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Loro 1: la recensione

di FREDERIC PASCALI - Il probabile e l’improbabile si sfiorano, si toccano, si mescolano e finiscono per coincidere in una realtà che riempie un dietro le quinte già ricolmo di maschere e comparse, pronte a sgomitare e a farsi largo in una sorta di limbo dove l’impossibile sembra possibile, fino all’approdo al palcoscenico dove “Lui” è l’unico incontrastato protagonista.

L’atteso ritorno alla regia di Paolo Sorrentino si concretizza in una storia che fa da anfitrione alla figura di un Silvio Berlusconi settantenne alle prese con il rapporto sfilacciato con la moglie Veronica, mentre sullo sfondo si agitano e vivono i numerosi figuranti che ne circondano le seconde e le terze schiere di fedelissimi.

“Loro 1”,  prima tranche di un film distribuito in Italia in due parti, poggia su di un lungo prologo costruito sulla figura di Sergio Morra, un giovane piccolo imprenditore tarantino senza scrupoli che, insieme alla moglie Tamara, è alla ricerca del salto di qualità per abbandonare la sua realtà di provincia e puntare tutto sul tavolo romano, raggiungere l’inarrivabile: “Lui”, Silvio Berlusconi.

Sceneggiata da Sorrentino stesso insieme al fedele Umberto Contarello, la struttura narrativa di “Loro 1” sembra muoversi sulla falsariga di un racconto a metà tra fiaba e favola. Senza voler esplicitare una morale, lasciandola decantare nella trama degli eventi, vi è una componente magica che muove e avviluppa tutti i personaggi che appaiono costantemente al di sopra delle righe, imprigionati in dei corpi dove l’umanità ha lasciato spazio all’ Es freudiano, libero di gestire ogni rapporto unicamente nel recinto “bestiale” delle pulsioni erotiche. In questo contesto non manca, come ne “La Grande Bellezza”, la presenza di animali umanizzati in una dimensione surreale.

La pecora che guarda il quiz di Mike, in un loop lynchiano su di un televisore di villa Certosa, ne è un esempio lampante che fa da proscenio alla presenza del Silvio Berlusconi magistralmente incarnato da Tony Servillo. È il padrone del castello in cui tutti vogliono entrare, dove il tempo sembra scorrere senza alcuna frenesia, irreggimentato nelle letture della moglie Veronica o in una giostra che lentamente riprende il lembo di un passato destinato a diventare solitudine. Detto della bella fotografia alternata di Luca Bigazzi, toni caldi e vischiosi per “Loro” e nitidezza algida per “Lui”, un plauso speciale meritano le prove interpretative di Riccardo Scamarcio, “Sergio Morra”, e Fabrizio Bentivoglio, “Santino Recchia”.

Ready Player One: la recensione

di FREDERIC PASCALI - Steven Spielberg torna a occuparsi di fantascienza celebrando un’epoca, quella identificabile tra il tramonto degli anni ’70 e gli spensierati anni ’80, attraverso la presentazione di uno dei suoi frontespizi più pop: l’universo dei videogame. Un’operazione nostalgia, costantemente in bilico tra mondo reale e virtuale, che, dettata dalla trasposizione cinematografica dell’omonimo romanzo di Ernest Cline, nell’occasione sceneggiatore insieme a Zak Penn, scorre serrata senza inciampi e titubanze.

Negli Stati Uniti del 2045, nella città di Columbus, vive Wade Watts, un giovane disagiato che, come gran parte della popolazione terrestre, abita una seconda vita in un luccicante e complesso mondo virtuale chiamato “Oasis”. Qui il suo alter ego immateriale, Parzival, è impegnato nella grande gara indetta da James Halliday,il defunto e geniale creatore del programma. Alla fine di un percorso di prove quasi insuperabili si trova un “Easter Egg”, un livello segreto, che consente, a chi lo raggiunga, di ottenere il controllo dell’intero sistema. Aiutano Wade un gruppo di amici tra cui l’affascinante Art3mis/Samantha e il corpulento Aech, in versione reale nulla di più che una fanciulla di nome Helen. Per riuscire dovranno superare anche la concorrenza spietata della “IOI”, la multinazionale tecnologica capitanata dal perfido Nolan Sorrento.

“Ready Player One”, seppure affascini per la sua capacità di coniugare con estrema semplicità i diversi piani del racconto, assomiglia più a un “divertissement” che, muovendosi tra spunti di riflessione e morali più o meno celate, punta a gemellare differenti generazioni nell’unico solco del “piacere del giocare insieme”. Un’impalcatura di innumerevoli citazioni d’ogni tipo sostiene l’intero impianto narrativo, dal richiamo a “Space Invaders”, il mitico videogioco della fine degli anni ’70, agli omaggi ripetuti a Robert Zemeckis e il suo “Ritorno al futuro”, a Stanley Kubrick con il sempiterno “Shinning”, a “Terminator”, a “Il signore degli anelli”; una pletora di rimandi cui non fa eccezione il volto virtuale di Parzival, che sembra ispirarsi a David Bowie, e quello de “Il Curatore” con i tratti alla Alberto Sordi.

All’altezza della situazione risultano le prove di tutti gli interpreti, di spicco quella di Tye Sheridan, “Wade”, e del caratterista Ben Mendelsohn, “Sorrento”; sconfinano nell’eccellenza le musiche di John Williams e la fotografia di Janusz Kaminski.

Lady Bird: la recensione

di FREDERIC PASCALI - Declinare la poesia dell’adolescenza, scegliendo i versi più appropriati per darne sentore senza tralasciare alcun aspetto della sua grande potenza espressiva, è uno dei compiti più ardui che spetta a chiunque si cimenti nell’impresa. Greta Gerwig, all’esordio alla regia ma già brillante nella sua breve carriera d’attrice, lo fa dispensando talento a piene mani e, complice la bravissima Saoirse Ronan, “Lady Bird”/”Christine”, costruisce una pellicola di notevole fattura che, nonostante presenti una trama tesa a inglobare tutto il possibile in una rapida definizione degli eventi,snoda con la giusta intensità i punti di svolta che sferzano l’intero racconto.

Christine, per tutti “Lady Bird”, è un’adolescente di Sacramento che seppur frequenti il liceo cattolico a due passi da casa sua, è costantemente attratta dalla possibilità di trasferirsi nella East Coast e trovare finalmente una sua dimensione. Insofferente all’ordine costituito, alla ricerca di uno sbocco per il suo talento, decide di iscriversi alla compagnia di teatro della scuola e con l’amica Julie intraprende un percorso di emancipazione che diventa fonte di un costante conflitto con la madre.

