'Gallinelle e nodi', Garofalo e la dolcezza della memoria
di Francesco Greco - “Si potrebbe pensare che parlo con rabbia, ma non è così. Le mie parole sono invece quasi una preghiera” (Fukushima, 11 marzo 2011). Una preghiera laica, sommessa, insonne e moderna, di una donna del XXI secolo impegnata su più fronti: la famiglia (ha tre figli, i suoi “splendidi rami”); la società (lavora come assistente sociale, “ascolto tante storie”, presso la Asl del Salento meridionale, nel campo della neuropsichiatria infantile, l’integrazione scolastica dei portatori di handicap, dopo studi classici, 4 anni di Farmacia a Napoli, laurea in Servizio Sociale a Trieste); la gioia e l’impegno, dal lontano 1993, nell’attività teatrale.E poi la scrittura: un percorso cominciato inconsciamente quando era bambina e, lettrice onnivora, appassionata, divorava i libri ammucchiati sul comodino “senza mai ricordarne, dopo, né titoli né autori”.
“Gallinelle e nodi” (Sabbia e poesia), di Ada Garofalo, pugliese (è nata e vive a Racale, nel Leccese), Graus editore, Napoli 2014, pp. 205, € 12.50 (dopo la sua città sarà presentato il 10 aprile, alle 18.30 alla libreria “Feltrinelli” di Lecce), è un libro (la copertina è sua) curioso, spiazzante, che nelle intenzioni della scrittrice non doveva nascere. Stava ripulendo il pc dai file accumulati nel tempo, come spinta da una forza oscura, irrazionale, che ogni tanto spinge tutti noi a formattare le nostre vite per ripartire also zero, quando un’amica romana, Anna D’Antimi (esperta di pubbliche relazioni, stabilitasi in Salento per amore del jazzista Fulvio Palese) ha dato un’occhiata al materiale e l’ha “costretta” a non farlo: ha intuito che quell’affabulazione nata dal vissuto quotidiano (“In me c’è la traccia di ogni essere che ha attraversato la mia vita in tutte le mie vite”), dettata da una sensibilità non comune, una percezione del reale del tutto originale, non poteva finire divorata dai buchi neri dell’infinito: sarebbe al contrario stata utile al lettore smarrito e confuso del nostro tempo, magari per indurlo a guardare dentro se stesso, a riflettere sul senso profondo dello stare al mondo, sull’etimologia e la forza primitiva, possente delle parole.
Perché questo libro si regge sulle parole. Poesia e prosa sono ibridate, contaminate. Lo stile è sincopato, rabbioso: come se Ada Garofalo, col suo sguardo dilatato sul mondo, le cose, gli altri, avesse fretta di cogliere e fissare sulla carta un sentimento, un’emozione, un’intuizione, uno stato d’animo prima della sua dissolvenza. Uno sguardo, il suo, che trasfigura una personalissima visione del reale, del cosmo: le “gallinelle” altro non sono se non cose, emozioni, fatti terreni, o pensieri apparentemente inutili (“… quasi fossero gallinelle distratte che passano e vanno, tra cani rabbiosi, tra mucche pesanti, tra i covoni di grano sparsi nell’aia”) che a volte, in un attimo, si rivelano essere improvvise intuizioni che illuminano la coscienza. E diventano stelle (le azzurre Pleiadi).Delicato, intimista, fortemente autobiografico, “Gallinelle e nodo” a tratti commuove e in certi snodi comunica gioia, persino un’euforia del cuore. Intriga la password scelta dalla scrittrice, che si diversifica in più generi: il racconto breve, la poesia in lingua, la ricchezza del dialetto (per i lettori non salentini c’è la traduzione e la glossa nella parte conclusiva), lingua immortale perché la succhiamo col latte materno, densa di chiaroscuri, di illuminazioni, di un denso magma maieutico, talvolta intraducibile.
Quello della sua terra poi è particolare (in Salento ogni campanile ne ha uno), attraversato da una musicalità carsica, dalla dolcezza della memoria. Colta e sottolineata anche nella dotta prefazione di Valeria Naviglio (magliese), che usa il termine “magia”, “perché qui le parole nell’uso e negli accostamenti originali e sapienti, lungi dall’essere convenzioni, restituiscono le cose, plasmano i luoghi, li rivestono di emozioni, concretizzano i sentimenti”.
Ada Garofalo si rivela abile e saggia nel cogliere la quotidianità (“Quando nasce un figlio è come se dalla terra si aprisse una strada immensa e azzurra verso il cielo”; e poi ancora: “I bambini. Innocenti, e soli. Piccoli donchisciotte con gli occhi sgranati”) e la sua anima profonda, nel dirci che il senso inafferrabile, sfuggente della vita è proprio in quelle sfaccettature, quegli interstizi nascosti dei giorni, le pieghe sedimentate del tempo, i solchi lasciati in noi dal tramestio dell’essere.
E nell’elevare le cose ordinarie, d’ogni giorno (“’Sta casa mia / china te colori / libri ‘mpuggiati / puru ssù i tappeti / e fogli scritti / e luce ca sta trase…”), le quotidiane abitudini (“Quando più non mi amerai come donna, sarò tua amica…”), gli accadimenti, gli stupori, persino i silenzi, a fatti eccezionali, da rimarcare sulla pagina affinché restino nella loro nuda, estremamente dialettica essenzialità (“Quantu cùstane ‘e parole”).
Sottinteso: se solo sapessimo coglierli saremmo più sereni, aperti al mondo e alle sue scoperte e alle sue infinite dolcezze e chissà, magari anche un po’ felici. Perché questo, o anche questo ci suggerisce Ada Garofalo: si può cercare, osare di essere felici. Laddove la felicità non è il fine ultimo, ma solo il segno che si sta percorrendo la propria strada, inoltrandosi con audacia nella “selva oscura”.