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'The Quake - Il terremoto del secolo': la recensione

di FREDERIC PASCALI - La calura agostana per tradizione è solita riservare un panorama di titoli cinematografici non proprio irresistibili o perlomeno difficilmente ascrivibili alla categoria degli indimenticabili. John Andreas Anderssen prova a opporsi al cliché con una pellicola tutta terremoti e sentimenti. Il regista norvegese dirige una produzione che si iscrive al genere Disaster Movie con un certo pudore, quasi recalcitrante, indecisa fino all’ultimo se abbandonare il suo registro intimista, sostegno della prima parte, a scapito di una deriva più in sintonia con i canoni classici del genere.

Il dubbio persiste sin quasi in prossimità della dirittura d’arrivo con la trama che ripercorre le vicende, come un vero e proprio sequel, narrate in “The Wawe”, precedente produzione norvegese con il geologo Kristian Eikjord, trucemente interpretato da Kristoffer Joner, protagonista di entrambi i lavori. 

In quello diretto da Anderssen lo ritroviamo isolato su di un fiordo in prossimità di Oslo alle prese con i tormenti della memoria e delle proprie paure per una possibile nuova catastrofe naturale. Allontanatosi dalla moglie e i figli, con grande fatica prova a ricucire i rapporti. L’intenzione di tornare a vivere a Oslo sembra avvalorare il tentativo ma la morte cruenta di un suo stimato collega e i suoi dubbi sui movimenti tellurici del sottosuolo cittadino riportano in auge l’incubo del disastro imminente.

“The Quake – Il terremoto del secolo” sorprende e allo stesso tempo delude con la sceneggiatura, di John Kåre Raake e Harald Rosenlow-Eeg,che dopo un superbo e inusuale incipit sembra degradarsi perdendo molto della sua iniziale potenza narrativa con punti di svolta che virano verso il banale o l’inverosimile, tipo la discesa in ascensore del super esperto geologo con il terremoto in arrivo e le successive acrobazie per il salvataggio di Julia, la figlia più piccola.

Un peccato per una pellicola dotata di un cast sicuramente all’altezza e illuminata magistralmente dalla fotografia di John Christian Rosenlund.

'Edison – L’uomo che illuminò il mondo': la recensione

di FREDERIC PASCALI - Non c’è possibilità alcuna di arrestare il futuro, specie se il presente cammina nella mente di un genio. Alfonso Gomez-Reyons si cimenta nel tema e firma la regia di questo lavoro dedicato a Thomas Alva Edison e alla sua difficile corsa a illuminare il mondo o almeno la gran parte delle città degli Stati Uniti d’America. La pellicola, già presentata al Toronto Film Festival del 2017, a metà tra il biopic e il racconto storico, risente delle note vicissitudini del suo produttore, Harvey Weinstein, finendo per essere distribuita con notevole ritardo rispetto all’ultimo ciak.

Nell’America di fine Ottocento Thomas Alva Edison, già acclamato inventore della lampadina, cerca di diffondere il suo sistema a corrente continua e a imporlo sulla concorrenza. Gli si oppone George Westinghouse, ricco inventore/imprenditore fautore del sistema a corrente alternata e mentore di Nicolas Tesla, l’eccentrico genio serbo convinto di possedere il segreto dell’elettricità. Lo scontro tra Edison e Westinghouse si consuma aspramente e la vita privata dei due uomini non ne resta immune. 

La scenografia di Jan Roelfs rende il senso dell’atmosfera dell’epoca ma non riesce a sottrarsi al vizio di spettacolarità che pervade l’intera pellicola disinnescandone inevitabilmente la carica realistica. 
I movimenti della macchina da presa spalleggiano questa natura artificiosa e assecondano pedissequamente i guizzi episodici della sceneggiatura di Michael Mitmick, con i primi piani e i primissimi piani che si alternano a vertiginosi voli pindarici. alle inquadrature a salire, alle panoramiche e alle divisioni dello schermo.  

