Storia: a Bari svelati i misteri dell'antica via Traiana
di Maria Teresa Lattarulo
Il bisogno di credere che la morte non costituisca la fine, ma l’inizio di una nuova vita è stato sempre insito nell’uomo. Prima dell’avvento del Cristianesimo a tale esigenza cercarono di dare una risposta, nell’età ellenistica e tardo-antica, i culti misterici, religioni che assicuravano una rinascita nell’aldilà e un miglioramento della vita presente. Di questi riti, provenienti dall’Oriente e la cui presenza è attestata anche in Puglia e a Bari, si è parlato nel quarto incontro dei “Mercoledì con la storia” dal titolo: “Viaggio tra i misteri dell’antica via Traiana”. L’incontro, moderato dal prof. Giuseppe Losapio, ha avuto come relatore il prof. Vito Bianchi, archeologo e docente presso l’Università degli Studi di Bari, che ha scritto un libro sull’argomento oltre a numerose altre pubblicazioni in ambito storico-archeologico.
Una delle divinità soteriche, ha spiegato il prof. Bianchi, era Dioniso, il cui mito, riportato da Clemente Alessandrino nel III sec. d. C., parla di morte e di rinascita: figlio di Zeus e Semele, fu ucciso da bambino e fatto a pezzi dai Titani; mentre questi stavano arrostendone le carni intervenne Zeus, li uccise e, a partire dal cuore che non era stato intaccato, ricostituì il corpo di Dioniso che rinacque a nuova vita. Il mito di Dioniso insegna che la morte non è una fine, ma una trasformazione, come lo è quella dell’uva nel vino: ed infatti Dioniso, dio della metamorfosi, era il protettore degli attori. Riferimenti al culto di Dioniso, come tralci d’uva e maschere teatrali, sono stati rinvenuti sulla ceramica di Egnazia che si trova abbondantemente nelle sepolture dell’Italia meridionale fra il IV e il III sec. a. C. A Egnazia sono state rinvenute anche laminette auree, arrotolate nella bocca di defunti, che, una volta decifrate, hanno rivelato testi che inneggiavano a Ra, la divinità cui si rivolgevano i defunti per rinascere a nuova vita come il sole. Sempre a Egnazia si è scoperto un santuario dedicato a Attis e Cibele, detta anche magna mater, una divinità soterica della Frigia, nell’odierna Turchia. Ovidio ci riporta il mito di Attis, pastore della Frigia che, reso pazzo dalla dea Cibele per aver rifiutato il suo amore, si procurò ferite in tutto il corpo fino ad arrivare all’evirazione e a morire dissanguato e fu fatto infine risorgere da Cibele stessa. A marzo si svolgevano feste, dette Attideia, che rievocavano la morte e risurrezione di Attis; esse culminavano, il 24 marzo, nel dies sanguinis in cui, al suono incalzante di tamburelli, cembali e flauti, i sacerdoti di Attis, danzando vorticosamente su se stessi, si eviravano con un pezzo di pietra acuminata, recidendo così, simbolicamente, i propri rapporti con la vita terrena.
La concessione della libertà di culto da parte di Costantino nel 313 e l’abolizione dei culti pagani dopo il 391, con Teodosio, sanciranno la fine delle religioni orientali. I reperti archeologici testimoniano come questa fu una fine violenta: gli ambienti dei culti di Cibele dopo il IV sec furono incendiati e vi fu una damnatio memoriae delle statue con la distruzione volontaria del volto. Non è strano che nel 349 d.C, nel calendario di Filocalo, il 24 marzo sia segnato come dies sanguinis e dopo un secolo, nel 499, nel calendario di Polemio Silvio, lo stesso giorno sia riportato come il giorno dell’eucarestia: al sangue di Attis, ha concluso il prof. Bianchi, si era sostituito il sangue di Gesù Cristo.
La ricerca del prof. Bianchi ha riportato alla luce un volto poco noto della nostra regione, occultato dalla successiva tradizione cristiana, come sintetizzato dalla frase polemica di Jacques Le Goff per il quale, da un certo momento in poi, “solo i Cristiani hanno diritto alla storia”.
