Ilva sotto accusa: 'Il processo 'Ambiente svenduto' ripreso ieri giudica il passato mentre la Commissione Ue giudica il presente'
di Mauro Guitto - Il processo “Ambiente Svenduto” è ricominciato ieri dopo i vani tentativi di spostarlo a Potenza (ampiamente previsti dagli ambientalisti) da parte di alcuni imputati.
Questo non è un processo qualunque, non è un processo contro un unico imputato (fisico o giuridico che sia). Trattasi di qualcosa di più grande, qualcosa che coinvolge tante, troppe figure (oltre 50 imputati di cui tre società), le cui azioni sono state tutte connesse tra loro e che hanno condotto Taranto nel disastro in cui si trova oggi e si troverà purtroppo nei prossimi anni.
La situazione è grave, gravissima e non riguarda soltanto il passato ma il presente e il futuro dei tarantini. In ballo c’è la salute, l’ambiente, l’occupazione, tutti temi di interesse vitale per una comunità... tutti diritti che sono stati negati per oltre cinquant’anni.
Per di più nella stessa giornata di ieri la Commissione Europea ha diffuso ufficialmente il “parere motivato”, il secondo passo dopo la procedura d’infrazione del settembre 2013 e dell’aprile 2014 prima di giungere all’inevitabile deferimento dell’Italia alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea.
All’Italia viene contestato di aver consentito all’Ilva di perpetrare le attività di emissioni industriali nocive nell’atmosfera per la salute e per l’ambiente oltre i limiti imposti dalle direttive ambientali europee. Ricordiamo che fu predisposta l’AIA (Autorizzazione Integrata Ambientale) nel 2011 poi modificata 6 volte negli anni successivi che non è mai stata fatta rispettare (recarsi al quartiere Tamburi di Taranto a prendere una “sana” boccata d’aria per capire cosa stiamo dicendo... oppure basta soffermarsi a osservare cosa accade a ogni ora del giorno).
Per la Commissione Europea a Taranto l’azione perpetrata dall’Ilva ha inquinato (e purtroppo inquina anche oggi) tutto: aria, suolo e acque dalla zona adiacente allo stabilimento (quartiere Tamburi in primis) fino al resto della città. L’Italia adesso dovrà in poche settimane di tempo nuovamente tentare di convincere il Commissario UE all’ambiente Potocnik che sembra tutt’altro che indeciso nel costringere l’Italia a rispettare e a far rispettare la legge all’Ilva.
Piero Gnudi, il Commissario straordinario dell’Ilva, più che Gnudi fa lo “gnorri”, dichiarandosi sorpreso dall’avvio della fase due dell’UE. Secondo lui il problema è soprattutto finanziario, definita la cessione agli indiani di ArcelorMittal insieme agli altri soggetti interessati, la soluzione per l’Ilva e di conseguenza per la città sarà poi raggiungibile. Anche il Ministro dell’Ambiente Galletti dovrà stavolta trovare materiale più convincente per dimostrare di aver attuato quel 75% di azioni di ambientalizzazione proclamate nel recente passato.
La giornata del 16 ottobre 2014 rappresenterà (con le sentenze che verranno) l’inizio della chiusura di un capitolo (a processo concluso), quello del passato, che riguarda le infrazioni commesse fino a prima del processo nell’immobilismo e nel silenzio (anch’esso perpetrato fino ai giorni nostri) della politica locale, provinciale e regionale.
Adesso i soggetti che si costituiscono parte civile nel processo aumentano sempre di più, tra enti (Regione, Provincia e Comune di Taranto), parenti di vittime del siderurgico e associazioni come PeaceLink.
Questo non è un processo qualunque, non è un processo contro un unico imputato (fisico o giuridico che sia). Trattasi di qualcosa di più grande, qualcosa che coinvolge tante, troppe figure (oltre 50 imputati di cui tre società), le cui azioni sono state tutte connesse tra loro e che hanno condotto Taranto nel disastro in cui si trova oggi e si troverà purtroppo nei prossimi anni.
La situazione è grave, gravissima e non riguarda soltanto il passato ma il presente e il futuro dei tarantini. In ballo c’è la salute, l’ambiente, l’occupazione, tutti temi di interesse vitale per una comunità... tutti diritti che sono stati negati per oltre cinquant’anni.
Per di più nella stessa giornata di ieri la Commissione Europea ha diffuso ufficialmente il “parere motivato”, il secondo passo dopo la procedura d’infrazione del settembre 2013 e dell’aprile 2014 prima di giungere all’inevitabile deferimento dell’Italia alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea.
All’Italia viene contestato di aver consentito all’Ilva di perpetrare le attività di emissioni industriali nocive nell’atmosfera per la salute e per l’ambiente oltre i limiti imposti dalle direttive ambientali europee. Ricordiamo che fu predisposta l’AIA (Autorizzazione Integrata Ambientale) nel 2011 poi modificata 6 volte negli anni successivi che non è mai stata fatta rispettare (recarsi al quartiere Tamburi di Taranto a prendere una “sana” boccata d’aria per capire cosa stiamo dicendo... oppure basta soffermarsi a osservare cosa accade a ogni ora del giorno).
Per la Commissione Europea a Taranto l’azione perpetrata dall’Ilva ha inquinato (e purtroppo inquina anche oggi) tutto: aria, suolo e acque dalla zona adiacente allo stabilimento (quartiere Tamburi in primis) fino al resto della città. L’Italia adesso dovrà in poche settimane di tempo nuovamente tentare di convincere il Commissario UE all’ambiente Potocnik che sembra tutt’altro che indeciso nel costringere l’Italia a rispettare e a far rispettare la legge all’Ilva.
Piero Gnudi, il Commissario straordinario dell’Ilva, più che Gnudi fa lo “gnorri”, dichiarandosi sorpreso dall’avvio della fase due dell’UE. Secondo lui il problema è soprattutto finanziario, definita la cessione agli indiani di ArcelorMittal insieme agli altri soggetti interessati, la soluzione per l’Ilva e di conseguenza per la città sarà poi raggiungibile. Anche il Ministro dell’Ambiente Galletti dovrà stavolta trovare materiale più convincente per dimostrare di aver attuato quel 75% di azioni di ambientalizzazione proclamate nel recente passato.
La giornata del 16 ottobre 2014 rappresenterà (con le sentenze che verranno) l’inizio della chiusura di un capitolo (a processo concluso), quello del passato, che riguarda le infrazioni commesse fino a prima del processo nell’immobilismo e nel silenzio (anch’esso perpetrato fino ai giorni nostri) della politica locale, provinciale e regionale.
Adesso i soggetti che si costituiscono parte civile nel processo aumentano sempre di più, tra enti (Regione, Provincia e Comune di Taranto), parenti di vittime del siderurgico e associazioni come PeaceLink.