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Luca Colella, il menestrello figlio di Bob Dylan

di Francesco Greco. Opera prima, opera matura. I testi: pura poesia, rarefatta, iperuranica, densa come mosto. Gli arrangiamenti attraversati da una costante ricerca di un suono originale, lontano da manierismi e convenzioni che ci soffocano da ogni dove come gramigna perfida quanto tenace. E’ nato un cantautore, di quelli rari, con la “c” maiuscola: si chiama Luca Colella (foto di Francesca Nuzzo), è pugliese (Acquarica del Capo, Lecce), ma studia a Torino. Della serie: “Cervelli col trolley”…

Storie dell’altra guancia“ è davvero una lieta novella che ci riconcilia con la musica d’autore, impreziosita dall’intervento di musicisti esperti, dotati di una verve ricca che si riverbera dando vivida luce e forza possente a un lavoro corale in cui ogni elemento è stato ben amalgamato come i colori su una tavolozza espressionista. Colella è figlio d’arte: il padre Giancarlo, giornalista brillante e rigoroso, ricercatore della memoria contadina, da anni porta avanti una scannerizzazione della musica di tradizione e identitaria con un gruppo, “I Coribanti”, noto intra ed extra moenia grazie a tante tournèe di successo. Inoltre è nipote di Gianfranco Ferilli, noto autore di canzoni e musicista.

E dunque, in un panorama squallido, tra mistificazioni e contaminazioni dettate dal business, successi costruiti a tavolino dai furbetti della musica commerciale a capo di un’industria che ha mezzi infiniti e gestisce anche la finta trasgressione, un po’ d’aria pura. Senza De Andrè, Gaber, Dalla, con i grandi cantautori ridotti a fare il verso a se stessi, siamo tutti più poveri. C’è necessità di una ricerca tematica e stilistica in grado di esprimere, contenere i paradossi e il dolore del XXI secolo. Con questo autore del Sud torna la musica militante, impegnata: un bel calcio in culo ai neomelodici alla Gigi D’Alessio, le Alessandre Amoroso e le Arise, intenti a spargere cloroformio sulle coscienze che invece vanno scosse e turbate con canzoni toste, senza finzioni nè rabbie posticce, dirette, radicali, appassionate, politiche.

Perchè la musica è una cosa molto seria. E da Joan Baez agli Inti Illimani, passando per i blues e gli spiritual, dal cuore dell’Africa ai neri d’America, ma anche gli Stones e i Doors, deve contenere la password politica per “entrare” nel proprio tempo, altrimenti è rubbish, onanismo intellettuale. L’audacia della lettura, decodificazione di un reale complesso e barocco traspare dai 10 brani di questo cd autoprodotto (è stato registrato alla “Desilenziazioni Studio di Taviano, Lecce). E ti pareva che l’industria metteva i denari per farci ascoltare canzoni come “Una danza contadina”: “Mentre gli operai di quartiere tossivano / le classi alte ragliavano”)? Oppure, “Retaggi”: “La falce e la terra / Nella mente custodirò / La terra e la falce / A mio figlio racconterò”? Corsi e riorsi, torna il clima del 68 e del Movimento 77, il protagonismo dei soggetti emergenti, che oppongono la loro devastante creatività e le loro visioni a un paese morto (fenomeno mondiale, dal Sudafrica alla Spagna, dalla Grecia all’Irlanda, dagli Indignados ai Pirati a Occupy Wall Street), tra centri sociali e grillismo, No-Tav e No-275, No Dal Molin e No-trivelle e quant’altro spacciato per uno “sviluppo” di cui si ha un’idea evidentemente perversa e corrotta.

Colella è il figlio europeo del “menestrello” Bob Dylan (“Blowing in the wind”) ma anche Leonard Cohen. Nell’impostazione vocale richiama De Andrè con echi di George Brassens. E’ la lieta novella di questo 2012 in cui ogni crisi è stata ancora accentuata. L’interprete di questa fase nuova molto eccitante, che ridiscute lo status quo, ridisegna il mondo, la sua scala di valori, i miti, le icone, la semantica. Generazioni che hanno “dream” (per dirla con Jhon Kennedy) e li coltivano con passione e determinazione. Marx torna attuale per un’impostazione di classe, per tentare di riconquistare i diritti più elementari prosciugati da un liberismo selvaggio che rapina le risorse, devasta la natura, drena la ricchezza sociale, formatta la speranza, spinge tutti nella precarietà. La musica torna dunque all’impegno, alla militanza, alla lotta politica. Il momento storico che attaversiamo inquieti e smarriti lo richiede.

E’ bello che questa nuova coscienza parta dal Sud più vivo, anche se ormai i suoi artisti sono “contaminati” e quindi universali, avendo studiato al Nord (a volte con master e dottorati di ricerca). I musicisti che affiancano Colella (che dedica il lavoro a Michele Contegno, cantore e poeta scomparso troppo presto) sono tutti, come dire, “indigeni”, di altissimo livello, virtuosi selezionati da anni e anni di duro, oscuro lavoro: Donatello Pisanello (armonica, mandola e organetto), Ambrogio De Nicola (chitarra classica, elettrica), Daniele Vitali (pianoforte, hammond, synth), Angelo Urso (contrabbasso), Francesco Pellizzari (batteria, percussioni), Pierpaolo Caputo (viola da gamba) e la voce preziosa di Rachele Andrioli, ormai un must, costante di tante produzioni. L’amalgama che vien fuori riporta d’istinto al “Quarto Stato ” di Pellizza da Volpedo: commuove, ti rapisce, stordisce, ti tocca dentro, ti lascia semi di rabbia e grumi di poesia. Come colti dalla sindrome di Stendhal...