La trama vive di spunti, di folgori, a scapito di una più articolata e posata composizione degli elementi narrativi. A farne le spese è soprattutto la figura di Tesla che si traduce in contorni che a malapena resistono in equilibrio sui confini della caricatura. Un peccato per un’opera in cui il cast non ammette discussioni, Benedict Cumberbatch, “Edison”, Michael Shannon, “Westinghouse”, Nicholas Hoult, “Tesla” tirano la volata a un gruppo di attori di indubbio valore, con la fotografia di Chung-hoon Chung che gioca magistralmente con la luce e i suoi chiaroscuri.

'Spider-Man Far From Home': la recensione


di FREDERIC PASCALI - Non sempre i destini si compiono e non sempre un lieto fine è davvero un lieto fine. Potrebbero forse bastare queste due affermazioni per spiegare grossomodo le vicende del nuovo episodio Marvel post “Advengers Endgame”. La pellicola, diretta da Jon Watts, con piglio sicuro e la giusta dose di ironia tipica del mondo a fumetti creato dal compianto Stan Lee, riassume e prospetta lasciando in anticamera buona parte dei drammi passati.

Peter Parker/Spider-Man è impegnato a dimenticare le tragiche vicende legate allo scontro con Thanos, culminato con la morte del suo mentore Toni Stark/Iron Man, cercando di profittare di una gita scolastica in Europa, con prima tappa a Venezia, per provare a conquistare l’amata Mary Jane. 
Come nella più classica delle tradizioni del genere non tutto va per il verso giusto e Peter si ritrova costretto, suo malgrado, a indossare nuovamente i panni da supereroe. Alle prese con una pesante eredità lasciatagli da Stark, con l’arrivo sulla scena di un nuovo personaggio, “Mysterio”, e con la richieste di Nick Fury di salvare il Mondo dall’ennesima minaccia aliena, dovrà fare una scelta e dovrà farla in fretta.

“Spider-Man Far From Home” è una storia che Chris McKenna sceneggia con molta accuratezza, pur incappando nelle inevitabili enfasi del linguaggio adolescenziale e negli evitabili stereotipi di quello italiano,posandola in perfetto equilibrio tra il passato e il futuro. La sua struttura portante non fa a meno del dogma della Marvel con la presenza del consueto percorso di umanizzazione degli eroi e l’attualizzazione sociale delle problematiche da affrontare. 

La gente ha bisogno di credere, di questi tempi crede a qualsiasi cosa. La frase pronunciata da “Mysterio”, interpretato da un Jake Gyllenhaal sembrato non perfettamente calzante nella parte, spiega bene il tema fondante dell’intera pellicola con la contemporaneità che ci mette continuamente alla prova per discernere il vero dal falso, la realtà dall’illusione. È questo il fondale più attiguo alle trame che addensano il finale aperto di questo Spider-Man, interpretato da un sontuoso Tom Holland, che usufruisce del bel lavoro alle musiche di Michael Giacchino e della fotografia perfettamente in tema di Matthew J. Lloyd. Decisamente all’altezza tutto il resto del cast con Samuel L. Jackson ancora una volta imprescindibile nelle vesti di Nick Fury.

'Arrivederci Professore'


di FREDERIC PASCALI - È tutto così rovinato e assurdo, è perfetto. Una frase che a suo modo non ammette repliche quella che Wayne Roberts, per l’occasione regista e sceneggiatore, fa dire al protagonista di questa storia che con difficoltà miscela dramma e commedia.

Il collante scelto è quello dell’ironia che mutua costantemente sarcasmo e cinismo, prova a mettere al riparo da quel senso di solitudine che in genere attanaglia i malati terminali, sottolinea i punti di svolta che le immagini, ben illustrate dalla fotografia di Tim Orr, non sempre trasmettono con la giusta tempra.