Pur non riuscendo a trasformare alcuna delle sue cinque Nomination in una statuetta, “Lady Bird” resta un film di fattura pregevole che nel novero di quelli dedicati al mondo dell’adolescenza, i cosiddetti “teen movie”, guadagna senz’altro uno dei gradini più alti del podio. Una pellicola moderna, ambientata nel 2002 del dopo “11 settembre”, che è perfettamente a suo agio con movimenti della macchina da presa molto classici che nulla tolgono alla sua inclinazione ribelle, incastonata in un’ aurea di sensibilità, di cui quasi tutti i protagonisti sembrano pervasi. La fotografia di Sam Levy mutua in una luce dai temi caldi la forza di una narrazione che, strettamente correlata alla biografia della regista, corre sul filo di un anticonformismo mai sguaiato o autoreferenziale. La sceneggiatura, della stessa Gerwig, pur nutrendo qualche passaggio ansiogeno, sposa efficacemente il conflitto generazionale genitori – figli sottolineandone gli aspetti salienti anche grazie all’eccellente performance di Laurie Metcalf, la “madre di Lady Bird”. 

La forma dell’acqua: la recensione

di FREDERIC PASCALI - Il meraviglioso mondo di Amélie Poulain ha un suo alter ego distopico, con una nuova protagonista confinata in un  microcosmo di piccole e solitarie abitudini vissute con il piglio dei semplici di cuore. È il mondo di Guillermo Del Toro che dirige la sua fiaba dai contorni noir con un’eleganza tale che tutti gli interpreti sembrano essere elementi di una perfetta coreografia danzante. Non pochi sono i rimandi e le citazioni, da i fratelli Coen a Hitchcock (il “mcguffin” dell’uovo), che convergono nel tema del “diverso”, materia forgiante dell’intero racconto nel quale confluiscono sia lo spirito drammatico che quello romantico.

La storia ambientata nel 1962,in piena guerra fredda, segue la vicenda di Elisa, una donna affetta da mutismo, non più giovanissima, impiegata come addetta alle pulizie di un super segreto laboratorio governativo americano. Prigioniera di una routine quotidiana ossessivamente ripetitiva, confortata della presenza di soli due amici, la collega Zelda e il vicino di casa Giles, un anziano artista dall’omosessualità celata, casualmente si imbatte in una creatura dalle sembianze di uomo anfibio frutto di un qualche maldestro esperimento. È l’inizio di un legame inedito e impensabile.

“La forma dell’acqua” ha una indubbia natura poetica e ironica esaltata dalla bravura degli interpreti,a cominciare dalla superba Sally Hawkins, “Elisa”, empatica con la fotografia cupa e acida di Dan Laustsen,  agli irresistibili caratteristi Michael Shannon,”Richard Strickland”, e Richard Jenkins, “Giles”, per finire con Octavia Spencer, “Zelda”. Vincitore del Leone d’Oro all’ultimo Festival di Venezia, la pellicola di Guillermo Del Toro si avvicina alla notte degli Oscar con il record di Nomination, tredici, senza, tuttavia, riuscire a fugare completamente la sensazione ricorrente di dèjà vu che ne attanaglia tutti i passaggi di sceneggiatura,a cura di Vanessa Taylor e dello stesso regista, che spingono le caratteristiche drammatico avventurose fino a lambire pericolosamente i margini del grottesco. Alcun dubbio invece per la musica di Alexandre Desplat che, oltre la candidatura alla statuetta, raccoglie ancora una volta plausi ed elogi.

The Post: la recensione

di FREDERIC PASCALI - C’è un’attenzione meticolosa nella cura dei dettagli con il debutto degli anni ’70 del Novecento che prende prepotentemente possesso del nostro immaginario,c’è un cast di grande bravura capeggiato da due “fuori categoria” del calibro di Merily Streep e Tom Hanks, c’è una fotografia, di Janusz Kaminski, che attenua e inacidisce ovunque i toni degli interni e imbastisce tutta la forza del racconto nella luce di un’epoca di straordinari  cambiamenti,e infine c’è la regia di Steven Spielberg, garanzia assoluta di rigore e di consensi. C’è tutto questo in “The Post”, un patrimonio notevole ma non sufficiente per scrollarsi di dosso la sensazione di una superficie ordinata che dal principio già rivela l’immutabilità della sua visione prospettica.

Il “New York Times” fa un incredibile scoop pubblicando una parte dei top secret “Pentagon Papers” relativi alla guerra del Vietnam, commissionati nel 1967 dall’allora segretario degli Esteri Robert McNamara. Dopo che un giudice ne blocca l’uscita la palla passa al “Washington Post” capitanato dall’editrice Katharine Graham e dal direttore Ben Bradlee. Il giornale non attraversa uno dei suoi momenti migliori e la decisa, e decisiva, quotazione in Borsa potrebbe essere messa in forse da una qualsiasi mossa azzardata.

“The Post” è senza dubbio una pellicola che compie fino in fondo il suo dovere di testimonianza storica, senza tuttavia riuscire a sottrarsi alla tentazione di una copiosa laccatura retorica, pericoloso viatico verso l’azzeramento espressivo dei numerosi primi piani che segnano il cammino dell’intera trama. Non fa eccezione la sceneggiatura del duo Liz Hannah e Josh Singer che disegna i personaggi di un’aura vintage autoreferenziale incapace, per tutta la prima parte, di effettuare il salvifico cambio di ritmo. Dialoghi e monologhi, in tal senso, non appaiono immuni da colpe e la scelta di riservare alla figura del presidente Nixon uno spazio antagonista al limite del grottesco non fa che acuire questa sensazione. Tuttavia, la seconda parte, pur non sciogliendo tutte le titubanze della prima, consegna slanci narrativi e acuti interpretativi degni delle aspettative. In questo frangente si fanno apprezzare le seconde linee come Bob Odenkirk, “Ben Bagdikian”, e Matthew Rhys, “Daniel Ellsberg” e i costumi di Ann Roth. Alla fine la somma di tutto fa un totale di sole due Nomination agli Oscar: quella per il miglior film e la miglior attrice protagonista, la ventunesima candidatura di Meryl Streep.

L’ora più buia: la recensione

di FREDERIC PASCALI - Vi sono momenti che di per sé rendono la storia di un uomo degna di essere raccontata e condivisa come esempio di tenacia e irriducibile volontà di affermazione.

