Cantine Aperte Puglia: i 10 secoli del 'Duca Guarini'
di Francesco Greco.
SCORRANO (Le) - Mille anni leggeri come uno spumante. Anzi: sfidare il futuro, programmare i prossimi aprendosi un varco in Oriente (Hong Kong), battistrada per gli appetibili, intonsi mercati cinesi in espansione. Per i neo-ricchi cinesi, portare vino pugliese a tavola fa trend. Ma con lo sguardo al background, alle radici, alla memoria: riassunta dal “Boemondo”, omaggio al Principe di Antiochia (sepolto a Canosa di Puglia: sulla tomba nuda solo il suo nome, segno di grandezza) e dal “Murà” (qui soggiornò il Re di Napoli Gioacchino Murat, che firmò senza la “t” finale, ma anche con la “i”, Miurà: sghiribizzi di sovrani conservati in Salento), nell’araldica dell’azienda agricola “Duca Carlo Guarini eredi”, la star della 22a edizione di “Cantine Aperte” (nelle aziende del Movimento Turismo del Vino): ogni anno, oltre un milione di enonauti in visita alle cantine di Puglia, degustano, accoppiano ai cibi, buyers e sellers dal mondo firmano contratti.
La famiglia sbarcò in Salento e nel 1065 cominciò a coltivare le terre. Ruggero Guarini era un cavaliere normanno al seguito di Boemondo, in Terrasanta, prima Crociata. Si fermò stordito in una terra magica, generosa, ricca d’acqua: basta(va) buttare un seme per raccogliere i frutti (lo scriveva nell’Ottocento il grande poeta tedesco Goethe). E da allora, col fluire delle generazioni, coltiva 700 ha sparsi in Terra d’Otranto, 70 a vigna, zona Torchiarolo, fra Brindisi e Lecce, filari affacciati sull’Adratico, profumo di salsedine che finisce nel bicchiere: “Piutri” e “Campo di Mare” sfiorano i ruderi di Valesio impregnandosi di mito, i vini hanno i nomi dei toponimi della zona di provenienza. Gli altri a ulivo, legumi, frutteto, ecc. Da qualche anno recuperano antichi vitigni, e come chiede il mercato si fanno spazio nel biologico (il “Nativo” è il loro primo vino con tali atout). Il negroamaro ha intrigato, pochi mesi fa, anche Gianfranco Vissani.
A Ceglie Messapica (Brindisi), a una convention di chef che doveva accoppiare i vini ai piatti ha messo in risalto il “Nativo”. Così è diventato un must. Col primitivo “Boemondo” (24 mesi di botte) e il “Taersìa”, nato dalla lavorazione in bianco di uve negroamaro. Giuseppe Pizzolante è l’enologo: è qui da 30 anni, venne che ne aveva 22: “Valorizziamo professionalità del territorio – spiega Giovanni Guarini, studi a Roma – non li prendiamo dalla Toscana, dal Veneto. Guardiamo sempre al nostro know-how”. L’azienda salentina (a Scorrano nacquero le luminarie: nel XVI secolo per accogliere Bona Sforza, regina di Lituania e Polonia) esporta in tutti i continenti: Giappone, Usa, Canada, Cina, Polonia, ecc. Ormai tutti fanno il vino, la concorrenza è globale: Sudafrica, Nuova Zelanda, Australia, ecc. E sono ottimi assicura Adua Villa, autorità in materia. Si promuove sin dal 1998 (“ancora non c’era il padiglione Puglia”) al “Vinitaly” di Verona (vetrina per oltre 4500 aziende). Visitare la cantina Guarini in Piazza Frisari è come entrare nella macchina del tempo. Nell’anticamera, accolti dal penultimo erede, l’occhio cade sulla bacheca con i trofei dell’azienda: i riconoscimenti alle rassegne di tutta Italia. La fresca penombra, i monumentali silos per la fermentazione, le macchine per imbottigliamento, tappatura, etichettatura. “L’invenzione del freddo e le nuove tecnologie hanno migliorato la vinificazione, elevato la qualità”, aggiunge. Per secoli in Puglia si sono fatti vini per “tagliare” i continentali.
Ecco su una mensola il rosato “Malìa” (premio Radici del Sud 2013). Da sempre si pensa che nascano dal miscuglio di bianco e rosso. Vecchi luoghi comuni. “I rosati hanno ormai una loro identità: stanno rapidamente scalando i mercati – confida Guarini facendo da cicerone – grazie anche alla spinta mediatica della Regione Puglia che gli ha dato visibilità. Ma lo fanno pure in altre Regioni… Lo chiedono anche all’estero, si beve specie d’estate come aperitivo”. Siamo nella sala-degustazioni con i vecchi rubinetti di legno nelle teche di vetro: in primavera, sino a giugno (poi si riprende a settembre) arrivano da tutto il mondo comitive di appassionati (un calendario le fissa) ansioni di degustare. D’estate avvengono sotto i pergolati, fra cespugli di salvia e rosmarino. Ma si fanno anche cene (cantina e cucina). “La mia famiglia arrivò dalla Normandia intorno al 1040”, precisa l’imprenditore: alla parete una mappa del 1700 che perimetra i vigneti del Brindisino (a quel tempo non c’era il catasto).
