Ocean’s 8: la recensione
di FREDERIC PASCALI - Nella bacheca delle “occasioni mancate”, di cui è piena la storia del cinema, un posto speciale spetta senz’altro alla pellicola diretta da Gary Ross e sceneggiata insieme a Olivia Milch.
Forte degli episodi precedenti e con un’egida che rasenta l’idea dello spin off, “Ocean’s 8” è un “falso nueve”, un sequel che cerca il colpaccio mettendo in campo una squadra di superstar al femminile all’interno di un canovaccio che miscela action movie e thriller nel segno della commedia. Seppure la sensazione del colpo di scena aleggi costantemente in ogni sequenza, la realtà dei fatti è ben diversa e la convinzione di ritrovarsi con un pugno di mosche in mano resta presente fin dopo i titoli di coda.
La trama prende avvio dalle vicende personali di Debbie Ocean, la sorella del più famoso, e apparentemente passato a miglior vita, Danny, che dopo 5 anni di carcere niente affatto complicati, mette in piedi una squadra di 7 donne per dar corpo al suo piano teso a compiere il furto di una delle collane più famose della Maison Cartier: la Jeanne Toussaint.
“Ocean’s 8” è ossessivamente legato al suo compito narrativo fino al punto di restarne ingabbiato, vittima di una struttura rigida e dai volumi manifestamente appariscenti riconducibili alle silhouette e agli sguardi ammiccanti delle sue dive che dominano le scene laccate dalla fotografia patinata di Eigil Bryld. Le due protagoniste principali, Sandra Bullock, “Debbie Ocean”, e Cate Blanchett, “Lou”, ne sono l’esempio più fulgido. Insieme ad Anne Hathaway,”Daphne kluger”, e a tutte le altre, agiscono come incastonate in una fama riflessa che affascina ma non riesce a umanizzare e tanto meno a sorprendere. Un peccato senza assoluzione per una pellicola che al di là della lunga passerella con continui cambi d’abito, glamour e guest star non riesce a trasmettere altre emozioni in grado di ribaltare la sensazione di una storia stantia che procede per espedienti e falsi miti.
Forte degli episodi precedenti e con un’egida che rasenta l’idea dello spin off, “Ocean’s 8” è un “falso nueve”, un sequel che cerca il colpaccio mettendo in campo una squadra di superstar al femminile all’interno di un canovaccio che miscela action movie e thriller nel segno della commedia. Seppure la sensazione del colpo di scena aleggi costantemente in ogni sequenza, la realtà dei fatti è ben diversa e la convinzione di ritrovarsi con un pugno di mosche in mano resta presente fin dopo i titoli di coda.
La trama prende avvio dalle vicende personali di Debbie Ocean, la sorella del più famoso, e apparentemente passato a miglior vita, Danny, che dopo 5 anni di carcere niente affatto complicati, mette in piedi una squadra di 7 donne per dar corpo al suo piano teso a compiere il furto di una delle collane più famose della Maison Cartier: la Jeanne Toussaint.
“Ocean’s 8” è ossessivamente legato al suo compito narrativo fino al punto di restarne ingabbiato, vittima di una struttura rigida e dai volumi manifestamente appariscenti riconducibili alle silhouette e agli sguardi ammiccanti delle sue dive che dominano le scene laccate dalla fotografia patinata di Eigil Bryld. Le due protagoniste principali, Sandra Bullock, “Debbie Ocean”, e Cate Blanchett, “Lou”, ne sono l’esempio più fulgido. Insieme ad Anne Hathaway,”Daphne kluger”, e a tutte le altre, agiscono come incastonate in una fama riflessa che affascina ma non riesce a umanizzare e tanto meno a sorprendere. Un peccato senza assoluzione per una pellicola che al di là della lunga passerella con continui cambi d’abito, glamour e guest star non riesce a trasmettere altre emozioni in grado di ribaltare la sensazione di una storia stantia che procede per espedienti e falsi miti.