Di uno di questi s’impadronisce Joe Wright, sottraendolo al passato e riaffermandolo nella memoria collettiva attraverso il racconto filmico delle decisioni più difficili prese da Winston Churchill poco dopo la sua prepotente ascesa allo scranno di Primo Ministro dell’Impero britannico. L’operazione vintage, a metà tra il biopic e il dramma storico, riesce perfettamente anche grazie alla straordinaria interpretazione di Gary Oldman, fresco candidato all’Oscar come miglior attore protagonista, che riveste i panni dello statista inglese con una puntigliosità quasi maniacale, degna di un posto d’onore nel Museo delle cere di Madame Tussauds.

Nel maggio del 1940 per gli Alleati la situazione della guerra in Europa volge rapidamente al peggio. Dopo l’invasione del Belgio le truppe naziste sono penetrate nel Nord della Francia costringendo francesi e inglesi a una drammatica ritirata. Sir Winston Churchill diventa Primo Ministro ereditando l’ingrato compito di decidere le sorti dell’intero Paese. Il carattere schietto e scorbutico, la saggezza della moglie Clementine e, soprattutto,il suo intuito, sono le doti che nell’ora più buia lo aiutano a prendere le decisioni più difficili, in barba all’ostilità dei membri più autorevoli del suo stesso partito.

Candidato all’Oscar anche come miglior film, “L’ora più buia” si avvale di una sceneggiatura, a firma Anthony McCarten, di grande sensibilità che fa scivolare via leggero, attraverso le manie, le inquietudini, le tenerezze e le fragilità dello statista britannico più amato di sempre,uno degli scorci più difficili nel cammino dell’umanità.

La fotografia “in tinta” di Bruno Delbonnel ribadisce il tema fondante dell’intera trama giostrando abilmente i chiaroscuri degli interni, architravi di un mondo in bilico tra la propria leggenda e il proprio declino, con i primi piani di una macchina da presa ossessivamente attratta dalle espressioni del volto dell’uomo divenuto improvvisamente Storia.

Se è impeccabile tutto il resto del cast, leggiadra Kristin Scott Thomas, “Clementine”, non può essere di certo dimenticata la bella colonna sonora di Dario Marianelli, capace di unire, nell’immaginario collettivo che ospita i sogni che portano alla gloria, il tempo della disperazione e quello della speranza.

Napoli Velata: la recensione

di FREDERIC PASCALI - È possibile trovare per ogni cosa, ogni azione, un ordine specifico che ne stabilisca un confine in grado di definirne una indiscutibile linea di demarcazione? Probabilmente no. L’ultima fatica del regista Ferzan Ozpetek ne è la raffigurazione più appropriata con una storia che avanza costantemente in bilico tra generi e citazioni, succube di un equilibrio precario quale quello  che la vita e la morte predispongono per ogni individuo.

Adriana è un medico anatomopatologo con alle spalle un’infanzia segnata dalla tragica perdita dei genitori. Frequenta la dimora della zia e il ricco e variopinto mondo borghese e artistico napoletano di cui ama circondarsi. In una serata mondana conosce un giovane uomo che, senza mezzi termini, la invita a passare la notte con lui. È una passione inaspettata e travolgente che si risolverà in un mistero in apparenza indecifrabile.

“Napoli velata” si veste spesso da melodramma ma rincorre il noir costeggiando l’hard-boiled per poi sfociare nella neutrale opacità del surreale nella quale riscontrare dei fatti e dei confini diventa un’impresa ardua. Il pastiche di cui si compone la pellicola di Ozpetek non giova e nega un’uniformità di genere che probabilmente avrebbe contribuito meglio a dosare tempi e personaggi. Le numerose citazioni, Hitchcock e Dario Argento in primis, che i movimenti della macchina da presa evocano fin dalla scena iniziale, con protagonista la scala liberty di Palazzo Mannajuolo, subiscono un continuo processo di “indigenizzazione” che smorza i toni del dramma e ammicca a una svolta napoletana ricca di tradizioni e misteri. Tuttavia, per una sceneggiatura di questo tipo, dello stesso Ozpetek, di Gianni Romoli e di Valia Santella, sempre ondivaga e attenta a oscurare i contorni, sarebbe occorsa una prova recitativa corale senza sbavature e in perfetta concordanza. Questo non avviene, a cominciare dai due protagonisti principali, Giovanna Mezzogiorno, “Adriana”/”Isabella”, e Alessandro Borghi, “Andrea”/”Luca”, che appaiono non perfettamente a loro agio, soprattutto nelle scene di passione, in un ruolo che faticano a gestire.  Per contro risulta  forte la presenza scenica di Anna Bonaiuto, “Adele”, e Beppe Barra, “Pasquale”, mentre la bella fotografia di Gianfilippo Corticelli, accostata alla colonna sonora di Pasquale Catalano, dona alle immagini quella magia che la trama, troppo spesso, si perde inopinatamente per strada.

La recensione: Star Wars: gli ultimi Jedi

di FREDERIC PASCALI - La sospensione del divenire è forse uno dei fenomeni più difficili da immaginare, ma è la spiegazione più semplice per porsi nel bel mezzo di una prospettiva finita tendente all’infinito. Un escamotage pensato per reinterpretare senza sosta una realtà già nota e per svelare una delle chiavi del successo della saga di “Guerre Stellari” a cui l’episodio numero VIII, diretto da Rian Johnson, non si sottrae.

Mentre la Resistenza, incalzata dalle astronavi del Primo Ordine, cerca di evacuare la base su D’Qar,  parallelamente, sul pianeta Ahch-To, la giovane Rey prova a convincere il leggendario ultimo Jedi Luke Skywalker ad unirsi alla lotta contro le forze avverse dirette dal Leader Supremo Snoke. In uno scenario dove il conflitto tra il Bene e il Male risulta sempre in bilico domina l’ambiguo rapporto tra Rey e Kylo Ren, il figlio di Han Solo e Leia Organa pronto a prendere la guida del Primo Ordine.

Ne “Gli ultimi Jedi”, secondo film della trilogia sequel, come nel precedente “Il risveglio della Forza” diretto da J.J. Abrams, continua il lavoro di “sostituzione” del Mito con i Dioscuri del passato richiamati in servizio solo per fare da ponte e da genitori di un nuovo gruppo di eroi.

La pellicola di Rian Johnson regge l’urto dell’attesa e non sfigura pur restando distante dal potenziale titolo di stupor mundi, con passaggi e lotte che regalano sensazioni in scala minore rispetto alla tradizione della Saga. Abbondano le sequenze d’interni e si rincorrono i dejà-vu,si trepida per Rey, interpretata dalla sempre più convincente Daisy Ridley, ma si rimane dubbiosi sulla scrittura ricamata per il cattivo Kylo Ren e in particolare per il suo interprete Adam Driver la cui ambiguità espressiva non sembra mai risolvere quella richiesta al suo personaggio.

