolosissima impresa sulla Tongtian Highway in Cina, dove il pilota romano ha corso rappresentando ufficialmente l’Italia, per sfidare le 99 curve in salita senza guardrail della mitica strada che ha ispirato i creatori del film Avatar.

E’ proprio dal racconto dell’avventura nei Carpazi che è nato il libro “Sfida alla Transfagarasan”, uno speciale diario di bordo collettivo in cui Barone e Giannone hanno raccolto le testimonianze del Dream Team che ha reso possibile l’impresa: dal pilota al navigatore, dai meccanici e preparatori al mental coach fino alla direttrice dell’Ente Nazionale del Turismo romeno.

Da quest’esperienza ha preso vita anche un suggestivo documentario del regista Sante Paolacci, che verrà proiettato durante l’evento di presentazione per catapultare gli spettatori nell’atmosfera dell’avventura di questa squadra, unita dalla passione per il cavallino rampante. Un team che ha aiutato Barone a compiere imprese inimmaginabili, dimostrando che con tenacia, severa preparazione ed amore per ciò che si fa, ogni traguardo diventa possibile.

Se amate la lettura, le sfide o le rosse di Maranello, questo è un appuntamento da non perdere. Domenica 30 Aprile dalle ore 15,00 raduno di Ferrari in Piazza del Sole a Calimera ed alle 17,00 presentazione del libro nella Sala Consiliare del Comune.

venerdì, aprile 21, 2017

Bari, presentato il libro 'Come un diamante nell’acqua'

di FRANCESCO LOIACONO - E’ stato presentato ieri sera a Bari nella profumeria 'Crabtree and Evelyn', in via Principe Amedeo, il libro “Come un diamante nell’acqua”. Presente, tra gli altri, la giovanissima autrice, la barlettana Stefania Cafagna. Il volume parla di un campione di tennis spagnolo, Ricardo Navarro, di Granada e delle sue vicende familiari.

Il protagonista ha origini gitane e porta con sé il 'diende', lo spirito di Garcia Lorca. L'autrice è stata intervistata dalla bravissima attrice Lorena Pasotti. Durante la serata sono stati letti con enfasi alcuni brani del libro da Giuseppe Trotta e Clarissa Scialdone. L’editore è Falvision.

Questo è il primo libro di Stefania Cafagna. Il giovane protagonista, campione di successo, divide la sua vita tra Helena, la sua donna, e il suo coach, lo zio Sebastian, che rispecchia le sue paure e si rivela in un certo senso una presenza ingombrante durante tutta la sua avventura sportiva.

L’evento, che fa parte dell’interessante rassegna “Profumi e parole”, è stato organizzato da Elisabetta Minenna e dalla signora Minnie con grande disponibilità e cortesia. Di sicuro è stato un grande appuntamento in una ambientazione molto suggestiva e accogliente. Una bella serata che ha allietato il pubblico molto attento e desideroso di ascoltare tutto quello che è stato letto e detto.

Le poesie di Grazia Stella Elia

di VITTORIO POLITO - È stato pubblicato in questi giorni il volume di poesie di Grazia Stella Elia “Aspettando l’angelo” (FaLvision Editore).

La pubblicazione, che si avvale della prefazione di Grazia Distaso, riporta oltre 150 poesie scritte in diversi tempi e trattano argomenti di vario genere (sacro, profano, natura, ulivi, ecc.).

“La poesia – diceva Voltaire – è necessaria all’uomo: chi non ama la poesia ha uno spirito arido e pesante, perché i versi sono la musica dell’anima”, e se questo si paragona all’attività poetica di Grazia Stella Elia, allora i conti tornano.

L’autrice che ha già all’attivo molti libri di poesie, stanno a dimostrare la statura della poetessa che non si limita al solo poetare, ma è anche scrittrice di importanti testi ed autrice del poderoso “Dizionario del dialetto di Trinitapoli”, che si avvale della prefazione di Manlio Cortelazzo (Levante Editori).

La raccolta poetica di Grazia Stella Elia «è una sorta di “inno” che si protende verso il divino, cantandone e implorandone la misericordia e testimoniando un’ininterrotta religiosità dell’anima», per la quale non si può non essere d’accordo.

Un esempio liricità dei versi dell’autrice si possono valutare in questa breve poesia ripresa dal testo dell’Autrice.

PER CHI CANTA

Per chi canta
l’uccello
non visto
tra i rami
di un vecchio ulivo?
Manda note di letizia
a Te, Dio creatore,
che ali gli hai donato
per volare
e ugola speciale
per cantare.

giovedì, aprile 20, 2017

LIBRI. Simone Weil 'Contro i partiti', 'lebbra' della società moderna

di FRANCESCO GRECO - Filosofa, mistica, scrittrice. Insegnante di latino e greco (free), operaia alla Renault. Agit-prop, ma senza gli eccessi della militanza nella Francia della seconda guerra che avrebbe collaborato col maresciallo Petain, mentre lei era con “France libre” di Charles De Gaulle.
 