Il bisogno di credere che la morte non costituisca la fine, ma l’inizio di una nuova vita è stato sempre insito nell’uomo. Prima dell’avvento del Cristianesimo a tale esigenza cercarono di dare una risposta, nell’età ellenistica e tardo-antica, i culti misterici, religioni che assicuravano una rinascita nell’aldilà e un miglioramento della vita presente. Di questi riti, provenienti dall’Oriente e la cui presenza è attestata anche in Puglia e a Bari, si è parlato nel quarto incontro dei “Mercoledì con la storia” dal titolo: “Viaggio tra i misteri dell’antica via Traiana”. L’incontro, moderato dal prof. Giuseppe Losapio, ha avuto come relatore il prof. Vito Bianchi, archeologo e docente presso l’Università degli Studi di Bari, che ha scritto un libro sull’argomento oltre a numerose altre pubblicazioni in ambito storico-archeologico.
Una delle divinità soteriche, ha spiegato il prof. Bianchi, era Dioniso, il cui mito, riportato da Clemente Alessandrino nel III sec. d. C., parla di morte e di rinascita: figlio di Zeus e Semele, fu ucciso da bambino e fatto a pezzi dai Titani; mentre questi stavano arrostendone le carni intervenne Zeus, li uccise e, a partire dal cuore che non era stato intaccato, ricostituì il corpo di Dioniso che rinacque a nuova vita. Il mito di Dioniso insegna che la morte non è una fine, ma una trasformazione, come lo è quella dell’uva nel vino: ed infatti Dioniso, dio della metamorfosi, era il protettore degli attori. Riferimenti al culto di Dioniso, come tralci d’uva e maschere teatrali, sono stati rinvenuti sulla ceramica di Egnazia che si trova abbondantemente nelle sepolture dell’Italia meridionale fra il IV e il III sec. a. C. A Egnazia sono state rinvenute anche laminette auree, arrotolate nella bocca di defunti, che, una volta decifrate, hanno rivelato testi che inneggiavano a Ra, la divinità cui si rivolgevano i defunti per rinascere a nuova vita come il sole. Sempre a Egnazia si è scoperto un santuario dedicato a Attis e Cibele, detta anche magna mater, una divinità soterica della Frigia, nell’odierna Turchia. Ovidio ci riporta il mito di Attis, pastore della Frigia che, reso pazzo dalla dea Cibele per aver rifiutato il suo amore, si procurò ferite in tutto il corpo fino ad arrivare all’evirazione e a morire dissanguato e fu fatto infine risorgere da Cibele stessa. A marzo si svolgevano feste, dette Attideia, che rievocavano la morte e risurrezione di Attis; esse culminavano, il 24 marzo, nel dies sanguinis in cui, al suono incalzante di tamburelli, cembali e flauti, i sacerdoti di Attis, danzando vorticosamente su se stessi, si eviravano con un pezzo di pietra acuminata, recidendo così, simbolicamente, i propri rapporti con la vita terrena.
La concessione della libertà di culto da parte di Costantino nel 313 e l’abolizione dei culti pagani dopo il 391, con Teodosio, sanciranno la fine delle religioni orientali. I reperti archeologici testimoniano come questa fu una fine violenta: gli ambienti dei culti di Cibele dopo il IV sec furono incendiati e vi fu una damnatio memoriae delle statue con la distruzione volontaria del volto. Non è strano che nel 349 d.C, nel calendario di Filocalo, il 24 marzo sia segnato come dies sanguinis e dopo un secolo, nel 499, nel calendario di Polemio Silvio, lo stesso giorno sia riportato come il giorno dell’eucarestia: al sangue di Attis, ha concluso il prof. Bianchi, si era sostituito il sangue di Gesù Cristo.
La ricerca del prof. Bianchi ha riportato alla luce un volto poco noto della nostra regione, occultato dalla successiva tradizione cristiana, come sintetizzato dalla frase polemica di Jacques Le Goff per il quale, da un certo momento in poi, “solo i Cristiani hanno diritto alla storia”.