L’impronta Disney tende le sue fila e nell’ultima malinconica apparizione vivente di Carrie Fisher, “la principessa Leia”, la tentazione al manierismo si fa strada senza remore. Ne risultano immuni le nuove presenze di Kelly Marie Tran, “Rose”, e Benicio Del Toro, “DJ”, che preannunciano nuovi intrecci per il prossimo ultimo capitolo della trilogia, così come l’eccellente fotografia di Steve Yedlin, i costumi di Michael Kaplan e le musiche di John Williams.

La recensione: Assassinio sull’Orient Express

di FREDERIC PASCALI - La vocazione di Kenneth Branagh per i classici, semmai ci fosse stato qualche dubbio,ancora una volta si esterna in una prova magistrale che il sempreverde remake cinematografico del capolavoro thriller di Agatha Christie, datato 1934, ispira nel doppio ruolo di regista e protagonista principale. Il “nuovo” “Assassinio sull’Orient Express” non oscura quello storico del 1974, regia di Sidney Lumet, ma si attesta su di un versante differente con un’inclinazione che ricorda più il cinema patinato del Marvel Cinematic Universe che la fotografia rugosa della pellicola vecchia scuola. Lo stesso Hercule Poirot “indossato” egregiamente da Branagh si presta a una verniciatura in tal senso e con l’avanzare della trama rivela la caratterizzazione verso una natura fumettistica nella quale, alle straordinarie capacità deduttive dell’originale ideato dalla Christie, viene aggiunta anche un’inaspettata fisicità.

La storia è sempre la stessa con il più grande investigatore vivente, il belga Hercule Poirot, che dopo essere stato costretto a risolvere un caso di furto a Gerusalemme, giunto a Istanbul deve ripartire velocemente per Londra. L’incontro casuale con il suo amico Bouc, Direttore dell’Orient Express, gli fornisce un insperato posto sul leggendario treno in partenza quella notte stessa. Uno dei primi ad avvicinare Poirot è un oscuro uomo d’affari, Samuel Ratchett, che prova a convincerlo, dietro promessa di una grossa somma di denaro, a fargli da guardia del corpo per i suoi tre giorni di viaggio. Poirot,che bene conosce la cattiva nomea del suo interlocutore,rifiuta ma il mattino dopo si ritrova a constatarne l’efferato assassinio. Ancora una volta sarà lui a dover scoprire il colpevole.

Michael Green scrive una sceneggiatura che incastona l’intreccio narrativo in un palcoscenico che è puro spettacolo, a cui la regia di Branagh, con le consuete influenze teatrali, dona la credibilità e la marzialità giusta per l’occasione. Il cast di alto rango, con Michelle Pfeiffer, “Mrs Hubbard”, nel ruolo che fu di Lauren Bacall e Johnny Depp, “Ratchett”, ben posato nella parte del “cattivo”, assolve egregiamente il suo compito e alimenta al meglio le dinamiche auspicate dal racconto. La chiosa spetta di diritto alla scenografia di Rebecca Alleway e ai costumi di Alexandra Byrne e Timothy Everest, la ciliegina su di una buona torta da gustare aspettando il sequel sul Nilo.

La recensione: Vittoria e Abdul

di FREDERIC PASCALI - La semplicità di un’umanità mostrata distogliendo l’attenzione dal rigore del proprio personale universo per abbandonarsi prigioniera all’intimità di un sentimento amichevole per troppo tempo avvolto nei ricordi. È la sintesi dell’ultimo lavoro firmato da Stephen Frears, presentato fuori concorso alla recente Mostra del cinema di Venezia, che adatta il libro di Shrabani Basu cimentandosi in un dramedy in costume confezionato con l’accuratezza e l’attenzione che da sempre lo contraddistingue.

Basato su di una storia vera, venuta alla luce solo nel 2010, narra della scandalosa, per l’epoca, e controversa relazione d’amicizia intercorsa tra la regina Vittoria e Abdul Karim, un commesso indiano che una successione di eventi casuali, scelto per consegnare una moneta celebrativa, porta al cospetto della sovrana più potente del mondo negli ultimi anni del suo regno e della sua vita.

Quello messo in scena dalla macchina da presa di Frears, elegante nei suoi movimenti classici, è un palcoscenico dalle sembianze vagamente teatrali che si erge nitido e chiaro nei colori della bella fotografia di Danny Cohen. Ne scaturisce una visione ironica e compassata di un microcosmo di un’epoca destinata a esalare il suo ultimo respiro nel primo conflitto mondiale.

Nei volti dei protagonisti, nelle cadenze imbolsite, nei rituali secolari, la sceneggiatura di Lee Hall si destreggia abilmente incastonando il racconto biografico in quello storico, senza incespicare in ridondanze gratuite ma peccando nella profondità, tutta sulle spalle dei dialoghi e dei primissimi piani della straordinaria interpretazione di Judi Dench.

L’ottantenne grande attrice britannica veste con mirabile dedizione i panni dell’ottantenne regina Vittoria plasmandone la solitudine e immedesimandosi totalmente nei segni scolpiti dal tempo sul corpo e sullo spirito. Una prova da Oscar che funge da faro per tutto il resto del cast, a cominciare da Ali Fazal, “Abdul Karim”, per finire con Eddie Izzard, “Bertie”, incredibilmente somigliante con l’allora principe di Galles.

La recensione: l’uomo di neve

di FREDERIC PASCALI - Un vicolo cieco senza possibilità di fuga, costretti a fare i conti con l’inesorabile defluire della paura di essere protagonisti del peggiore dei propri incubi.

Come sempre nel cinema di Tomas Alfredson si ha il tempo per pensare, per prendere le misure su quello che è accaduto e su quello che accadrà, ma non si ha il tempo per schivare l’angoscia che attanaglia ogni sequenza con il senso profondo del disagio che prelude alla certezza della perdita. La macchina da presa è un giavellotto che a lungo si libra nell’aria senza mostrare l’intenzione di posarsi per terra, lasciando l’illusione di un sospeso con il quale fino all’ultimo il regista svedese gioca. L’adattamento di uno dei romanzi gialli più riusciti di Jo NesbØ diventa così una lenta, forse troppo, presa di coscienza dell’efferatezza del male.

Harry Hole è uno dei più brillanti e famosi poliziotti della Norvegia ma da tempo non è più lo stesso, incupito e dedito al vizio dell’alcool. La misteriosa scomparsa di una donna nella sera di una copiosa nevicata mette in allarme il suo senso investigativo, tanto più dopo aver ricevuto un biglietto anonimo recante come firma il disegno di un pupazzo di neve. Al suo fianco nell’indagine c’è la giovane detective Katrine Bratt che lo mette sulle tracce di un vecchio caso di vent’anni prima.