Dunque, dna polisemico. Ma ciò che intimidisce e intriga di Simone Weil (1909-1943) è la lucidità analitica di un pensiero escatologico, pindarico, sospeso fra neo-umanesimo e neo- illuminismo, che accredita l’uomo di virtù maieutiche (“L’iniziativa e la responsabilità, il sentimento di essere utile e persino indispensabile, sono bisogni vitali dell’anima umana”).
 
Affascina l’estrema attualità della sua speculazione, come se avesse letto nella mente e nel cuore degli uomini d’ogni tempo e avesse indicato le linee-guida per perseguire un mondo di giustizia e verità, mitridadizzazione di ogni “crimine e menzogna” e corruzione, materiale e morale.
 
“Contro i partiti” (Solo ciò che è giusto è legittimo), Piano B Edizioni, Prato 2017, pp. 128, euro 13 (Collana “Elementi”, ottima traduzione e curatela di Carla Conforti) si compone di quattro saggi: “Sull’abolizione dei partiti politici”, “I bisogni dell’anima”, “Lottiamo per la giustizia?” e “Idee essenziali per una nuova costituzione” (più una lettera a George Bernanos in appendice) attraversati da una tensione ideale di sorprendente nitore (che sovrappone a quello di Rousseau) e un denominatore comune: la preoccupazione (“ogni patto sociale dovrebbe radicarsi sugli obblighi che si hanno verso gli altri”) per la realtà sminuita dai partiti (“il totalitarismo è il peccato originale dei partiti”), inadeguati nel gestire e governare, incapace di dare una speranza all’anima degli uomini, tesi solo a governare le loro macchine di potere (“un male allo stato puro”), estranei all’uomo e alla collettività, incapaci (“infermità del pensiero”, “pigrizia mentale”) di guardare oltre il proprio ombelico, come se surrogasse il centro dell’universo, senza curarsi di una qualche “visione” complessiva.
 
Il pensiero della “marziana” avverte sui rischi della democrazia in cui “il popolo non ha mai l’opportunità o i mezzi di esprimere il parere su alcun problema della vita pubblica” (renzismo vs berlusconismo).

Si sviluppa su una stretta osmosi, una contaminazione ontologica fra la Chiesa sociale (oggi diremmo “Teologia della Liberazione”) e il socialismo delle radici, democratico, contro la concezione dei partiti che ci siamo costruita (e che comunque distingue da quella anglosassone, influenzata dall’etica luterana) e di caste politiche più attente ai propri privilegi che ai bisogni dei popoli. La sua analisi è così acuta, implacabile, che si dilata sino a ipotizzare “la soppressione dei partiti politici”.
 
“Antidogmatica”, potenziale revisionista, nel dopoguerra il pensiero della Weil è stato rimosso, o quasi: erano tempi di turgidità ideologica. Fu Albert Camus, per nostra fortuna, a proporne l’opera a Gallimard.
 
Alla filosofa (morta a soli 34 anni), che si può definire cattocomunista (“santa laica”, “marxista critica”), è stata comunque risparmiata la modernità, con i partiti ridotti a patologie, metastasi autoreferenziali (è uno degli effetti delle ideologie relativizzate che ancorano i politici al proprio smisurato super-io), e il personale politico parassita del reale, che spalma napalm e il marciume ideale dei sub valori o pseudovalori del dominio sulla società, desertificandola, e spesso cercano l’impunità per commettere in santa pace i loro crimini contro l’uomo e il mondo: chissà cosa direbbe oggi? 

martedì, aprile 18, 2017

LIBRI. De Giuseppe, testimone di un tempo insonne

di FRANCESCO GRECO - Il coraggio è la discriminante che distingue l’uomo comune, privo di sogni e di utopie, dal valoroso, che al contrario coltiva una personale visione del mondo e vorrebbe portarla oltre se stesso.
 
C’è un profondo scarto semantico fra l’accademico e l’intellettuale. Il primo rumina il sapere codificato, spesso rendendolo innocuo. Il secondo invece possiede un istinto felino, nobiltà d’animo, nitore dello sguardo, il senso dello stare al mondo e dell’appartenenza a esso, una mission che si è dato e che lo rende unico, in continua lotta per l’affermazione della propria weltanshauung, fermamente convinto di influenzare il pensiero del tempo che gli è toccato in sorte.
 
Tutto questo mutuato, magari inconsciamente, dal codice dei Cavalieri del Medioevo: il cuore oltre l’ostacolo, il senso della responsabilità verso noi stessi, gli altri, il mondo, l’Universo.
 
Alfredo De Giuseppe (primo a sinistra nella foto di Cosimo Cortese) in “Anni di getto” (2006-2016), Giorgiani Editore, Castiglione di Andrano, 2017, pp. 309, euro 12, è un coraggioso, un intellettuale nell’etimo pieno della parola: pratica l’aristocrazia del pensiero, l’eleganza dello spirito.
 