Il racconto dell’ultimo periodo della vita di Richard,  elegante professore di Letteratura in un college americano, diviso tra un matrimonio stantio, con la moglie artista amante del proprio rettore, e la figlia Oliva alle prese con la scoperta della sua identità omosessuale,  si snocciola con l’intento di mostrarne la reazione di fronte alla progressiva presa di coscienza della fine imminente.

Pur mantenendo un buon effetto emozionale la sceneggiatura di Roberts si incaglia in una sintesi che finisce per dare al narrato un’impressione molto vicina a un senso di incompiutezza, preludio dell’inevitabile approdo verso un finale privo del dovuto pathos. Il protagonista, impersonato da un Johnny Deep in discreta forma,si ritaglia una personalità ondivaga, un po’ dandy alla Oscar Wilde e un po’ Professor Keating de “L’attimo fuggente”, senza riuscire, tuttavia, a ricavarne un approfondimento in grado di andare oltre la superficie delle cose e dei sentimenti. 

In “Arrivederci Professore” la rappresentazione del senso della perdita viaggia circoscritta all’interno di un perimetro dai contorni molto teatrali, con i dialoghi che soverchiano le immagini, strutturate da una macchina da presa ingabbiata in movimenti eleganti ed estremamente classici, fino a sfiorare la banalizzazione di una storia comunque dotata di un certo appeal.

Non impressiona ma convince il resto del cast, con Rosemarie DeWitt, “Veronica” e Danny Houston, “Peter”, in evidenza. Buono il lavoro di Aaron e Bryce Dessner sulle musiche meno efficace quello di Sabine Emiliani al montaggio.

Cinema: Don e Tony on the road


di WALTER CANNELLONI - ROMA. La storia, vera, ha inizio a New York, nel 1962. Qui, Tony “Lip” Vallelonga, italo-americano che vive nel Bronx, fa il buttafuori nel famoso night-club “Copacabana”, che però chiude i battenti per lavori di ristrutturazione. Tony si ritrova così senza lavoro: ha l'affettuosa moglie Dolores e due figli da sfamare. 
   
Quasi per caso, gli capita l'offerta di lavoro come autista di un certo dottor Shirley, che lui pensa sia un medico. Quando si presenta per l'annuncio che il dottor Shirley è in realtà un colto musicista sinfonico, virtuoso del pianoforte, ma laureato anche in psicologia e arti liturgiche, che vive in un lussuoso attico sopra la Carnegie Hall. 
   
Don (questo è il suo nome) offre a Tony cento dollari alla settimana, per otto settimane, perchè lo accompagni negli Stati americani del profondo Sud per una tournèe concertistica, voluta fortemente dal pianista, poiché il talento non basta, ci vuole il coraggio per cambiare il cuore della gente. 
   
Don Shirley, infatti, è un nero, che telefona a Dolores per chiederle se se la sente di stare lontano dal marito per due mesi, fino al giorno di Natale. 
   
Tirando sul prezzo fino a centoventicinque dollari la settimana, Tony accetta, e inizia il lungo viaggio in limousine. 

Pittsburgh, Pennsylvania: qui Tony, che è un fumatore incallito e un mangiatore bulimico, si accorge, sentendolo suonare, che il suo datore di lavoro è un genio della musica e non solo. 
   
Lo guiderà, alla luce di tale constatazione, ancora più volentieri, utilizzando il “Green Book”, l'infamante e offensiva guida turistica preparata per i neri d'America nei loro spostamenti.   
   
Hanover, Indiana: qui Tony riesce a ottenere un pianoforte Steinway, come da contratto, per l'esibizione di Don, malmenando un maleducato organizzatore che aveva obiettato che “tanto i negri suonano tutto”. 
   
Cedar Rapids, Iowa: qui il colto, beneducato ed elitario Don dà lezioni di dizione e di galateo all'illetterato italo-americano Tony, imparando a sua volta a mangiare con le mani il pollo fritto dei fast-food, gettandone “ignorantemente” le ossa dal finestrino dell'autovettura.    
   
