Il lato troppo oscuro del Web: per Facebook "il prodotto sei tu"

di Roberta Calò. 1,7,26,15. Non sono i numeri delle ultime estrazioni del superenalotto, ma di sicuro quello che c'è dietro è una altrettanto enorme giro di soldi. 1 su 2 è il numero di italiani che ogni giorno usa Facebook. 7 e 15 sono i miliardi messi da parte dai creatori rispettivamente di Facebook, Mark Zuckerberg, Google, Larry Page e Sergey Brin; tutti giovani 26enni.
Molti di noi accedono spasmodicamente a social network, motori di ricerca, siti senza porsi una domanda fondamentale: ma i nostri dati e le nostre informazioni personali, che fine fanno? La trasmissione Rai Report si è interrogata a lungo su queste problematiche palesando una sconcertante situazione. La diffusione di queste realtà è favorita da un' esigenza: "le persone vogliono condividere e connettere con le persone intorno a loro".
Come ogni grande manovra di marketing che si rispetti, il tutto parte dal monitoraggio dei bisogni, dei desideri, delle necessità della gente e fa leva su questi per inserire banner pubblicitari o pilotare la ricerca su siti come Google attraverso l'ordine con cui ci appariranno dei risultati piuttosto che altri. Un impiegato di Facebook ha spiegato: ""Noi offriamo la possibilità di prendere di mira un determinano gruppo di utenti per vendergli prodotti che si pensa posano interessare".
Non c'è bisogno di creare un dossier con i dettagli di ogni utente, "Non abbiamo necessità di creare dei profili perchè i profili se li sono creati da sè arbitrariamente". Ogni individuo, infatti, viene valutato ben 100 dollari per una valutazione complessiva del sito di 50 miliardi di dollari. Ma allora come mai l'iscrizione è gratuita?
"Non paghi per il prodotto perché il prodotto sei tu"; come spiga Marisa Marrafino, avvocato specialista cybercrime: "Quando ci si iscrive a Facebook si sottoscrive un vero e proprio contratto d'uso. I gestori di Facebook su questo ovviamente hanno lavorato. Le foto loro le possono utilizzare, ma possono utilizzare anche i contenuti che io scrivo, non solo li cedo a loro ma anche a terzi cessionari quindi anche a pubblicitari, a persone che possono usare e che usano i miei dati a fini pubblicitari. Però io contemporaneamente sono l'unico responsabile civilmente e penalmente dei contenuti che pubblico".
La tacita strumentalizzazione delle nostre menti è ormai agli apici della democrazia e della libertà di comunicazione. Nessun organo si è ancora preoccupato di farsi garante di una società governata da poche elette menti che si appropriano liberamente e tacitamente delle nostre vite. L'azione a monte prevede anche un filtro per quei profili o per la divulgazioni di informazioni o per la diffusione di identità che possono risultare lesive al grande sistema superiore del mondo del web. Pertanto scompaiono inspiegabilmente nel nulla persone o le loro azioni vengono limitate o gli viene vietato l'utilizzo di determinate parole o espressioni. Alcuni siti vengono addirittura oscurati del tutto.
Questo giro di soldi e di manovre cresce sulla nostra pelle; il principio è il click. Più un sito è visitato e più il motore di ricerca, come ad esempio Google attraverso AdSesne, investe pubblicando pubblicità su quei siti. Del guadagno effettivo Google trattiene ben il 32% degli introiti ripagando il proprietario del sito con una cifra davvero irrisoria. E' Google che decide pertanto anche a che posto nei risultati della ricerca devi comparire con il tuo sito. Sotto stretto controllo sono anche i dialoghi sui social network, su microblog, sui forum; tutte le nostre parole vengono riutilizzate, poi, "contro" di noi. Il meccanismo che fa ruotare il tutto è il semplice, banale, atavico passaparola in una conversione dove anche i muri hanno le orecchie e dove ogni elemento viene sfruttato per commercializzare le informazioni vendendole a terze aziende. Foursquare, al massimo della inconcepibilità, è un socialnetework che ti geolocalizza con il telefonino. I soldi girano anche attorno ai giochini, applicazioni, funzioni che Facebook mette "liberamente" a disposizione dell'utente; per aderirvi infatti ogni individuo sottoscrive inconsapevolmente un ulteriore accesso per il sito alle informazioni personali. "A gennaio Facebook ha annunciato che avrebbe dato il numero di cellulare degli utenti e il loro indirizzo di casa agli sviluppatori delle migliaia di applicazioni che girano nel loro sito con il rischio che questi riescano a sapere chi sei". Il sito attraverso i suoi responsabili ha dichiarato: "é una sua scelta, l'utente poteva dire non voglio dare il mio numero di telefono, faccio a meno di installare l'applicazione".