“L’uomo di neve” si lascia vedere con interesse seppure la sceneggiatura scritta da Peter Straughan, Hossein Amini e SØren Svelstrup qua e là indugi troppo nell’autocompiacimento dilatando il compasso dei dialoghi e ammiccando fino all’eccesso con lo spettatore sull’identità del cattivo. Non hanno colpe gli interpreti principali capeggiati da un sempre più iconico Michael Fassbender, “Harry Hole”,dal bravo Jonas Karlsson, “Mathias”, e dalle due splendide protagoniste femminili: Charlotte Gainsbourg, “Rakel”, e Rebecca Ferguson, “Katrine”. Nel cast, in un ruolo secondario,”Rafto”, dice la sua anche un eccelso Val Kilmer.

Meravigliosa la fotografia di Dion Baebe, che bilancia al meglio i toni caldi con quelli freddi lavorando di rigore sui numerosi flashback, coinvolgenti le musiche di Marco Beltrami, in sintonia perfetta con la narrazione, ivi compresa la sempiterna “Pop Corn”. 

La recensione: Valerian e la città dei mille pianeti

di FREDERIC PASCALI - Si torna a viaggiare nell’Universo senza freni che solo la fantasia può concepire e animare e lo si fa con nella mente una foresteria di suoni, immagini e colori indelebilmente impressi nella trama di una storia che un visionario come Luc Besson rende cinema.
Il regista francese trasforma una lettura giovanile mai dimenticata, quella delle tavole scritte da Pierre Christin e disegnate da Jean-Claude Mézières. in una sorprendente cavalcata ai confini della meraviglia.

Un progetto che più che un’opera cinematografica ricorda una spettacolare video installazione che senza soluzione di continuità ingloba tutta la parte fantasmagorica della fantascienza prodotta per il grande e il piccolo schermo negli anni ’70 e ’80. Una specie di circo Barnum che trascende i confini dell’umanità felliniana e investe l’area cara ai ragazzi cresciuti al tempo di “Guerre Stellari”, “Blade Runner” e “Spazio 1999”, senza rinunciare a strizzare l’occhio ai contemporanei dei videogiochi, con città crittografate da invisibili prospettive virtuali che ricordano financo le atmosfere del passato dell’esperimento “Nirvana” di Gabriele Salvatores.

In questo dedalo di costruzioni e di citazioni si muovono i due protagonisti, Valerian e Laureline, perfetta coppia di agenti governativi che gli eventi e i superiori riportano su Alpha, la città dei mille pianeti che nei secoli ha visto affiancarsi centinaia di civiltà differenti. Qualcosa di strano è accaduto e l’ armonia che la diversità evocava è minacciata da una zona rossa contaminata da una misteriosa radiazione. Il maggiore Valerian e l’affascinante sergente Laureline hanno il compito di recuperare l’ultimo trasmutatore di elementi, un simpatico e innocuo animaletto, rimasto ancora in vita nell’universo. Apparteneva al popolo dei Mül che tutti pensano estinto da tempo.

“Valerian e la città dei mille pianeti” è uno di quei film fatti apposta per ritagliarsi un paio d’ore di totale evasione, al sicuro dal Mondo, senza temere svolte epocali, tensioni o drammi strappalacrime. Fanno perfettamente al caso i due interpreti principali, Dane DeHaan e Cara Delevingne, a metà tra eroe ed antieroe sono i rassicuranti bravi ragazzi della porta accanto che non tradiscono mai. Con loro alcuni pilastri del genere, Rutger Haurer ed Ethan Hawke, che da soli citano il passato e rendono l’intro di David Bowie, “Space Oddity”, il segnale per allacciarsi le cinture e godersi lo spettacolo.

La recensione: Baby Driver - il genio della fuga

di FREDERIC PASCALI - Il motore romba, le ruote sgommano e la musica si sincronizza a palla. Non è la descrizione di un’opera futurista di Giacomo Balla bensì l’inizio dell’ultimo lavoro cinematografico diretto da Edgar Write. Una pellicola che tende a rifuggire i confini di etichette preconcette e modella l’action movie in un comparto narrativo che ondeggia tra il dramedy, il noir e il film musicale. Ne scaturisce una specie di unicum che con i giusti intrecci e una sceneggiatura, dello stesso Write, ispirata da un videoclip dei Mint Royale (“Blue Song”, 2003) da lui diretto, funziona decisamente bene correndo all’ultimo respiro ma rivendicando un finale diverso da quello celeberrimo ideato dal duo Godard – Truffaut, con le carte da noir che si mescolano con quelle dolci della commedia.

La storia è un concentrato di adrenalina a quattro ruote che ha il pregio di non rubare la scena ai protagonisti basculando tra l’abilità al volante di Baby, un giovane ladro dall’animo sensibile trovatosi suo malgrado a lavorare per un boss della malavita, Doc, e l’incantevole figura femminile di Deborah, la cameriera che sogna una vita on the road con la musica e il suo uomo.

Insieme provano la fuga dal presente per raggiungere un futuro diverso, un riscatto fatto di amore, semplicità e talento ma per riuscirci devono superare la violenza degli uomini,le pallottole,l’odore della morte e il tempo della redenzione.

Ansel Elgort, “Baby”, e Lily James, “Deborah”, rappresentano senza dubbio una parte non trascurabile del successo della pellicola di Edgar Wright con il loro accattivante mix pop teen che ben si amalgama con il “gruppo” dei cattivi capeggiati da un grande Kevin Spacey, “Doc”, e da Jamie Foxx, “Bats”. Li avvolge una fotografia, curata da Bill Pope, che a tratti evoca atmosfere dai contorni cari alle storie dei supereroi della Marvel con il racconto che sfiora le paludi del grottesco ma non perde mai l’equilibrio sostenuto dalle musiche di Steven Price e da una colonna sonora che non ammette prigionieri. 

La recensione: Dunkirk

di FREDERIC PASCALI - Christopher Nolan torna dietro la macchina da presa dirigendo una di quelle pellicole destinate a entrare, passando dalla porta principale, nella memoria storica dell’ultimo decennio cinematografico. Il genere è quello del film di guerra, una delle piste più battute del cinema americano, che, tuttavia, sotto la regia di Nolan si compone di materia sopraffina puntando dritto alle viscere dell’animo umano, lì dove si annidano i confini tra speranza e disperazione.