Ha il senso della Storia, sa di doversi aprire un varco attraverso il tempo, di dover mettere in  discussione e destrutturare lo status quo. Dal cuore del Mediterraneo, dal “particulare” all’universale in una rarefatta osmosi, in questo zibaldone sospeso fra enciclopedye e bestiario, riflette col senso del tragico e dell’ethos del filosofi greci.
 
Testimone di un tempo aspro e insonne, lo scrittore propone la commedia umana di questi ultimi dieci anni in cui tutto è stato relativizzato e nebulizzato e i muri ci sono franati addosso: antiche divinità sono andate in frantumi, quelle che le hanno sostituite ci fanno insicuri, ci convincono di esistere perché abbiamo un account e un profilo social, ma ci negano la serenità, tant’è che a disagio nella modernità guardiamo al passato.
 
“Scritti corsari” pregni di un furore escatologico, in alcuni passaggi li leggiamo storditi, quasi con fastidio: vorremmo girarci dall’altra parte, darci un alibi qualunque, abitare un altrove metafisico, migrare nell’isola che non c’è. La dignità che ci siamo dati ce lo impedisce. I bambini ci guardano.    
 
Il libro è stato presentato a Palazzo Gallone davanti a una platea attenta e numerosa. In collaborazione con la libreria “Marescritto” di Isabella e Maria Antonietta Litti, le riviste “39° Parallelo” e “Il Volantino”, Giorgiani Editore. Interventi di Mary Cortese (Associazione Progetto Diritti Onlus, Roma), Alessandro Distante, direttore de “Il Volantino”, Tricase, Ippazio Martella, direttore di “39° Parallelo” (Tiggiano), Andrea Antonio Marra (FB “Sei di Tricase se…”), Ferrara e Francesco Greco.

martedì, aprile 11, 2017

LIBRI. 'Rossini, la musica del cibo', e del cuore

di FRANCESCO GRECO - Cos'è mai il celebre “crescendo” rossiniano se non una solare metafora dell'amplesso? E i buoni cibi? Non sono forse eros allo stato puro? Se partiamo da tali postulati, la cortigiana Olympe rammenta la leggerezza delle donne di Cechov, la solarità delle protagoniste di Isabel Allende, la sensualità onnivora di quelle di Garcìa-Màrquez.
 
E' una sorta di “pretty woman” (“si era ritrovata a riscaldare le lenzuola di uomini ricchissimi”, “In lei c'era l'anima di un gatto”, “Sognava di incontrare un uomo che la amasse con la forza di un sentimento travolgente...”) redenta dall'amore (“qualcosa di alchemico”, “dipendenza assoluta”) per il compositore di Pesaro Gioachino Rossini, archetipo dell'uomo mediterraneo che gode a pieno, e fino alla fine, i piaceri della vita (“senza di lei gli mancava l'aria”) e s'innalza nell'iperuranio con l'estasi della creazione, dettata dal misticismo con l'avanzare dell'età (“l'irresistibile sentimento del riposo”, “Mi lagnerò tacendo della mia sorte amara”), in armonia con lo spirito del tempo.
 
Entrambi (“le chat blanc”, “le chaton”) dilatano all'estremo la percezione, il senso estetico del proprio tempo (partendo da umili origini, “era diventata una donna di successo e molto ricca”, “aveva il temperamento di Giovanna d'Arco”), trasfigurandosi in intriganti algoritmi, pregne allegorie di un tempo irripetibile, di creatività e sensualità, di “desiderio di immortalità”, solcato dalle passioni e intriso di bellezza, ideali alti e valori nobili vissuti con trasporto, creatività e sensualità (“Mangiare e amare, cantare e digerire”), sospeso fra Romanticismo e Decadentismo. L'uomo avido di modernità, di sfide eccitanti, scosso dalla febbre del dare forma a ciò che si agita nel suo cuore, gli orizzonti sconfinati che la mente può osare.
 
“Rossini, la musica del cibo”, di Ketty Magni, Cairo Editore, Milano 2017, pp. 220, euro 15, è tutto questo sovrapposto con rara maestria, e altro ancora: romanzo dal plot della love story, ma anche storico e politico (benché Rossini la eviti come la peste), architettura sociale e declinazioni socio-antropologiche, scansione polisemica dell'Europa partorita dal Rinascimento, i Lumi, la rivoluzione industriale, sino alla soglia dell'unità, l'atomizzazione degli imperi, le corti, dell'anima dell'uomo, humus fertile dove poi butteranno le perfide radici orrori, tragedie, negazioni d'ogni sorta.  
 
A volerlo vedere, poi, nel romanzo c'è il baluginare della psicanalisi in nuce: il rapporto edipico (“il calore esclusivo”, “aveva perso il punto fermo, l'essenza della vita stessa”, “amorevolmente severa, come mia madre”) di Rossini con la madre Anna. Tenerissimo il padre (o no?) del compositore, il Vivazza e la modulazione di complicità fra i due: rimanda al Fellini di “Amarcord”.
 
