De Giovanni: “Dio? No, solo la Natura può salvarci”

di Francesco Greco - “L’immaginazione al potere” è un titolo forte, con una carica dirompente, provocatoria. L’ha scelto il pugliese Luigi De Giovanni, artista che ha esposto nel mondo (Parigi, New York, Tokyo, Gent, Bruxelles, Ginevra, Madrid, ecc.), nella collettiva di Palazzo Gallone (Tricase 15-7/31-8, allestita da Stefania Branca). Opere prese d’assalto dai visitatori: c’è un bisogno estremo di autenticità, verità, di dialogo, in un momento storico pregno di menzogna e cupezza, dove incantatori di serpenti e paraculi vari sono detti “comunicatori”, blanditi, invece di essere relativizzati.

Col suo post-impressionismo intimista, l’artista torna ai suoi vecchi jeans d’ogni taglia e li ingravida di colore, affollandoli d’una semantica che non necessita di password di decodificazione tanto è trasparente, quasi minacciosa nei suoi significati significanti. Da Marx (Manifesto del Partito Comunista) all’idea anarchica, passando per il maggio francese e italiano sino agli Inti Illimani (“El pueblo unido jamàs serà vencido”) al Muro di Berlino, assistiamo alla destrutturazione dell’Utopia, uccisa poi del tutto dalla stagione berlusconiana riassunta dall’artista in una rete cupa che ingabbia creatività e slanci e omologa i fermenti e le idee, castrando la fantasia, sempre più lontana dal potere.

Domanda: Maestro, un titolo politico: perché?
Risposta: Ogni gesto o fatto che coinvolga l’uomo è politica, perché implica una scelta di vita o di idee. “L’immaginazione al potere” è la sintesi di un’idea in rapporto con la vita stessa: idea di massa. Infatti, negli anni della contestazione sessantottina, era diventato uno slogan inneggiante al cambiamento, al desiderio col quale si poteva attuare ogni forma di libertà partendo da quella politica, sino a quella sessuale, che portò con sé rivoluzioni di pensiero e cambiamento della società. Infatti, nel socializzare il pensiero, si era sentita poi l’esigenza di creare, istituzionalmente, un settore della cultura che portasse all’attuazione del pensiero di massa, che portò, anche, all’apertura dei santuari borghesi della cultura come avvenne in Francia con l’apertura a tutti dei musei: la cultura, l’idea che non sono del singolo o di un piccolo gruppo di intellettuali e acculturati ma della collettività. Ecco perché si manifestò l’esigenza e la richiesta fatta, a gran voce e urlata nelle piazze, della liberazione dalle ataviche sottomissioni e dallo sfruttamento.

D. Perché la sua protesta, l’urlo di Munch, sui jeans?
R. Quando si urla e il tuo urlo è muto in quanto tutti intorno a te non ti ascoltano, si arriva, dal senso di frustrazione, alla ribellione. Essendo io una persona pacifica ho sentito l’esigenza di fissare il mio, ma non solo il mio, stato d’animo. E’ stata l’esigenza di gridare tutta la mia angoscia, di sentirmi partecipe di una realtà che ti rifiuta, di fissare le delusioni sessantottine e della vita su un indumento che era destinato ai lavoratori, in quanto fatto da un tessuto resistente all’usura, indossato come una divisa dai giovani contestatori sin dagli anni Sessanta: un simbolo, che ha però in sé tutti i presupposti del capitalismo: prodotto dalle industrie, usato da noi sognatori come emblema di lavoro e rivoluzione, mentre il capitale diventa sempre più forte per esempio in Cina, Russia, l’Italia stessa, ecc. La cosa gravissima è che questo simbolo, i jeans, viene svilito dall’uso di mercato. Infatti oggi sono strappati e consunti prima d’essere messi in commercio, insudiciato nei contenuti e nella loro storia in quanto usati nei contesti di frivolezza e superficialità: traditi e diventati finzione di un sogno ormai irrealizzabile.

D. E’ una proposta artistica, la sua, che trasfigura anche la fine di un sogno, il fallimento dell’ideologia che doveva cambiare il mondo?
R. Il sogno rimane. Sono gli eventi che cambiano. Le ideologie non falliscono mai, sono i mutamenti del tempo e dell’uomo che portano a conclusione di una vita o di un’idea. “È un tempo passato che non macina più” come asseriva anche la tradizione popolare. La proposta artistica descrive il mio stato d’animo e la mia incazzatura per l’impotenza dell’uomo che rimane asservito al capitale: ai poteri forti che escludono le masse dal banchetto.

D. Siamo dunque tutti sconfitti, impotenti, soli?
R. Io non mi sento sconfitto. Nel momento in cui ho il mio pensiero e porto avanti le mie idee, non faccio altro che ribellarmi agli eventi e agli uomini che vogliono imprimere le loro idee, ma non vinceranno mai perché saranno anche loro gli sconfitti da una “risata”: la morte!