Con il piglio della narrazione bellica dettata con l’eleganza e la sincerità di un Marc Bloch, la sceneggiatura si snoda su storie adiacenti tutte convergenti in un’unica trama con la bussola delle emozioni orientata verso i primissimi piani dei protagonisti, macerati e svelati dalla bella fotografia rugginosa di Hoyte van Hoytema.

I particolari curati con attenzione ci portano nella periferia di Dunkerque in un giorno della fine di maggio del 1940. Il secondo conflitto mondiale è esploso da quasi un anno e le truppe corazzate tedesche sfondando nel Nord del Belgio hanno tagliato in due il fronte degli anglo-francesi. Ora sulla spiaggia della Normandia ci sono 400000 soldati in attesa di essere evacuati. Tra di loro c’è Tommy impegnato allo stremo nella sua disperata settimana per sopravvivere.

Più in la, nel mare, c’è la piccola imbarcazione da diporto di Mr. Dawson, con il figlio e un suo amico  per un giorno sono coinvolti per dare il loro contributo a quello strenuo tentativo di salvataggio. Sopra quello stesso mare per un’ora vola Farrer insieme alla sua formazione di Spitfire, vanno a caccia di aerei tedeschi per salvare i convogli alleati. Il loro tempo cambierà il destino di molti.

È una specie di vertigine, cesellata con la sapienza dell’artigiano di valore, quella che sostiene l’impalcatura a orologeria della struttura narrativa creata da Nolan.

La stessa coinvolgente musica del prediletto Hans Zimmer assume il compito,non affatto corollario, di costruire il dirompente finale all’unisono della storia. Eccellenti tutti gli interpreti a cominciare da Fionn Whitehead, “Tommy”, per finire con Kenneth Branagh, “Comandante Bolton”. Non si sottraggono agli elogi né il montaggio, a firma di Lee Smith, e né la minuziosa scenografia curata da Nathan Crowley.

Giallosvezia. Morte a Stoccolma, serial killer cercasi


di FRANCESCO GRECO - Scrive maledettamente bene questa svedese,Viveca Sten, che, apprendiamo dall’aletta, “dopo una brillante carriera giuridica”, vive a nord di Stoccolma, con marito e tre figli e forse – diciamo noi - si nasconde dietro il personaggio di Nora, tornata single dopo il tradimento del marito riccastro Henrik che l’ha lasciata con due bambini e se n’è andato con Marie.

La prosa è secca, nuda, incalzante, non c’è un aggettivo o un avverbio di troppo, la psicologia dei personaggi di spessore (specie di esauriti e psicopatici), il racconto ben documentato sin nei minimi particolari, tanto da portarci nelle isole dell’arcipelago a nord della capitale svedese.

La trama ti tiene inchiodato alla sedia sino all’ultima riga, e anche dopo che sai il serial-killer che insanguina una Stoccolma un po’ mediterranea, ne vorresti ancora e speri in fondo al cuore che Viveca abbia dato serialità alla storia.

Abituati a don Matteo impiccioni, marescialli di maniera, avvocati cialtroni, “Questa notte morirai”, Marsilio Editore, Venezia 2017, pp. 432, euro 18,50 (collana “Farfalle”, ottima traduzione di Alessia Ferrari) è una fresca oasi nel deserto e ti ci fermi volentieri a sorseggiarlo all’ombra di un gazebo, o un pino, anche come antidoto a “Lucifero”.

Di che si tratta? Thomas Andreasson non riesce a elaborare il lutto per la perdita della figlioletta Emily di tre mesi. La moglie Pernilla (che nomi strani, queste ragazze svedesi!) se n’è andata, solo che il poliziotto finisce sott’acqua causa rottura di una lastra di ghiaccio, se la cava, ma debbono amputargli qualche dito dei piedi: altro lutto di aspra elaborazione. Pernilla torna indietro: anche le svedesi in fondo hanno un’anima da crocerossine e, si sa come va il mondo, quasi senz’accorgersene aspetta un’altra bambina, anzi, “una bambinona”.

La depressione si trasforma in euforia, e ne occorre tanta per indagare - con i colleghi Margit, il Vecchio, Erik Blom, Karin Ek, ecc. – sulle strane morti che insanguinano Stoccolma dove il caffè e il vino scorrono a fiumi. La prima è quella di Marcus Nielsen, 22enne studente di Psicologia ha l’infelice idea di una tesina sui ”Cacciatori costieri”, una sorta di corpo speciale, d’èlite, addestrato molto ruvidamente, negli anni Settanta, a prevenire, o bloccare, attacchi da nord.

Non si trova il suo inseparabile pc e manco i diari che gli ha regalato un prof. di ginnastica, Jan-Erik Fredell, conciato male dalla sla, che muore affogato nella vasca da bagno mentre la moglie è fuori per la spesa. Puzza di bruciato (e di detersivo per pavimenti).

Altre morti si susseguono (l’ubriacone Bo Kaufman, Sven Erneskog, ecc.), tutti dello stesso gruppo “divise verdi con baschi e teste rasate”, “si puzza di merda e sudore”: 30 anni prima ci fu anche un “suicidio” durante l’addestramento (durata: 11 mesi) condotto da un tenente psicopatico figlio di un pezzo grosso, che non riesce a far carriera.

Sottotraccia, la scrittrice sparge una critica a certi spasmi militaristi del Nordeuropa decenni fa e a una Svezia vs Italia: tagli orizzontali anti-crisi, scarseggia il personale di polizia, i pc son vecchi di una generazione, a volte manca lo scanner, spesso la stampante, voli in ritardo, compagnie aeree che licenziano assediate dalla concorrenza delle low-cost, ecc.

Ovviamente non vi diciamo più nulla per non rovinarvi il piacere di scoprirlo da soli appena ve lo procurerete. Una cosa possiamo però consigliarvela: scrivete su un foglio bianco il colpevole che ipotizzate pagina dopo pagina, alla fine avrete una sorpresa, che puzza di detersivo…

Giallosvezia si conferma una scelta strategica vincente dell’editore veneto. E’ proprio il caso di dirlo: sweden is better, le svedesi (il giallo) lo fanno meglio…

Da 70 anni la festa di San Rocco a Casamassima



di VITTORIO POLITO - Com’è noto si festeggia tra agosto e settembre di ogni anno a Casamassima la tradizionale festa in onore di San Rocco da Montpellier, dedicata ai residenti ed a coloro che giungono da ogni parte del mondo per questa solenne ricorrenza. Quest’anno Onofrio Mancini, già Maresciallo Maggiore dell’Esercito, amante della fotografia, nato a Casamassima, ma residente a Ravenna, ha voluto ricordare l’evento con la pubblicazione, per le edizioni Levante, del volume “San Rocco, 70 anni di Festa a Casamassima 1946-2016”, un elegante testo di grande formato, ricco di foto e manifesti, volutamente in bianco e nero, poiché la mancanza del colore, secondo l’autore, lascia apparire con maggior vigore l’incanto delle emozioni che i volti rivelano.

