Bridgestone “no alla chiusura”. Introna: “cancellare l'aggettivo irrevocabile”

BARI. La Bridgestone a Bari deve vivere: il management giapponese deve cancellare l’aggettivo “irrevocabile” apposto alla chiusura dello stabilimento, comunicata senza preavviso, in una videoconferenza di appena 4 minuti. Lo ha sostenuto il presidente del Consiglio regionale della Puglia, Onofrio Introna, aprendo una seduta dell’Assemblea pugliese dedicata al caso Bridgestone.  In precedenza, sempre Introna ha promosso un incontro della Conferenza dei capigruppo consiliari con i rappresentanti sindacali dei lavoratori, con la partecipazione del presidente della Regione Nichi Vendola e del sindaco di Bari Michele Emiliano.

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A seguire, Introna ha incontrato con i presidenti dei gruppi e il primo cittadino barese una delegazione dei dipendenti ex CCR in mobilità, per cercare soluzioni ad una situazione che si trascina da 18 anni e che va affrontata “con chiarezza, trasparenza e tempestività”.
Nel suo breve intervento in Aula, il presidente del  Consiglio regionale ha sottolineato il rischio che “virus Bridgestone, se non prontamente debellato, possa contagiare l’intera zona industriale barese”, concentrata sull’auto  e componenti per autovetture su gomma. (fel)

Questo il testo delle dichiarazioni di Introna.
 “Il Consiglio regionale della Puglia   è dalla parte dei lavoratori, in maniera unitaria, con tutte le sue forze, politiche e fisiche. Questa mattina, la nostra Assemblea ospita idealmente tutti i 950 dipendenti della Bridgestone di Bari-Modugno e gli ex CCR, in difficoltà da quasi due decenni.
Vogliamo parlare con una sola voce, la loro. E dobbiamo parlare una sola lingua: quella del lavoro.
Oggi il Consiglio regionale pugliese chiede un futuro certo per i nostri operai, che vedono minacciato da un giorno all’altro il diritto a un’occupazione stabile.
Ribadiamo l’esigenza di riconoscere dignità e certezze agli “invisibili” delle ex Case di Cura Riunite, che da diciotto anni soffrono una mortificazione ingiusta, allontanati dalla vita attiva.
Gli stabilimenti del Mezzogiorno non possono diventare le fabbriche della paura. Nessuna azienda deve chiudere in Puglia e nessun posto di lavoro deve andare perso.
Abbiamo ascoltato le ragioni di apprensione, espresse con toni accorati, dalle delegazioni che abbiamo appena incontrato.
In particolare, davanti alle pretestuose motivazioni della fuga da Bari addotte dal management Bridgestone, raccogliamo l’appello ad un fermo e immediato intervento in tutte le sedi competenti, perché venga rivista la scelta di abbandonare la Puglia.
Innanzitutto, sgombriamo il campo dal sospetto d’essere davanti ad un’azienda decotta. Nel bilancio 2011, la Bridgestone Italia ha fatto registrare un utile netto di oltre 6 milioni di euro, certificato da una società di revisione internazionale.
La decisione di chiudere, comunicata in una videoconferenza di appena 4 minuti, viene giustificata principalmente per tre ragioni: la produzione di pneumatici generici, i problemi logistici e i costi energetici, in un contesto di crisi di mercato.
È vero invece il contrario, la Bridgestone a Bari produce coperture di alta gamma e rifornisce clienti prestigiosi. Le ultime performance qualitative l’hanno vista classificarsi nei primissimi posti in Europa (al primo posto assoluto nel gennaio e febbraio 2013), oltre che distinguersi costantemente tra gli stabilimenti del Gruppo nel mondo.
La professionalità dei 950 lavoratori garantisce innovazioni apportate ai macchinari e ai processi, standardizzate spesso negli altri stabilimenti mondiali.
Anche contestare la logistica appare inconsistente. Lo stabilimento sorge al centro di un vero nodo infrastrutturale, a pochi chilometri da un porto, un aeroporto, un’autostrada, la ferrovia e l’interporto.
Ma possiamo e dobbiamo fare meglio. Pertanto, va raccolto l’appello di tanti imprenditori per un confronto sul futuro dell’intera area industriale barese. Né ha senso, da parte dei vertici Bridgestone, opporre l’onere dei costi energetici. Il peso cade cadono davanti alla considerazione che nella fabbrica è attivo un impianto di cogenerazione a metano, che consente di abbattere i costi.
La decisione, quindi, è debolmente giustificata, ma non per questo meno pericolosa.
In realtà, si tratta di abbandonare l’Italia. E questo deve rappresentare un campanello d’allarme per il nostro governo nazionale.
Perché la Bridgestone cerca di realizzare nel nostro Paese quel disimpegno che i governi di Spagna e Francia sono riusciti a sventare.
È urgente sollecitare il sostegno ai nostri posti di lavoro, tanto più alla luce di una crisi economica che morde ferocemente.
Ma è anche doveroso richiamare l’esigenza di un impegno governativo concreto ed efficace, perché il fronte di crisi aperto nella zona industriale barese sembra la prima onda di uno tsunami che la finanza internazionale potrebbe scatenare contro l’Italia del lavoro.
Il “caso Bridgestone” può rappresentare un focolaio d’infezione e contagiare gli insediamenti di altre multinazionali.
Anche altri potrebbero scambiare il Mezzogiorno come un territorio usa e getta, attratti da Paesi, perfino europei, dove il costo del lavoro è decisamente inferiore.
E questo, dopo aver goduto degli incentivi statali e regionali per realizzare gli impianti.
Siffatti ragionamenti contabili, cinici e senza cuore, rischiano di pregiudicare la tenuta occupazionale in tutto il Sud e in tutte le Regioni.
Ma le ragioni della globalizzazione e delle quote di profitto non devono prevalere sulla nostra gente e sulle nostre famiglie.
Roma deve rendersi conto che a Bari si gioca il futuro del Paese.
È l’intero impianto della democrazia del lavoro che rischia l’arretramento, con un effetto domino che potrebbe destabilizzare tutta l’Italia.
Da qui l’esigenza per le Istituzioni di rompere il silenzio assordante nel quale le multinazionali “lavorano” a cancellare il diritto al lavoro.
E il Consiglio della Puglia, con tutte le sue articolazioni politiche, di maggioranza e opposizione, non lascerà niente di intentato, insieme alla Giunta regionale per garantire la sopravvivenza di un’azienda storica della nostra zona industriale, caratterizzata da giovani maestranze qualificate e che assicura una produzione di qualità elevata.
Occorre attivarsi perché Bridgestone riveda una decisione senza fondamento e restituisca serenità e futuro ai lavoratori e alle loro famiglie.
L’auspicio è che la decisione unilaterale venga rivista dalla società.
In caso contrario, un atteggiamento societario di chiusura sarebbe letto come ulteriormente immotivato.
In presenza di ragioni inconsistenti, si andrebbe incontro ad iniziative che potrebbero spingersi anche verso una campagna di boicottaggio dei prodotti Bridgestone a Bari, in Italia e in Europa.
Giovedì 14 marzo sarò a Roma con i lavoratori, per riconfermare la vicinanza del Consiglio regionale e l’impegno per la soluzione positiva di una protesta giusta, contro una chiusura ingiusta e ingiustificata.
Colleghi consiglieri, lavoratori, amici e compagni dei Sindacati: la battaglia per la Bridgestone è la battaglia per la Zona industriale di Bari, per il lavoro e il futuro della Puglia”.