Ma anche un'ode sottintesa all'italianità (“affetto e calore italico”), oggi così in ombra. In un tempo volgare e rozzo, segnato dagli ipercorpi e dal photoshop, fa bene ricordare che abbiamo dato i natali a Caravaggio e alla Gentileschi, a Fellini e De Sica, Carmelo Bene, ecc.  
 
Mano ferma, una prosa sicura, sobria, elegante, ricca di echi e illuminazioni, di energia maieutica e di luce pura, violenta, indagatrice dell'animo e del suo sottosuolo oscuro, genialità e debolezze (Balzac “Non fossi mai nato!”, Wagner, Beethoven, Chopin), vite ellittiche e sregolatezze (Dumas padre, “Tutti per uno, uno per tutti”, Clara Shumann), padrona della storia che racconta, dello spessore psicologico dei personaggi (importantissimo quando ci si approssima ai secoli passati), degli sfondi storici e paesaggistici: da Parigi a Bologna, Firenze, Napoli, Venezia. E' il secolo di Leopardi e Paganini, Nicola I e Ferdinando II, Schopenahuer e Voltaire, George Sand e de Musset, Bellini e Verdi, Pio IX e Vernet, Delacroix e Schumann.
 
Ketty Magni ci fa respirare l'aria di un'epoca convulsa, “un'eco di eternità”, e fra istinti conservatori (“questi cambiamenti repentini mi terrorizzano”, “una civiltà rivolta al vapore, alla rapina e alle barricate”, Rossini) rivoluzioni, restaurazioni e pulsioni escatologiche, ci fa entrare, come alla playstation, nella sua barocca complessità, nelle sue dinamiche più segrete.
 
Dopo “Il principe dei cuochi” (2011), “Il cuoco del Papa” (2013) e ”Arcimboldo, gustose passioni” (2015), in questo nuovo affresco la scrittrice europea si conferma una delle voci più originali e possenti della narrativa del XXI secolo, in stand-by per la posterità.
 
In appendice la filosofia minima sul cibo di Rossini Giano bifronte, un pò Aristosseno un pò Apicio, “immortale attraverso la sua musica” (sapevate che era calvo?, che Dorè fu un baritono niente male?), le sue idee sul vino, il tartufo (“apprezzato dalla buona società parigina che aveva educato il palato al lusso”), le uova, i maccheroni, i cocktail, ecc. (“si infilava nelle cucine, curioso di carpire i segreti”, “ogni buon piatto mi ispira qualcosa”, “Lo stomaco è il maestro di cappella che governa la grande orchestra delle passioni”). E alcune ricette che un cuoco autodidatta, senza il crisma di Masterchef e lontano dall'eresia della cucina molecolare che moltiplica pani e pesci, come dall'integralismo vegano, potrà realizzare. Ascoltando la musica dei cibi, che è anche la sinfonia del cuore dell'uomo, in un'osmosi di sensualità e delirio.

lunedì, aprile 10, 2017

I riti della settimana Santa a San Marco in Lamis

di VITTORIO POLITO - La Pasqua cattolica si celebra, secondo un decreto del Concilio di Nicea (325 d.C.), seguendo criteri astronomici, la prima domenica di plenilunio dopo l’equinozio di primavera. Ogni anno ha quindi un posto diverso nel calendario. La solennità pasquale rappresenta il momento più importante di tutte le celebrazioni liturgiche, perché si celebra il rito e il mistero della morte e resurrezione di Gesù Cristo. Il triduo, che va da giovedì santo a sabato santo, a cui si aggiungono la veglia pasquale e le celebrazioni della domenica di Pasqua, costituiscono l’evento di maggior importanza per la religione cattolica. Il periodo pasquale è preceduto dalla Quaresima, periodo di 40 giorni che comincia con il mercoledì delle ceneri. La domenica precedente la Pasqua è detta delle Palme e in quel giorno si ricorda l’accoglienza trionfale di Gesù a Gerusalemme fra ali di folla osannante. Nelle chiese vengono distribuiti ramoscelli di ulivo benedetti. La settimana successiva è detta settimana santa perché si rivive la passione e la morte e resurrezione di nostro Signore. Numerose le rievocazioni in tutto il mondo cattolico.

Oggi vediamo i riti della Settimana Santa a San Marco in Lamis (FG).

Il Mercoledì e il Giovedì Santo nella chiesa dell’Addolorata i Confratelli, vestiti con camice, mozzetto e scapolare, cantano ‘li fruffecicchie’ (profezie), che sono 15 Lamentazioni tratte dall’Antico e Nuovo Testamento.

La sera del Giovedì Santo inizia la visita ai cosiddetti Sepolcri che continua per tutta la mattinata del Venerdì.