Mancini ha svolto un prezioso lavoro di ricerca del materiale pubblicato e delle foto realizzate da egli stesso e da alcuni amici, a testimoniare la sua devozione per il Santo protettore e del suo grande amore per Casamassima. Egli utilizza la fotografia con lo scopo non solo di dare testimonianza di un evento, ma soprattutto per attestare la sua partecipazione culturale ed emotiva all’evento stesso.

L’Architetto Antonio Pastore, che firma presentazione, scrive: “al di là del rapporto intimo-affettivo tra il Casamassimese e il Santo, Mancini focalizza la vera essenza della festa, quale momento di catarsi collettiva in cui si intrecciano fede, storia, tradizioni, identità, passato e futuro, che nel corso del tempo ha coinvolto l’intera comunità attraverso momenti di grande trasporto emotivo e culturale”.

                                                

Sfogliando l’elegante testo leggiamo anche la nota della professoressa Beatrice Birardi, che fa un po’ la storia tra tradizione e coralità, della festa di San Rocco a Casamassima e nella quale scrive che “La festa di san Rocco a Casamassima è considerata e vissuta, dopo il Santo Natale, come la ricorrenza più importante dell’anno.

E, per finire, qualche notizia su San Rocco, nato a Montpellier, che rimasto orfano vendette tutti i suoi beni, distribuendo il ricavato ai poveri e partì in pellegrinaggio a Roma. Si fermò all’Ospizio di Acquapendente (Viterbo), dove si dedicò al servizio degli appestati, operando guarigioni miracolose. San Rocco è rappresentato con il cane, quel cane del nobile Gottardo Pallastrelli che gli portava da mangiare per l’impossibilità del Santo di camminare a causa di un “bubbone” ad una gamba. Morì in provincia di Varese nel 1379. Dal 1999 è attiva presso la Chiesa di San Rocco in Roma l’Associazione Europea Amici di San Rocco, con lo scopo di diffondere il culto e la devozione verso il Santo della carità attraverso l’esempio concreto di amore verso i malati ed i bisognosi.

San Rocco è protettore dei pellegrini, dei chirurghi, dei prigionieri e del bestiame, è invocato contro la peste, le malattie contagiose ed i disastri naturali.

Il volume, che si avvale del Patrocinio del Comune di Casamassima, della Pro Loco della stessa città e del Comitato Festa di San Rocco, riporta anche il saluto del Sindaco Vito Cessa. Un bel regalo per i cittadini di Casamassima che potranno così rivedere dal 1946 ad oggi, tutte le manifestazioni sia religiose che folcloristiche svoltesi con i complessi bandistici, gli artisti, i cantanti ed i complessi di musica leggera, che nei vari anni si sono esibiti.

La recensione: 'Una favola moderna', antica come l'amore


di FRANCESCO GRECO - Occhio alle ragazze che inciampano nei piedi del “playboy e lazzarone”: quasi sempre sono innamorate. Succede a Sara quando Carl è nei paraggi. Meno male che una tata vecchia maniera, che richiama in automatico la Mummy di “Via col vento”, è sempre in stand-bye a mostrare i denti.

Esordisce con un romanzo intrigante la pugliese Monica A. Sabella, “Una favola moderna”, Youcanprint editore, Tricase 2017, (presentazione il 7 agosto a Euroitalia, Casarano, ore 19.30 e il 24 agosto a Alessano, Palazzo Legari, con Michela Santoro, Libreria Idrusa).

Un romanzo breve, o racconto lungo, diviso in 19 capitoli incalzanti. Forse un ritmo più lento e sensuale, un respiro meno rapsodico avrebbe valorizzato meglio la storia. Ma si tratta di un romanzo di formazione, di riuerca, che conquista per la freschezza, per un suo modo di essere acerbo, naif, come i franchi narratori degli anni Ottanta.

Orfane dei genitori, infanzia in orfanatrofio, dalle suore severissime, Sara ed Emily sono state adottate da famiglie borghesi e poi si son perse di viste.

Sara studia Medicina, legge molto (“i libri erano tutto il suo mondo e il suo rifugio”), ma non riesce a elaborare il lutto del distacco, ha continui flash-back che la riportano agli anni tristi dell'orfanatrofio. Una evidente scansione psicanalitica, molto ben abbozzata con la tecnica del flash-back.

Ma è delizioso anche l'espediente letterario della sovrapposizione speculare del suo vissuto con quello di Evelyn e Dario, due bambini orfani a cui Sara – ormai dottoressa e impiegata, guarda caso, in un orfanatrofio – si sono affezionati, tanto da essere adottati da Edoardo e Perla, i suoi genitori.
In un finale incalzante, Sara è al settimo cielo non solo per l'affetto che saprà dare ai due bimbi sfortunati, ma anche per aver inaspettatamente ritrovato l'amica del cuore, che trascinerà in viaggio in Spagna (con l'immancabile Mummy) e alla fine anche l'amore. E ci fermiamo qui per non togliere al lettore il gusto di scoprirlo da solo nelle righe di una favola moderna, ambientata nel XXI secolo di Facebook e Instagram, ma antica quanto l'uomo, che mette in scena l'amore, e nel complesso i sentimenti, ogni volta sempre nuovi e diversi.

Possiamo però aggiungere, in conclusione, che la scrittrice (è nata e vive ad Alessano, nel Leccese, sposata, due figlie, Alessia e Karol, fa l'infermiera) conosce molto bene la psicologia delle donne e la grammatica dei sentimenti. La complessità dell'animo femminile, i desideri, i pudori, i sogni. Anche delle classi alte a cui, è evidente, i personaggi appartengono per come si muovono e quel che pensano e dicono. E supporre che le amiche Alessandra e Mina, la nipote Giordana e il marito siano trasfigurati nei vari personaggi abbozzati con pennellate decise e veloci.

Il più glamour comunque alla fine è Mummy, la tata di casa: è il più istintivo e vero, perciò conquista. Il Quarto Stato ha i sensi sempre all'erta, e la battuta densa di saggezza pronta.