Eccoci nei sotterranei: il frantoio ipogeo scavato nella roccia dove sino a un secolo fa si lavoravano le ulive: oggi è abitito a cantina dove, dopo ogni vendemmia, “per la storia” si conserva qualche bottiglia per ogni tipologia: le botti di rovere rilasciano un fresco profumo che invita a riposarsi, a filosofare, ricordando Borges: “Non vorrei morire in una lingua che non capisco”. Il vino è una lingua universale, che si parla e si capisce a ogni angolo del pianeta. Il tempo di aggiungere che le vendemmie del “Duca Guarini” – grazie all’aiuto meccanico - da 18 anni iniziano alle 11 di sera e alle 5 del mattino già arrivano i primi carichi (si evita il riscaldamento dell’uva, l’ossidazione: il vino è aromatizzato e ha più proprietà organolettiche) ed è subito sera. Un ultimo assaggio: il bio negroamaro 100% “Nativo”: rubino, intenso, corposo. Ci si vede nel 2015. Prosit!
La famiglia sbarcò in Salento e nel 1065 cominciò a coltivare le terre. Ruggero Guarini era un cavaliere normanno al seguito di Boemondo, in Terrasanta, prima Crociata. Si fermò stordito in una terra magica, generosa, ricca d’acqua: basta(va) buttare un seme per raccogliere i frutti (lo scriveva nell’Ottocento il grande poeta tedesco Goethe). E da allora, col fluire delle generazioni, coltiva 700 ha sparsi in Terra d’Otranto, 70 a vigna, zona Torchiarolo, fra Brindisi e Lecce, filari affacciati sull’Adratico, profumo di salsedine che finisce nel bicchiere: “Piutri” e “Campo di Mare” sfiorano i ruderi di Valesio impregnandosi di mito, i vini hanno i nomi dei toponimi della zona di provenienza. Gli altri a ulivo, legumi, frutteto, ecc. Da qualche anno recuperano antichi vitigni, e come chiede il mercato si fanno spazio nel biologico (il “Nativo” è il loro primo vino con tali atout). Il negroamaro ha intrigato, pochi mesi fa, anche Gianfranco Vissani.
A Ceglie Messapica (Brindisi), a una convention di chef che doveva accoppiare i vini ai piatti ha messo in risalto il “Nativo”. Così è diventato un must. Col primitivo “Boemondo” (24 mesi di botte) e il “Taersìa”, nato dalla lavorazione in bianco di uve negroamaro. Giuseppe Pizzolante è l’enologo: è qui da 30 anni, venne che ne aveva 22: “Valorizziamo professionalità del territorio – spiega Giovanni Guarini, studi a Roma – non li prendiamo dalla Toscana, dal Veneto. Guardiamo sempre al nostro know-how”. L’azienda salentina (a Scorrano nacquero le luminarie: nel XVI secolo per accogliere Bona Sforza, regina di Lituania e Polonia) esporta in tutti i continenti: Giappone, Usa, Canada, Cina, Polonia, ecc. Ormai tutti fanno il vino, la concorrenza è globale: Sudafrica, Nuova Zelanda, Australia, ecc. E sono ottimi assicura Adua Villa, autorità in materia. Si promuove sin dal 1998 (“ancora non c’era il padiglione Puglia”) al “Vinitaly” di Verona (vetrina per oltre 4500 aziende). Visitare la cantina Guarini in Piazza Frisari è come entrare nella macchina del tempo. Nell’anticamera, accolti dal penultimo erede, l’occhio cade sulla bacheca con i trofei dell’azienda: i riconoscimenti alle rassegne di tutta Italia. La fresca penombra, i monumentali silos per la fermentazione, le macchine per imbottigliamento, tappatura, etichettatura. “L’invenzione del freddo e le nuove tecnologie hanno migliorato la vinificazione, elevato la qualità”, aggiunge. Per secoli in Puglia si sono fatti vini per “tagliare” i continentali.
Ecco su una mensola il rosato “Malìa” (premio Radici del Sud 2013). Da sempre si pensa che nascano dal miscuglio di bianco e rosso. Vecchi luoghi comuni. “I rosati hanno ormai una loro identità: stanno rapidamente scalando i mercati – confida Guarini facendo da cicerone – grazie anche alla spinta mediatica della Regione Puglia che gli ha dato visibilità. Ma lo fanno pure in altre Regioni… Lo chiedono anche all’estero, si beve specie d’estate come aperitivo”. Siamo nella sala-degustazioni con i vecchi rubinetti di legno nelle teche di vetro: in primavera, sino a giugno (poi si riprende a settembre) arrivano da tutto il mondo comitive di appassionati (un calendario le fissa) ansioni di degustare. D’estate avvengono sotto i pergolati, fra cespugli di salvia e rosmarino. Ma si fanno anche cene (cantina e cucina). “La mia famiglia arrivò dalla Normandia intorno al 1040”, precisa l’imprenditore: alla parete una mappa del 1700 che perimetra i vigneti del Brindisino (a quel tempo non c’era il catasto).
Eccoci nei sotterranei: il frantoio ipogeo scavato nella roccia dove sino a un secolo fa si lavoravano le ulive: oggi è abitito a cantina dove, dopo ogni vendemmia, “per la storia” si conserva qualche bottiglia per ogni tipologia: le botti di rovere rilasciano un fresco profumo che invita a riposarsi, a filosofare, ricordando Borges: “Non vorrei morire in una lingua che non capisco”. Il vino è una lingua universale, che si parla e si capisce a ogni angolo del pianeta. Il tempo di aggiungere che le vendemmie del “Duca Guarini” – grazie all’aiuto meccanico - da 18 anni iniziano alle 11 di sera e alle 5 del mattino già arrivano i primi carichi (si evita il riscaldamento dell’uva, l’ossidazione: il vino è aromatizzato e ha più proprietà organolettiche) ed è subito sera. Un ultimo assaggio: il bio negroamaro 100% “Nativo”: rubino, intenso, corposo. Ci si vede nel 2015. Prosit!