I fedeli delle diverse parrocchie si recano nelle varie chiese (fino a qualche anno fa processionalmente). In tale giorno si coprivano tutte le immagini che si trovavano in chiesa e si spogliavano gli altari. Le bambine portavano in processione, dietro il versamento di un’offerta, sulle braccia un cuscino con i simboli della Passione: la corona di spine, i chiodi, i dadi, la scala, la fune, il martello, la lancia, il fazzoletto della Veronica, ecc.

All’alba del Venerdì Santo anche la statua della Madonna Addolorata viene portata in processione per le vie del paese alla ricerca del Figlio nei vari ‘Sepolcri’, abilmente preparati e addobbati da persone esperte (Nel passato venivano adornati con “piatti coperti di grano giallo, coltivato dalle devote per qualche mese al buio di qualche stipo e di qualche cassettone, perché sia del pallore che si addice alla circostanza.” (G. Tancredi).

E una delle processioni più toccanti e più sentite della Settimana Santa ed anche la più seguita. Partecipa una folla immensa di cittadini di ogni età e censo a cui si aggiungono tanti sammarchesi che per motivi di lavoro vivono fuori paese. È molto commovente al mattino presto sentire i due cori, quello maschile e quello femminile, che alternativamente cantano lo Stabat Mater.

Anche la sera la statua della Madonna Addolorata ripercorre le strade del paese preceduta, questa volta, da numerose ‘fracchie’. Le fracchie sono delle enormi torce di legno, costruite dagli abitanti di San Marco in Lamis, utilizzate per accompagnare la Madonna Addolorata durante la processione del Venerdì Santo. Con queste torce di enormi dimensioni la notte di San Marco in Lamis viene illuminata, così da permettere alla Madonna di andare alla ricerca del figlio morto. Non si sa con precisione quando sia nata questa processione, senza dubbio è da collegare alla costruzione nel 1717 di una chiesa in località Monte di Mezzo da parte del canonico don Costantino Iannacone, dedicata alla Vergine dei Sette Dolori di cui era molto devoto. Dopo la sua morte (1720) i suoi eredi la cedettero in uso perpetuo alla Chiesa (1749). La devozione e il culto della Madonna si diffuse rapidamente tant’è che nell’anno della cessazione nacque la prima Confraternita che senza dubbio contribuì all’aumento della devozione per la Vergine dei Sette Dolori. Nel 1872 il Consiglio Comunale La nominò Compatrona della città.

 “Quando nasceva (la chiesa) nel 1717, rimanendo l’estensione del paese circoscritta tra la Collegiata e la Chiesa del Purgatorio, con alcune isolate abitazioni lungo il tratto per San Bernardino, la chiesa dell’Addolorata si trovava, e non di poco, fuori le mura, e lì sarebbe rimasta fino all’ultimo ventennio del ’800. Trovandosi, quindi, la chiesa fuori delle mura e mancando nel paese qualsiasi tipo d’illuminazione, i contadini del tempo pensarono di realizzare le fracchie allo scopo di illuminare la strada alla Madonna, tra la sua chiesa e la Collegiata, mentre andava alla ricerca del Figlio morto. In seguito, sempre allo stesso scopo, si dovettero concepire anche i lampioncini alla veneziana, ormai caduti in disuso, che venivano disposti sui balconi lungo il corso attraversato dalla Madonna. Stando alla tradizione popolare, in origine le fracchie avevano piccole dimensioni, superando difficilmente il peso di un quintale, e venivano trasportate a braccia, le più piccole da una sola persona e le più grandi da tre: due reggevano due assicelle su cui era posta la fracchia, e la terza la reggeva posteriormente di dietro. Fu dopo la prima guerra mondiale che si cominciò a costruire fracchie di più grandi dimensioni e a trainarle su ruote di ferro”. (Ciavarella M. Garganostudi, Rivista quadrimestrale del Centro Studi Garganici. Anno III. Monte Sant’Angelo, 1980).

Fino agli anni ‘60 le fracchie di grossa mole erano poche. Esse erano preparate per devozione verso la Madonna e a proprie spese, da qualche imprenditore (Matteo Soccio) e dai carbonai più famosi del paese: ‘Ggire Maruzze’ (Ciro Iannacone), ‘Ualanédde’ (Gualano), ‘Carrubbine’ (Lombardi), Michele la Riccia ecc.  Con la quasi scomparsa di questi operatori la preparazione delle fracchie passò ai giovani che abitavano nello stesso quartiere o che frequentavano lo stesso bar, alle scuole ecc. e la legna veniva fornita dall’Amministrazione Comunale e si assistette così negli anni ‘70 e ‘80 ad un aumento vertiginoso di numero e di dimensione delle fracchie. Negli anni ‘80 alcune pesavano circa cento quintali.