La recensione: Prima di domani

di FREDERIC PASCALI - Parafrasando uno dei titoli più noti della filmografia di George Romero, il maestro americano dell’horror recentemente scomparso, pare che l’estate dei “Movie Teen Viventi” non debba aver mai fine. Lo conferma la pellicola diretta da Ry Russo-Young, giovane regista newyorkese,   che riadatta il romanzo di Lauren Olivier, “E finalmente ti dirò addio”, imponendoci l’interrogativo su quale possa essere il modo più giusto per affrontare il proprio ultimo giorno in vita.

La risposta è affidata alla storia di Samantha Kingston, un’adolescente americana che il giorno in cui nel suo liceo si festeggia la festa dei cupidi e lei ha in mente di consumare la sua prima volta con Rob, il fidanzato da tutti ammirato, viene raggiunta, esattamente 39 minuti dopo la mezzanotte, dal Destino che ne ha programmato la morte in un incidente stradale con le amiche del cuore. Ma la vita non finisce e ricomincia esattamente nello stesso “ieri”. Sam è prigioniera del suo ultimo giorno e deve trovare il modo di liberarsene.

“Prima di domani” seppur si muova in un ambito già ampiamente battuto, dall’idea del poter morire/non morire, alla figura di Julie, che sembra ispirarsi alla “Carrie” di Brian De Palma, fino all’uso della voce off di Sam che ripercorre un po’ l’effetto del sempiterno “Viale del tramonto”, mantiene una propria identità definita . La sceneggiatura di Maria Maggenti e Gina Prince-Bythewood sviluppa il suo punto di svolta decisivo nella “consapevolezza” come unica fonte di salvezza per la protagonista, un’ottima Zoe Deutch, che così compie un mirabile processo salvifico di maturazione.

Si lascia il passato racchiuso nel presente per un futuro che forse non è soltanto un addio, con la descrizione delle emozioni che si disegna in punta di piedi, senza troppi acuti. In tal senso appare efficace la fotografia di Michael Fimognari che alla luce assegna il compito di sottolineare la claustrofobia del racconto senza mai deragliare in eccessi di sorta, con il tempo che diventa un apparato non più intangibile ma una costruzione definita dal pulsare digitale del proprio smartphone.

La recensione: The War – Il pianeta delle scimmie

di FREDERIC PASCALI - Ci sono alcune epopee cinematografiche che sono entrate da tempo nell’immaginario popolare costituendone, esse stesse,un tangibile elemento di riconoscimento. È questa una categoria della quale fa parte a pieno titolo “Il pianeta delle Scimmie”. Iniziata nel 1968, giunta al nono capitolo sotto la regia di Matt Reeves, si rinnova in quello che è il terzo atto della trilogia del reboot creato nel 2011.

Il protagonista, ancora una volta, è Cesare, il capo indiscusso di un popolo di scimmie dall’intelligenza notevolmente sviluppata e perennemente in guerra con quel che resta del genere umano, decimato da un virus influenzale derivante dai quadrumani. Un esercito di umani guidati dal famigerato “Colonello” sta completando una grande operazione volta a sterminare le scimmie. Cesare decide che per il suo popolo è giunto il momento di migrare e di lasciare la foresta ma non sa che molti drammi e misteri si annidano dietro l’angolo.

La sceneggiatura, firmata dallo stesso Reeves e da Mark Bomback, cerca il colpaccio e accentua la tragedia calcando la mano sull’elemento della perdita. Un escamotage che serve anche per scavare più a fondo nell’intimo di Cesare, Andy Serkis lo interpreta a pennello, e umanizzarlo senza spogliarlo del tutto dell’aura della sua epica. La fotografia di Michael Seresin vira decisamente sul gotico districandosi, soprattutto nella seconda parte della pellicola, tra una trama che oscilla tra il war movie e il western di frontiera.

Non mancano le citazioni come il passaggio a cavallo sulla battigia del gruppo di Cesare, che ricorda le scene entrate nel mito del primo film con Charlton Heston. Ben studiata e sviluppata,probabilmente sulle orme di un “simile” targato Francis Ford Coppola, è la figura del “Colonello” interpretata da un Woody Harrelson molto carismatico ed efficace.

Quello che non convince in questo “The War” è proprio il finale nel quale il culmine che ci si sarebbe aspettati, dopo la lunga e spettacolare premessa, si risolve con una semplificazione a base di un’overdose di effetti speciali e di dialoghi decisamente scontati.

LA RECENSIONE. Spider-Man: Homecoming

di FREDERIC PASCALI - I teen movie risalgono la corrente dell’estate cinematografica italiana e inondano le sale di produzioni made in USA. Uno dei meglio riusciti è senz’altro quello diretto da John Watts che mette in scena il secondo reboot(abbandono della continuità in una serie con una riscrittura degli eventi rispetto alla saga originaria) dedicato all’Uomo Ragno, uno dei personaggi più amati della galassia dei supereroi della Marvel Comics.

La storia prende avvio da un filmino amatoriale che il quindicenne Peter Parker gira per celebrare la sua recente avventura tra gli “Avengers”(vista in “Capitan America: Civil War”). Finito sotto la tutela di Tony Stark (Iron Man), che lo affida al suo factotum Happy Hogan, il ragazzo freme dalla voglia di entrare a tutti gli effetti nella sua squadra preferita di supereroi. L’altra faccia della medaglia è la sua vita da adolescente presso la zia May, il liceo dove brilla nelle materie scientifiche, la sua cotta per Liz, Ned, il migliore amico che per puro caso scopre la sua identità di Spider-Man,e Michelle Jones, detta “MJ”,il bastian contrario del gruppo. Quando nella vita di Peter fa la sua comparsa l’Avvoltoio, il “cattivo” di turno,combattendolo scoprirà ciò che è meglio fare.

Non v’è dubbio che il pool di sceneggiatori, Drew Goddard, John Francis Daley, Steve Ditko,Jonathan Goldstein,abbia fatto un lavoro a incastro di grande efficacia. La narrazione scorre con estrema fluidità con i punti di svolta che supportano al meglio i tempi comici e i passaggi drammatici. Un velo di autoironia avvolge tutte le sequenze e sfuma i consueti tentativi, nascosti qua e là, di disquisizioni pseudo moraleggianti. Tom Holland, “Spiderman/Peter”, è perfettamente a suo agio nel ruolo e rappresenta una risorsa in più per l’intero prodotto. Non demeritano, e aggiungono anch’essi molto del loro, le due superstar Michael Keaton, “L’Avvoltoio”, e Robert Downey jr, “Ironman/Stark”. Tra gli elogi non va dimenticato il musicista Michael Giacchino, la sua colonna sonora è una delle migliori mai ascoltate nelle produzioni Marvel, e le sorprese dei titoli di coda.