D. Partiti, banche, intellettuali, sindacati, lobby, massonerie, satrapie, oligarchie: lei non salva nessuno: pessimismo della ragione?
R. Tutti tentano di essere nella torta del potere. Negli anni dove l’ideologia si è assopita o è mancata c’è stato il trionfo del materialismo storico, la rincorsa al potere per far parte della camera dei bottoni. Tanto è vero che con la caduta dei partiti storici è venuta fuori un’accozzaglia di idee dove tutto s’incunea in una spartizione logica del potere: dove l’uomo dà, vedi quelli che hanno un reddito minimo o di sussistenza, quando l’hanno, mentre altri hanno l’arroganza di prendere milioni e milioni di € senza sentirsi in colpa. Dov’è la politica, dov’è l’uomo giusto? Siamo rimasti sempre, nonostante le illusioni cicliche, schiavi e padroni: con idee, guerre, soprusi e distruzioni. In questo senso rientra il movimento rivoluzionario delle masse di molti Paesi, non solo orientali, che si giustificano sotto idealismi romantici. Mi chiedo e chiedo: perché? Dov’è finito l’uomo con i suoi propositi di fratellanza e pace?
D. Il berlusconismo ha un peso in questa tragedia italiana?
R. Tutti hanno le colpe. Tutti correvano e corrono al potere. Molti cambiavano e cambiano casacca. Come dice Francesco: “Tutti abbiamo le nostre colpe”: riconoscere questo sarebbe un buon passo avanti per cambiare la società.
D. Le banche sono davvero le padrone della nostra vita e delle aziende, del nostro futuro?
R. Si. La banca, nata in Toscana per agevolare il mercato, la compravendita, si era formata sull’individuo, rapporto uomo-uomo: funzione di un servizio. Poi via via sono state assoggettate politicamente, diventando sempre più centro di potere e di ricchezza. Mentre dovrebbero essere strumento d’aiuto per l’uomo, per il benessere sociale: purtroppo non è così. È il trionfo del capitale come tale e anche l’economia ne è condizionata totalmente. Per cui l’economia è in bilico, alla mercé dei banchieri. Perciò sono condizionanti il futuro della società: vedi le tante industrie o attività che chiudono e le persone ridotte alla disperazione e al suicidio.

D. Non c’è salvezza dunque nemmeno nella metafisica, poiché lei dice che l’uomo è superiore a Dio: ci resta solo il nichilismo?
R. Quando l’uomo si crea la metafisica, la religione è per assoggettare il suo simile. Questo porta all’allontanamento del rapporto uomo-natura. Perciò noi non siamo altro che il frutto di una politicizzazione della paura del caos, della sopraffazione uomo su uomo, popoli su popoli, nazioni su nazioni, vedi le situazioni dell’Oriente, dell’Africa: cattolicesimo, islamismo, ecc. Cosa è questo, per ritornare alla Genesi, se non un rapporto tra Caino e Abele? Per analizzare ciò che l’uomo crea nella metafisica, la sua religione, la paura la distruzione, le guerre, la morte, si ha il trionfo del Nulla: soltanto per il suo egoismo di potere… W la natura che non è metafisica.

D. La donna pare aver più energia creativa e forza dell’uomo, incarna la speranza: può aiutarci a uscire dalla palude e riprendere a sognare?
R. La donna non ha bisogno di questa suddivisione perché è al centro della natura, della creazione. È la gestione della casa, della famiglia, delle scelte, del modo di essere della politica. Ogni essere quando si avvicina alla politica è un’autodistruzione del pensiero. Non significa niente. I sogni sono sogni individuali che possono essere socializzati, ma per uscire dalla palude serve solo avvicinarsi alla natura, salvaguardarla e non sfruttarla politicamente: spesso, troppo spesso per l’arricchimento di pochi.

D. La tv-spazzatura ha desertificato le parole, che non hanno più senso, sono state relativizzate, banalizzate dai troppi Amici di Maria e Grandi Fratelli: siamo finiti nell’analfabetismo di massa?
R. I mezzi dell’uomo diventano, purtroppo, troppo spesso autodistruttivi e ogni invenzione, pur se per l’uomo, diventa contro l’uomo. Il libro “Mein Kampf” (La mia battaglia) era solo un libro, un pensiero… ma portò alle nefandezze del nazismo…

D. Tutto vira nella bruttezza, la volgarità, il cinismo, la virtualità: tutti vogliono denaro, successo, potere, e intanto ci si svuota dentro…
R. Il trionfo del capitale! Se si ricorre alla metafisica per essere assolti, è chiaro che l’apparire trionferà sull’essere.

D. Corruzione, guerre, attentati, pulizie etniche, capitalismo selvaggio, natura devastata, cibo taroccato, imbonitori labbra di miele, demagoghi un tot al chilo, democrazia autoritaria, politica in ritirata e poteri forti che si prendono tutto: facce della stessa medaglia?
R. Sono sempre facce della stessa medaglia: il potere per il potere.

D. Nemmeno l’iconoclastia di Francesco la smuove dal suo disincanto, Maestro?
R. La Storia ci insegna che l’uomo rivolge ogni sua operazione allo sfruttamento dell’uomo sull’uomo e sulle masse. Da sempre rincorre la ricchezza, la sopraffazione dell’altro. Il bene non esiste, come non esiste il male, ma esiste soltanto l’interesse che può portare a gravissimi delitti. Nei racconti della Storia c’è chi per 30 denari vendette Gesù. Un rapimento d’amore portò alla guerra di Troia. Si perse il Paradiso per una mela… Francesco si deve fare le ossa… ancora! Di cosa stiamo parlando?

D. Ci resta allora un suicidio di massa, se non fossimo così vigliacchi… Magari una glaciazione da stop and go, per creare l’uomo nuovo?
R. L’uomo rimane sempre uomo, non c’è bisogno di stop and go…, non c’è bisogno di glaciazione. C’è solo bisogno di rispettare la natura: se l’uomo impara a rispettarla con le sue regole, impara a rispettare se stesso. Noi siamo natura da sempre, per cui la nostra essenza è nell’equilibrio dell’essere non inteso spirituale ma naturale. Ci sarebbe tanto da dire, ma mi è più semplice manifestare il mio pensiero con le opere.

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