Oggi, nonostante le protesta degli ambientalisti, la Giunta municipale con una deliberazione stabilisce che è ammessa la costruzione di: 7 fracchie grandi (lunghezza max 10 m – diametro max 200 cm) con una tolleranza del 10%; 10 fracchie medie (lunghezza max 7 m – diametro max 160 cm) con una tolleranza del 10%; 7 fracchie a categoria speciale (lunghezza max 4.50 m – diametro max 1 m) con una tolleranza del 10%. Questa categoria è riservata esclusivamente ai Gruppi formati da genitori o docenti e alunni della Scuola Primaria e dell’Infanzia. Le fracchie piccole aventi una lunghezza inferiore a 2 m saranno costruite esclusivamente con legna propria; il loro numero è illimitato;

Il rappresentante di un quartiere, di un gruppo di amici o di un’associazione, fa domanda all’Amministrazione Comunale per avere la legna ma, poiché le richieste sono tante, si procede al sorteggio che spesso provoca rabbia e delusione tra gli esclusi.

Alla Processione partecipano fracchie di tutte le dimensioni, da quelle di 40-50 centimetri di lunghezza a quelle di 10-12 metri.

I riti della Settimana Santa si concludono con la processione della Madonna Addolorata che nel giorno di Pasqua, a mezzogiorno, vestita di festa, ripercorre le strade del paese quasi a voler invitare il popolo a partecipare alla sua gioia.

Levante edita il ‘Florilegium’ di Flavio Ferri-Benedetti, antologia arricchita da originali illustrazioni

di DELIO DE MARTINO* - Una vita vissuta in cinque lingue da un poeta ancora giovane e già affermato cantante lirico. È questa la malia di Florilegium, la prima silloge poetica di Flavio Ferri-Benedetti, spagnolo di origini italiane, appena pubblicata da Levante editori nella ricca collana “Bibliotechina di Tersite”. Nato a Scandiano, in Emilia, e trasferitosi da giovanissimo in Spagna per seguire i genitori, Ferri-Benedetti ha girato il mondo e continua a farlo per lavoro. Un errare per il globo che lo ha portato a un continuo mescolamento di lingue ma anche di atmosfere, emozioni e suggestioni sparse tra Italia, Spagna, Svizzera, Germania e Austria. Una vita che ha tutte le sfumature dei colori dell’arcobaleno come suggerisce anche la copertina del grazioso volumetto, in cui un arcobaleno si staglia dalla voragine di un paesaggio desolato per solcare un cielo minaccioso e carico di angosciosi nuvoloni (Flavio Ferri Benedetti, Florilegium, Antologia poetica -1999/2016 - con illustrazioni originali di Silvano Ferri-Benedetti, Levante editori Bari, 2017).

Il titolo in latino, la lingua sostrato della maggior parte delle lingue europee, tenta in qualche modo di riassumere l’ecletticità delle poesie e della personalità di un poeta che unisce la passione per la poesia al canto, agli studi di traduzione (laurea in “Traduttori e interpreti” all’università di Castellón de la Plana) e alla ricerca filologica. Ferri-Benedetti è dottore di ricerca presso l’Universitat de València e la sua tesi di dottorato ‘El hilo de Hipsípila’ è stata recentemente pubblicata proprio presso Levante (2015).

Scorrendo le pagine si ritrovano poesie in italiano - dalla patina a tratti arcaica -, in valenziano, in spagnolo, in tedesco e in inglese con accenni in francese, in portoghese ed anche in latino e in greco antico. Ogni poesia riporta l’indicazione di origine e la data di composizione, come in un diario.

Il volumetto è diviso in due sezioni che corrispondono alle due fasi della vita vissute finora da Ferri-Benedetti che ha compiuto da poco 34 anni: “l’adolescenza” e l’inizio del viaggio”. La prima sezione si conclude con un sonetto rivolto alla madre “persa nei suoi pianti” che vede il figlio uscire dal suo “nido” in volo verso una vita nuova. Dopo l’adolescenza vissuta a Vila real e a Castellón de la Plana, l’autore si trasferì a Basilea, dove iniziò a frequentare la Schola Cantorum Basiliensis, da dove iniziò la sua carriera artistica.

I temi delle liriche sono molto vari e spesso traggono spunto da un’emozione (Amarga soledad), dalla suggestione di un paesaggio o di un elemento della natura (Brisa del desierto, Airone), da una sensazione (Dolore) o da una percezione (Rumore), da un raptus disperatamente saffico (In volo).

La forma metrica preferita è quella più classica della tradizione poetica italiana fin dai tempi del sommo poeta, il sonetto: in totale 60 indicati con numeri romani. All’interno di una metrica molto tradizionale non mancano però innovazioni stilistiche e retoriche come è evidente nell’ultimo sonetto della raccolta dove il pastiche linguistico raggiunge il massimo grado e greco antico, latino, italiano, spagnolo, francese e tedesco si mescolano all’interno dello stesso testo poetico in un accorato appello al proprio angelo custode. Si tratta di un tentativo forse illusorio, forse disilluso di trovare finalmente una lingua che possa metter in contatto la disperazione della condizione umana con una realtà trascendente che spesso ci lascia senza risposta.

