Vincenti vs Hesse: lupi perduti nel 'NeroNotte'
di Francesco Greco - “C’era una volta un tale di nome Harry, detto “il lupo della steppa”. Camminava con due gambe, portava abiti ed era un uomo, ma, a rigore, era un lupo (…). Ma una cosa no aveva imparato: a essere contento di sé e della sua vita”.“Poi, una notte, sentì dentro che non ce la poteva più fare. Si alzò dal letto, si riempì il bicchiere e si rimise a dipingere. Era una storia di lupi mannari in un fosco paesaggio gotico, illuminato da una complice luna piena…”.
Paolo Vincenti vs Herman Hesse. Il Mediterraneo che rompe gli argini e invade l’Europa (meglio: la Mitteleuropa). Se la vita, la storia, la letteratura, l’arte, vivono di echi e di risonanze, a quasi un secolo di distanza (“Il lupo della steppa” è del 1927) l’angoscia esistenziale, l’inquietudine, lo smarrimento cosmico di Harry Haller, il lupo della steppa, è lo stesso di Ermanno, il protagonista di “NeroNotte” (Romanza di Amore e Morte), libellula edizioni, Tricase 2013, pp. 156. € 10.00.
Le sovrapposizioni fra i due romanzi sono infinite. Storiche: Hesse guida il suo lupo fra le due guerre: macerie che invocano altre macerie, dolore che si somma a dolore. Ermanno, “padrone della notte fra desiderio e abbandono, resa e mobilitazione, istinto e ragione, ricordo e oblio” sopravvive in un Sud dove tutti viviamo sospesi in un’attesa di cui abbiamo smarrito il senso: un po’ come Giovanni Drogo nel “Deserto dei Tartari”. Economiche: la Germania di Hesse, umiliata nella prima Guerra si compatterà per recuperare l’orgoglio nazionale. Mentre il Sud di Vincenti non ha più identità, memoria: crede ai ciarlatani, agli incantatori di serpenti. Sfatto dalle promesse dei politici, dimenticato da tutti, immerso nella precarietà infinita, nella disoccupazione irrimediabile, col trolley a portata di mano per abbandonarlo, spesso per sempre.
C’è però un denominatore comune: la crisi dell’Occidente, il relativismo dei suoi valori e della sua civiltà. Le democrazie disidratate. E’ lacerato da un secolo nei suoi archetipi fondanti (dettata dalla grande civiltà ellenistica): la globalizzazione seza etica e il liberismo da derivati e titoli tossici hanno aggravato la patologia, i bankster e i populismi stanno disfacendo l’Europa: ogni uomo, citando Hobbes, è lupo all’altro uomo nel vecchio continente.
Sia Hesse che Vincenti – sovrapponibili anche negli input psicanalitici (lo scrittore leccese cita Svevo, “La coscienza di Zeno”) - non ci raccontano verità edulcorate, adattate al tempo, menzogne ben preparate, ma vanno al nucleo, al dna della sofferenza umana, dipingendoci come gli animali in cattività che in effetti siamo. Sempre gli stessi dal XX al XXI secolo: stessa ispida irrequietezza, insoddisfazione di fondo, stesse domande senza risposte, sofferenza senza requie che non siano palliativi, effetto-placebo. Forse gli “ismi” del Novecento (il marxismo per esempio) ci hanno illusi troppo e siamo così finiti nell’infida palude della disillusione senza ritorno?
E tuttavia, l’Ermanno di Vincenti (con l’espediente di un diario poetico) ha ancora la forza di illudersi e di sperare, e non c’è alcun etimo cattolico in questa parola, semmai, al contrario, è un sentimento intriso di ragione illuminista, nonostante un senso di colpa tipico dello stereotipo dei credenti.
Ha la forza di illudersi, di vedere nel riscatto che potrà venire dalla bellezza una luce in fondo al cunicolo. Una speranza esangue, spossata. E affida questo barlume alla pittura (paesggi gotici) e alla poesia: “ci sono luci che a volte si accendono dentro / ma durano così poco, solo un attimo / e poi si spengono / bisogna saperle cogliere…”, affollandole semanticamente di una proprietà salvifica, di redenzione.
Ma anche in un vitalismo sessuale sfrenato, che è una forma di ricerca di un senso e che comunque è anche una reazione al fallimento del matrimonio (Ermanno è stato cacciato di casa dalla moglie).