Fatih Akin, grande protagonista al Festival del Cinema Europeo

di Ilaria Stefanelli - Il regista di origini turche ha raccontato se stesso, il suo amore per il cinema, la dualità della sua radice culturale.

Sorridente, il ciuffo sugli occhi, uno sguardo ipnotico, così ieri a Lecce si è presentato Fatih Akin, regista dalla duplice radice culturale ( nato in Germania da genitori turchi emigrati ). Akin è stato uno dei protagonisti che stanno dando respiro a questo festival, dopo la giornata dedicata al grande regista francese Bernard Tavernier, dispensando racconti, confessioni ed esilaranti  aneddoti riguardanti la sua infanzia, la nascita dell’interesse per la macchina da presa, continuando con la narrazione del suo rapporto col salento, realtà che ha conosciuto girando la pellicola in programmazione questa sera “ Solino”.

Il salento è terra di contaminazione, crocevia di culture e il regista Akin conosce bene il senso della mescolanza. Turco di seconda generazione, nato a Amburgo, nonostante Fatih Akin abbia più volte dichiarato di non fare cinema di emigrazione, ma cinema nel senso più ampio del termine, sarebbe difficile non rimarcare come le sue opere ruotino sempre attorno a quel tema, con riflessioni estremamente originali sulla patria d'accoglienza e d'origine.

Akin studia comunicazione visiva all'Accademia di Belle arti di Amburgo, dal 1994 al 2000. Con il primo corto Sensin - Du bist es!(1995) vince il premio del pubblico al Hamburg International Short Film Festival.

Il primo lungometraggio, Kurz und schmerzlos (1997) otterrà il Pardo di bronzo al Festival di Locarno e il premio come migliore esordiente ai Bavarian Awards di Monaco. Il soggetto tratta le vite di tre immigrati a Amburgo, un serbo, un turco e un greco. Con In July (2000) secondo lungometraggio, racconta la storia on the road di un professore che attraversa l'Europa dell'Est per ritrovare la sua Istanbul. Istanbul, città a cui Akin è fondamentalmente legato, come origine ma anche obiettivo. Cosa esplicitata anche dal titolo del suo terzo sforzo registico: We forgot to go back (2001). La condizione dell'emigrato di seconda generazione è forse quella di colui che deve ritrovare la coscienza delle proprie origini da cui è fisicamente slegato. Con Solino (2002) Akin racconta un'altra storia d'immigrazione, ma questa volta di una famiglia pugliese a Duisburg, negli anni '60.

Il suo stile, fortemente influenzato dalle sospensioni temporali e dall'umorismo del cinema di Jim Jarmush, fonde passioni forti e momenti satirici al limite del grottesco.

Nel 2004 arriva La sposa turca, vincitore al Festival di Berlino, film che lo renderà noto in tutto il mondo. L'opera raggiunge una certa completezza formale, grazie a quell'alternanza di momenti divertenti e commoventi che aveva già caratterizzato i suoi film precedenti. Senza retorica e con uno sguardo piuttosto critico verso i suoi stessi personaggi Akin realizza un bel film compatto.
Il successivo Crossing the bridge - The sound of Istanbul (2004), presentato a Cannes, è un documentario sulla scena rock della più grande città turca. Il ponte simboleggia concretamente l'intreccio di due culture, occidente e oriente, che si ritrovano nella musica suonata nei club cittadini.

A Cannes nel 2007 sarà invece presentato Ai confini del paradiso, dove Akin si occupa nuovamente dei rapporti tra la Turchia e la Germania come patria d'adozione.

Al Festival del cinema di Venezia del 2009 infine presenta la commedia Soul Kitchen, che vince il premio speciale della giuria. Dopo il film collettivo Deutschland 09, dirige il documentario Garbage in the Garden of Eden (2012) e nel 2014 torna con l'intenso Il padre, presentato in concorso alla 71esima Mostra del Cinema di Venezia.

Ed è proprio “ Il Padre” il film che ha seguito ieri l’incontro del regista col pubblico, un’opera complessa costata sangue e fatica, riguardante un tema delicato e ancora attuale, quello del genocidio del popolo armeno ad opera dei turchi.

“Se il genocidio armeno sarà accettato dal governo turco potrà essere solo per motivi politici, economici. Non so come. Non mi fido di nessun politico. Per parlare di genocidio bisogna prima capire di cosa si parla. Bisogna capirne il significato. Ogni olocausto appartiene a periodi diversi, spazi diversi, la pellicola è uscita anche in Turchia e per i turchi è stato un miracolo , molto utile per l’argomento che tratta. Gli armeni, invece, hanno ignorato il film. Il primo ministro armeno si è mostrato addirittura disilluso alla premiere in Armenia. Per me è stato un modo per emancipare il mondo, un grande film”. Akin si lancia nel racconto donando alla sala “ pillole” del suo vissuto: “ fin da bambino ho desiderato comparare realtà e finzione, la mia doppia radice culturale me l’ha imposto, da piccolo pensavo al natale che vivevano gli altri e quello che non vivevo io, sono vissuto nel paragone e il paragone è uno dei temi che inserisco nei miei lavori”.

“Il mio viatico? Le videocassette dell’infanzia, era l’unico modo per ricostruire la mia radice turca, guardavo film turchi e cercavo di ricostruire e ricostruir-mi un’identità”. Parla dei suoi miti Akin “ Scorsese, De Niro sono stati i miei modelli, cercavo di emularli da ragazzo, prima di fare il regista mi sono cimentato nei panni dell’attore,  fui ingaggiato per una pellicola noir, dovevo interpretare un assassino di origini turche, ero l’unico turco che si presentò al casting”.

Dolente il tema del suo rapporto attuale con il suo paese di origine : “Con la Turchia ho vissuto un matrimonio, ora sono divorziato”. Sul tema dell'immigrazione, linea che attraversa tutti i suoi film, ed in particolare degli sbarchi sempre più numerosi non solo sulle nostre coste, ricorda come sia importante investire nell'educazione dei giovani soprattutto nei Paesi in guerra o poveri, per evitare che si affrontino drammatici viaggi della speranza. Akin che ama l'immaginario cinematografico di Costa Gravas e di Rainer Werner Fassbinder, in particolare capolavori come "La paura mangia l'anima" e "Il matrimonio di Maria Braun" con Anna Schygulla e apprezza il cinema di Paolo Sorrentino e di Matteo Garrone, sta per realizzare un film per ragazzi. "Mi piacciono moltissimo i film d'animazione e per i più piccoli e spesso vado a vederli con i miei figli. E' già tutto scritto e c'è già il titolo"  -  aggiunge - Si chiamerà Il fantasma del terzo piano". Sul progetto dedicato al regista turco Yilmaz Guney, perseguitato dal regime, sottoposto a detenzione e morto esule a Parigi nell'84, Akin ha ricordato come ci sia già una sceneggiatura ma realizzare il progetto implicherebbe divorziare per la seconda volta dal suo Paese.

Fatih Akin ci parla con leggerezza di viaggiatore, come i suoi personaggi, che accompagnano e colpiscono, aprono mondi e si maledicono, si redimono e si rialzano, senza mai arrendersi.