Non mancano ad ogni modo poesie meno tradizionali nella metrica, maggiormente influenzate dalle avanguardie del ‘900 come ad esempio Stanchezza, che riprende chiaramente lo stile ermetico.

Ferri-Benedetti ama le prosopopee e si rivolge spesso ai suoi stessi sentimenti in versi che trasformano le poesie in un dialogo con se stessi, un dialogo monologante. Altre volte la violenza dell’amore si manifesta in versi più duri in cui il sentimento amoroso diventa ora una malattia ora una violenza ora un tradimento. Frammenti di poesia antica e nuova.

Dai versi di Florilegium traspare inoltre la passione per la letteratura classica attraverso un citazionismo leggero e quasi impalpabile ma che impreziosisce le liriche legandole ai grandi mitemi dell’uomo. Già nel sonetto di apertura l’autore rivolge un appello a un Poseidone dolente («Poseidó dolent») mentre si consuma il suo tormento nel Tartaro nascosto del suo animo. Sparsi tra i versi di altre liriche suggestioni mitiche si ritrovano nella similitudine della propria vita con quella della Fenice (sonetto XII), nel fato che si svolge “non lungi dal Parnaso o dall’Eliso” (sonetto XVI) o il “tetro fil d’Aracne” dipinto nella memoria dei ricordi dell’Emilia (In Emilia), o “lancinante… coltello delle dita sul collo che ha baciato la Medusa” (sonetto XXXV) fino al “Centauro semideo, figlio di Bacco (sonetto LV) e al soldato con “occhi greci” di un “fanciullo e guerriero” d’alto lignaggio d’antichi semidei (sonetto LI).

Questa piccola, struggente odissea di un’anima innamorata è accompagnata dai malinconici bei disegni di Silvano Ferri-Benedetti che illustrano le emozioni delle poesie con un tratto sfumato e onirico. L’explicit del Florilegium è proprio l’amara illustrazione di un uomo che procede sulla riva del mare al calar del sole, con l’unica compagnia di un cane che cammina però in direzione contraria, metafora del solitario e incerto cammino della vita umana illuminata a tratti dalla passione dell’arte.

* Professore a contratto Laboratori di Comunicazione visiva e Storia della comunicazione radiotelevisiva Università di Bari

giovedì, aprile 06, 2017

LIBRI. “Trump? Io lo conosco bene…”. Un libro di Paola Tommasi


di FRANCESCO GRECO - “Io lo conoscevo bene”. Parafrasando un film-cult anni ’60 (con la splendida Catherine Spaak), ecco la password polisemica per decodificare il fenomeno Donald Trump, il 45° presidente degli Usa eletto l’8 novembre 2016 e insediato il 20 gennaio 2017.

Ce la dà Paola Tommasi, leccese, economista di scuola bocconiana (nello staff del candidato dopo aver mandato il cv on line), che ha seguito sin da agosto il “rally” (la campagna elettorale) vincente con l’occhio attento della cronista 2-0, la columnist, la psicologa, la sociologa, l’antropologa, ecc. 

Una fatica di Sisifo. Da un angolo all’altro degli USA, ha inviato reportage, analisi, scansioni fuori dal coro, in cui ha svelato il background vero e profondo dell’anima americana, il sottosuolo sfuggente, magmatico, dostoevskjano: dal cuore lastricato di paillettes delle metropoli insonni alla polvere quieta delle periferie, dai cluster di Silicon Valley al melting-pot dei ghetti sudici dove la vita scorre noiosa e disperata come nei romanzi di Caldwell.

Insomma, l’America sorprendente cantata da Walt Withman e Mark Twain, quella di Jhon Fante e Faulkner, Dos Passos e Steinbeck, Jack Kerouac, Bukowski, Kent Aruf. La ragazza ha lavorato in antitesi alla vulgata dei media embedded, europei e americani, uniti nella lotta, che hanno confuso la militanza con l’obiettività, realtà e rappresentazione, mal digerendo Schopenhauer, il proprio ombelico con quello del mondo.

 Bypassati da Trump (“abile, furbo, veloce… diretto e onesto, uno che non usa trucchi e inganni… uomo vero, concreto… parla al cuore dell’America”, Flavio Briatore in prefazione) che ha usato i social per dire ciò che voleva fare direttamente al popolo: America first, lotta al terrorismo e ai clandestini che portano droga, assumi e compra americano, insomma, le infinite interfacce del Trump-pensiero che ha conquistato milioni di followers.