VENDOLA E EMILIANO PRESENTANO CAMPAGNA DI BOICOTTAGGIO - Il sindaco Michele Emiliano ha presentato questa mattina, insieme al governatore Nichi Vendola, la campagna del Comune di Bari e della Regione Puglia per contrastare la chiusura dello stabilimento di Bari della Bridgestone.
L’incontro si è tenuto nella sede del Consiglio Regionale della Puglia alla presenza di tutti i capigruppo, dei lavoratori della Bridgestone e delle rappresentanze sindacali.

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Il sindaco Michele Emiliano ha dichiarato: “Non ci sono limiti che ci porremo nel contrastare il proposito della Bridgestone di chiudere lo stabilimento di Bari. L’azienda sbaglia a sacrificare un impianto e delle risorse umane di straordinario valore. Questa fabbrica da generazioni racchiude una storia fatta di ingegno, talento, attaccamento umano al marchio. In questa battaglia siamo uniti con tutti gli altri sindaci del territorio con tutte le forze politiche di maggioranza e opposizione che sono al nostro fianco senza divisioni, così come i sindacati.
Ho l’impressione che in questa battaglia ci sia in gioco qualcosa in più della sola chiusura della Bridgestone di Bari, c’è il tentativo di cambiare il modello delle relazioni industriali.
La solidarietà che c’è nelle strade di Bari mi auguro si allarghi al resto dell’Italia.
La scelta del metodo usato dall’azienda di comunicare la chiusura senza preavviso, senza margini di discussone ha scatenato la nostra indignazione.

L’unica risposta che aspettiamo adesso è che il 14 l’azienda tolga l’aggettivo “irrevocabile” alla decisione presa. E spero che questa grande energia che abbiamo messo in campo serva anche altrove in Italia”.