"Eva e la rosa", storie di donne e regine di fiori

di Francesco Greco. Marella Agnelli stravedeva per la General Schablikine, una rosa cinese ibridata da Nahonnand nel 1878, Giuseppina Bonaparte, nata nel 1763 in Martinica, “adorava le rose”, Carolina di Borbone, Duchessa di Berry, “è una rosa gallica dal profumo intenso quanto il carattere della sua dama”. La rosa declinata in tutti i modi, portatrice di un affollamento semantico con un denominatore comune: il rimpianto della bellezza perduta in un tempo pieno di spine e volgarità che pare combatterla, esorcizzarla, banalizzarla. Tempo che la scrittrice avrebbe voluto attraversare impregnandosi del suoi profumi.

Il principe dei fiori è coltivato in Europa da oltre 5mila anni. Pare che sul mercato ce ne sono circa 170 specie. Ovviamente quelle esistenti sono molte di più: ci sono rose ancora senza nome, altre ibridate che ne aspettano uno. Un saggio a parte forse meriterebbero i colori dei petali dalle sfumature infinite di un fiore che “incarna significati spirituali, mistici, alchemici”. “Eva e la rosa”, di Claudia Gualdana (Vallecchi, Collana “Avamposti”, pp. 200, € 12) è un libro curioso, spiazzante, di quelli che frugano negli interstizi della Storia per portare alla luce interfacce insospettate che, come tessere di un puzzle, costruiscono identità e decodificano passaggi ed eventi in continua scannerizzazione. Dieci rose colte di soppiatto, in punta di piedi, all’insaputa delle protagoniste: piccoli ritratti di donne vissute fra il XII e il XX secolo, alcune delle quali borderline, intrecciati attorno alla passione per le rose, “prodigi della natura”, i giardini in cui le hanno coltivate e accudite teneramente, gli azzardi degli ibridi, i giardinieri-guru, i libri ricchi di foto firmati, i nomi dati dai posteri per trasfigurare parabole esistenziali in contesti storici che le hanno viste protagoniste degli avvenimenti, dominatrici, trascinate da sentimenti assoluti e passioni divoranti. “Non troverete una dama simile a un’altra – avverte la Gualdana – Ogni donna è un mondo a sé… Io ho colto le dame come se fossero fiori esse stesse… Creature mortali eternate dal mondo vegetale… Soltanto le donne romantiche amano le rose più di qualsiasi altro fiore”.

La rosa “mistero, simbolo, emblema, stemma”, ma anche “alibi” per aprirsi un varco nel tempo e raccontare epoche lontane eppure odorose e vive non appena si scrosta la patina di oblio del tempo. Un’intuizione geniale della free-lance (“Sole 24 Ore”, “Foglio”, “Libero”), esperta di storia delle religioni, filosofia e orientalistica, al suo primo libro (nel 2004 ha firmato “Il catechismo buddhista”). Che magari potrà declinare anche al maschile la sua ricerca, cominciando da Claude Monet (citato a pagina 97: “Sono incline a trattare il giardino e il bosco in maniera pittorica”). E dunque questo fiore impregna il tempo da sempre, sino a contaminare la koinè: Guerra delle Due Rose, i Rosacroce, le Rose di Paestum, il “Roman de la Rose”; manca l’”Operazione-Rose” con cui il 13 agosto 1961 si innalzò la follia di un Muro, a Berlino, durata sino al novembre 1989.

L’affresco più bello e incalzante è dedicato a Grace Kelly, il “fiore d’acciaio” reciso su un sentiero di Montecarlo, il suo “piccolo regno”, nel 1982, peraltro in circostanze misteriose mai chiarite (si parlò di P2), in uno dei tanti misteri italiani, dai veleni dei Borgia a Ustica e Bologna. La Gualdana ricostruisce la parabola esistenziale di una donna i cui “occhi di ghiaccio dicevano di una volontà implacabile”, “impenetrabile”, amata da Alfred Hitchcock, lo Scià di Persia e Aristotele Onassis, amica di Maria Callas, a cui nell’81 Marie-Louise Meilland dedicà un “ibrido di tea di un colore bianco crema bordato di rosa dal profumo leggero”.

La principessa, che nel 1956 impalma Ranieri di Monaco (l’abito da sposa omaggio della Mgm), fu “un’irriducibile nemica della minigonna e una fanatica del filo di perle... Una regina indifferente alla propria avvenenza… Le piaceva passeggiare sotto la pioggia… Raccoglieva fiori di campo e come una bambina li conservava tra le pagine dei libri… Quell’aria distaccata di creatura intoccabile nascondeva un temperamento passionale”. Disse in un documentario del ‘76: “Siamo noi gli artefici della nostra sorte”.

Intrigante il “ritratto” di Giuseppina Bonaparte. Nata il 23 giugno 1763 a Les Trois-Ilets, cresce in “una grande casa circondata da verande e un bellissimo roseto e per molti anni sarà chiamata Rose”, “regina delle rose per l’eternità… Vissuta lungo la Senna, nel cuore del giardino più bello di Francia”. Come quello di Hildegard Von Bingen, la mistica tedesca “sublime fiore della cristianità”. La bellezza del libro sta nel rievocare le epoche in maniera così vivida e realista che pare qusi di respirare il profumo delle rose a cui han dato un nome e d’intrattenersi con le protagoniste, da Rosamund Clifford amante di Enrico II Plantageneto morta 25 enne a Carolina di Borbone Duchessa di Berry, da Vita Sackville-West (“Tutto il mio giardino è colmo di rose, tutto il mio spirito è colmo di rima, come un’ape ubriaca io vago dalla casa al giardino…”) a Mademoiselle de Sombreuil, che certamente hanno altri dettagli sulle loro passioni da aggiungere a quelli rintracciati dalla scrittrice. E dove se non all’ombra fresca d’un roseto a maggio, nella quieta dimora del tempo?