Come tutelare i minori visto che per iscriversi a Facebook è necessario avere minimo tredici anni?
Per siti invece come CityVille o MafiaWars o Zynga, tu raggiungi determinati livelli di gioco; se vuoi procedere devi fare acquisti online con tanto di carta di credito. Il ricavato finisce per il 32% nelle tasche di Facebook, il resto è di chi ha investito nelle applicazioni.
Confortante l'idea che non siamo solo noi piccoli pesci nel mare ad essere danneggiati; in Italia infatti il diritto d'autore e la relativa tutela è fermo alle leggi varate dal governo Mussolini nel 1941 che consentono di vedere, scaricare, sfruttare film e canzoni liberamente e in anteprima senza alcun controllo. Su alcuni siti per esempio per esempio è possibile vedere film in streaming che non sono ancora giunti da noi perchè la sede legale del sito di trova ad Hong Gong. In teoria, però, il condividere file scaricati potrebbe assicurare agli utenti fino a quattro anni di reclusione. Ma anche qui l'ostacolo lo si può aggirare sfruttando l'applicazione Tor che fa collegare il nostro provider con provider esteri consentendoci di bypassare la legge e le sue restrizioni.
Nonostante ci siano strumenti e modi per superare apparentemente questi problemi, la nostra libertà online non esiste. A dimostrarlo sono i numerosi siti o video su Youtube oscurati e spariti nel nulla. L'unico sito che ha palesato una libertà al resto del mondo virtuale è stato il sito Wikileaks che ha pubblicato documenti, intercettazioni, video omessi volontariamente all'opinione pubblica perchè eticamente e in alcuni casi giuridicamente discutibili. E' il caso per esempio delle informazioni fornite da Bradley Mannig; il sito è sotto accusa, il giovane rischia la pena di morte per tradimento. Brandlei Menning, in servizio come analista presso l'Intelligence, avrebbe infatti denunciato fenomeni di ingiustizia, crimini, corruzione nelle questioni americane relative all'Iran e all'Afghanistan. Nelle mani dell'ormai noto sito ci sono informazioni altrettanto inquietanti che riguardano anche la nostra nazione da vicino. Il riferimento riguarda il cablogramma dell'ambasciatore Thorne che commenta il decreto Romani sulla tutela del diritto d'autore: "Il decreto Romani è problematico perchè sembra che sia stato scritto per dare abbastanza spazio al governo per bloccare o censurare qualsiasi contenuto internet inoltre questo decreto creerebbe precedenti che nazioni come la Cina potrebbero prendere per esempio per giustificare la loro repressione sulla libertà di parola. Anche se l'Agicom è teoricamente un'agenzia indipendente molti temono che potrebbe non essere abbastanza forte da resistere alle pressioni politiche".
In materia di cesura, la stessa trasmissione Rai Report ha denunciato un caso di strumentalizzazione della propria rete; dopo infatti essersi occupata degli aspetti poco chiari della manovra finanziaria di Tremonti, dalle alte sedi del governo è giunta repentina una sollecitazione a mutare l'indirizzo operativo attraverso un chiaro comunicato: "La Rai deve diffondere una nuova puntata che dia spazio a voci e testimonianze positive relative alla manovra economica e finanziaria del ministro ai fini del ripristino dei principi di obiettività e completezza. In caso di inottemperanza l'autorità applicherà i provvedimenti previsti cioè la sanzione".
Credo a tal proposito sia indispensabile un richiamo alle coscienze di tutti i fruitori di internet e di quanti credono ancora alla libertà di comunicazione, attraverso un piccolo promemoria; Art. 21 costituzione italiana: "Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure".

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