Paola Tommasi e il presidente Trump
Così ha “fregato tutti: sondaggisti, analisti, giornalisti, capi di stato e perfino il papa” dice Gian Marco Chiocci, direttore de “Il Tempo”, il giornale che ha ospitato le lettissime, politically scorrect corrispondenze. Anche le star del cinema e della musica, aggiungiamo noi, che minacciavano di prendere l’aereo e andare a vivere nei paradisi fiscali. Prepensionamenti, no? Almeno un’ape… 

“Attaccateve al Trump”, allegato de “Il Tempo”, Roma 2017, pp. 144, euro 3,80, è l’ istant-book che ripropone i passaggi dell’avventura trumpiana, il viaggio on the road, gli umori della “rivoluzione americana”, i retroscena con i toni dell’epos che sono nel dna degli Usa e che, sedimentati, privati della modulazione del momento - ma proprio in funzione di questa - vivono motu proprio assumendo una forza dialettica quasi profetica, brillano di una luce alimentata da un filo rosso che li attraversa: l’onestà intellettuale di Paola, il credere che il giornalismo è altro da sé, uno sguardo impersonale, come i grandi maestri (da Montanelli a Ettore Mo e Igor Man, per citarne solo alcuni) hanno insegnato, non nelle scuole ma sulla strada, come i grandi filosofi peripatetici.

Non perché la Tommasi ci tenga, ma perché il giornalismo schierato sul pregiudizio quasi da razza pura, da stato etico, autoreferenziale, super-io bello turgido, confonde le acque, vende suggestioni, favole belle ma devianti, anche se confezionate con stile e mezzi, ed è anche anti-pedagogico. Partendo dalla provincia meridionale, Paola ha dato al mondo e ai media una lezione di giornalismo con la “g” maiuscola, depurando i suoi scritti da ogni parzialità, dalla visione errata che dà il partito preso, per scorrere rapida sul mainstream di una lettura essenziale, oggettiva, di un uomo, e un momento storico, trasfigurati in uno snodo epocale.

Trump è letto come “populista”, ma questa parola ormai ha un etimo semanticamente affollato, anche alla luce di quanto sta avvenendo in questi giorni: la freddezza con l’Europa, il mood con Putin per contrastare il terrore, i dazi alle merci europee, i contestati provvedimenti anti-terrorismo, ecc. Una lezione di cui, c’è da giurare, all’italiana, nessuno terrà conto: senza i nostri vizi ci sentiremmo nudi come vermi.

Piccola curiosità: Hillary Clinton e Trump su una cosa erano d‘accordo: la lotta alle “intrusioni degli hacker”. Un libro da procurarsi alla svelta se, dal particulare all’universale, si vuol capire il tempo che incombe su di noi attraverso la densa parabola dell’uomo più potente del mondo.

lunedì, aprile 03, 2017

San Severo, giovedì 6 aprile alla libreria Orsa Minore Luca Bianchini

SAN SEVERO (FG) - Giovedì 6 aprile alle 19 la libreria Orsa Minore ospita Luca Bianchi con il suo nuovo romanzo, Nessuno come noi. Gli amori del liceo, la musica, gli anni Ottanta e un protagonista che si chiama Vincenzo Piscitelli. Luca Bianchini torna col suo ultimo romanzo nella sua città, ma con un angolo del cuore alla Puglia e alle sue librerie.

LA TRAMA DEL NUOVO ROMANZO - Torino, 1987. Vincenzo, per gli amici Vince, aspirante paninaro e aspirante diciassettenne, è innamorato di Caterina, detta Cate, la sua compagna di banco di terza liceo, che invece si innamora di tutti tranne che di lui. Senza rendersene conto, lei lo fa soffrire chiedendogli di continuo consigli amorosi sotto gli occhi perplessi di Spagna, la dark della scuola, capelli neri e lingua pungente. In classe Vince, Cate e Spagna vengono chiamati “Tre cuori in affitto”, come il terzetto inseparabile della loro sit-com preferita. L’equilibrio di questo allegro trio viene stravolto, in pieno anno scolastico, dall’arrivo di Romeo Fioravanti, bello, viziato e un po’ arrogante, che è stato già bocciato un anno e rischia di perderne un altro. Romeo sta per compiere diciotto anni, incarna il cliché degli anni Ottanta e crede di sapere tutto solo perché è di buona famiglia. Ma Vince e Cate, senza volerlo, metteranno in discussione le sue certezze. A vigilare su di loro ci sarà sempre Betty Bottone, l’appassionata insegnante di italiano, che li sgrida in francese e fa esercizi di danza moderna mentre spiega Dante. Anche lei cadrà nella trappola dell’adolescenza e inizierà un viaggio per il quale nessuno ti prepara mai abbastanza: quello dell’amore imprevisto, che fa battere il cuore anche quando “non dovrebbe”. In un liceo statale dove si incontrano i ricchi della collina e i meno privilegiati della periferia torinese, Vince, Cate, Romeo e Spagna partiranno per un viaggio alla scoperta di se stessi senza avere a disposizione un computer o uno smartphone che gli indichi la via, chiedendo, andando a sbattere, scrivendosi bigliettini e pregando un telefono fisso perché suoni quando sono a casa. E, soprattutto, capendo quanto sia importante non avere paura delle proprie debolezze.