Panico, “Polis Universale” e “Orgoglio Sud”

di Francesco Greco. Roberto Panico è uno di quegli uomini di cui il Mezzogiorno ha urgente bisogno per la sua rinascita in itinere. Della serie “Ce ne fossero…”. Coltiva con passione la pianta della memoria, è grato alla terra che lo ha concepito e gli ha dato il poco che aveva: un po’ di pane sudato e un patrimonio di valori che mai saranno relativizzati, una coscienza civile e militante e la dolcezza di un umanesimo per certi aspetti ancora intonso.

Di solito, quando un uomo del Sud arriva a farsi una posizione diventa spocchioso, cambia il numero di cellulare, se la tira, prende le distanze da quel che era appena ieri, insudicia la sua terra con indifferenza, talvolta disprezzo. A volte, preda del risentimento e dell’ingratitudine, transita su spiagge infide, malsane: il razzismo di marca leghista, per esempio.

Non è così per Panico, nato a Racale, operosa città del Leccese a due passi da Gallipoli, splendido 60enne. Nonostante il forte attaccamento alle radici, anche lui, come milioni di meridionali, ha preso il treno da ragazzo trascinandosi dietro la valigia di cartone. Ha girato il mondo con la curiosità dell’adolescente e poi un giorno s’è fermato a Roma dove (Piazza del Popolo) ha aperto una galleria d’arte dando visibilità ad artisti di tutto il mondo, contribuendo alla loro definitiva consacrazione.

Ma quando le radici sono forti, dialettiche, non legate a mode estemporanee quanto retoriche, si finisce sempre col tornare per “sacrificare” a Geo, ringraziare la terra del sole e del mare che ti ha svezzato e nutrito di valori immortali, che ti porti nel cuore per tutta la vita. E’ il percorso esistenziale e artistico di Panico, che ora dedica un vero e proprio commuovente “tribute” al Salento con una mostra (sino al 2 settembre nel delizioso contenitore culturale che è la Libreria Universal di Maglie, via dell’Ospedale, 28, a cura di Laura Lannocca e Roberto Spedicato) che già nel titolo, “Amore per chi Amore ha dato” svela i suoi input artistico-estetici, e con le “a” maiuscole somma un valore aggiunto di amore e riconoscenza.

Le radici dell’arte di Panico affondano saldamente nel passato, non per monumentalizzarlo, ma per coglierne tutta la potenza dialettica ed estrema attualità. Il passato contadino che occorre decodificare per sfuggire alla sua vuota celebrazione e alla rimozione selvaggia. Fatica disumana, fame, malattie, sfruttamento dei “don”, ma anche il patrimonio di valori che esprimeva e con cui ci hanno attrezzati alla vita. Che oggi, davanti alla modernità violenta che omologa e stordisce, guarda caso è rimpianto da tanti, visto come un rifugio quasi materno come lo è la danza interminabile di ulivi intorno a noi. Corsi e ricorsi direbbe Vico. E così l’arte di Panico ci giunge portata sull’onda di questo recupero della memoria.

Lo stile è naif, privo di malizia accademica, richiama Ligabue come i fauvisti: è anche lì la sua forza, nell’essenzialità. Come nella scelta dei temi, i soggetti, lo sviluppo, le idee portanti che la nutrono e la motivano. E tuttavia Panico non è solo un artista, è un uomo sfaccettato, che si dà obiettivi grandi e li insegue con tenacia e purezza di cuore alla stregua dei cavalieri medievali, quelli che buttavano il cuore oltre l’ostacolo. Panico è uno di loro, tanta è vasta la ricchezza semantica del suo essere al mondo. Degno rappresentante del neo-Rinascimento, di un Umanesimo in progress.

Ma la chiave del personaggio è poliedrica quanto cosmopolita. Ha convinto l’ex premier socialista Bettino Craxi a proporre le sue opere in terracotta pregne di nostalgia per la patria perduta dall’esilio tunisino di Hammameth: la prima e unica volta. Poi ha avuto l’idea della “Polis Universale”. Spiega: “Un monumento simbolo della pace nel mondo e di progresso per il Terzo Millennio”. L’idea è piaciuta ai leader mondiali delle religioni monoteiste: Giovani Paolo II (cristiana), il Rabbino Capo Elio Toaff (ebraica) e l’Imam della Moschea di Roma Mahmud Hammad Shwayta (islamica). Non solo, il Patriarcato di Mosca ha invitato l’artista a spiegare le sfaccettature del progetto, così come grande interesse ha mostrato il Dalai Lama. Infine, il Comune di Roma, prendendo atto del valore e lo spessore culturale dell’idea, ha iniziato un pour-parler con l’intento di ospitare l’opera sul suo territorio.

Non contento, ha inventato l’associazione culturale “Orgoglio Sud” con l’obiettivo di lavorare al rilancio del Mezzogiorno. “Voglio rafforzare – conclude offrendo una nuova password per la decodificazione della Questione Meridionale – l’orgoglio di appartenenza dei popoli del Sud per far crescere il territorio intorno ai valori delle proprie origini e culture, con la forza e l’impegno dei propri figli, risorse da non disperdere in altri territori”.

Un “manifesto” culturale legittimamente ambizioso, di un uomo che attinge a un patrimonio di valori e umanità che fanno la differenza e che vuole spendersi con generosità per la terra da cui ha avuto tutto e che ha contribuito a farne quel che è, affinché sia finalmente protagonista del suo destino e del suo futuro. Ce ne fossero…