Louisville, Kentucky: qui Don, avventatamente avventuratosi in un bar per bere un drink, viene circondato da dei bianchi razzisti che vogliono fargliela pagare. 
   
Sarà Tony, che finge di avere un revolver (che ha davvero...) a liberarlo da quegli aguzzini. 
   
Raleigh, North Carolina: qui a Don, nel salone dei ricevimenti dove deve tenere il concerto, viene vietato di servirsi della toilette dei bianchi. Intanto, Don insegna a Tony a scrivere bellissime lettere d'amore a Dolores, sua moglie. 
   
Macon, Georgia: qui Tony toglie nuovamente dai guai Don, che era stato arrestato per una pasticciata e confusa scappatella gay. L'autista offre ai poliziotti dei soldi per acquistare un elegante vestito nella migliore sartoria della città, ottenendo la liberazione del pianista. 
   
Stato della Louisiana: stavolta è Don a togliere le castagne dal fuoco a Tony, che aveva malmenato un aggressivo poliziotto che lo aveva chiamato “mangiaspaghetti”. 
   
I due sono finiti nelle sperdute galere di un'altrettanto sperduta cittadina dello Stato e Don, che ottiene dai poliziotti razzisti il permesso di chiamare il suo avvocato, coinvolge nientepopodimeno che il procuratore della Difesa Bob Kennedy, che conosce personalmente. I due vengono rilasciati all'istante.   
   
Birmingham, Alabama: è il 23 dicembre. L'ultima data del tour. A Don viene proibito di pranzare nel ristorante dove si svolgerà il concerto, e il pianista e il suo autista, decidono, per questo motivo e di comune accordo, di non effettuare l'esibizione e di tornare a New York. 
   
Sotto una tormenta di neve che lo accompagna durante tutto il viaggio, e con Don che fa da autista all'esausto Tony, i due giungono nella “Grande Mela” in tempo per la cena di Natale.   
   
Dopo un iniziale rifiuto, Don si presenta a casa Vallelonga, e Dolores, riconoscente, lo ringrazia per aver “aiutato” il marito a scrivere quelle bellissime lettere d'amore. 
   
Don Shirley continuerà a suonare ai massimi livelli (Igor Stravinsky lo definirà “un dono degli dei”) mentre la sua amicizia profonda con Tony durerà fino alla loro morte, avvenuta per entrambi nel 2013. 
   
Film potente sull'amicizia virile, interrazziale e interclassista, di due uomini apparentemente divisi dal colore della pelle, dalla cultura e dal ceto sociale, ma uniti da una comune sensibilità e da un sentire condiviso, la pellicola è anche un magnifico “on the road” sui luoghi del segregazionismo razziale nell'America dei primi Anni Sessanta. 
   
L'italo-americano Tony ed il nero Don si avvicinano e si allontanano, per poi ricongiungersi definitivamente, in un racconto arioso e vivace tutto giocato sul versante dell'ironia intelligente e dissacrante, salvo poi lasciare spazio a momenti di autentica commozione, come quando Don confessa a Tony di essere terribilmente solo, un nero non-nero, non complice della sua gente (ignora persino chi siano Little Richard e Aretha Franklin), e disprezzato, nonostante il successo, dai ricchi bianchi dominatori. 
   
O come nella scena finale, quando Dolores abbraccia forte forte Don nella notte di Natale, accogliendolo da fratello nella sua casa e nella sua famiglia.  
   
Dobbiamo inoltre essere tutti grati a Viggo Mortensen e a Mahershala Ali per i due personaggi da loro interpretati, che rimarranno nella storia del cinema: soprattutto l'ingrassatissimo Viggo Mortensen è straordinario nel delineare la figura di Tony (anche se l'Oscar come miglior attore non protagonista è andato al suo collega di scena nero), sospesa tra aggressività e buon cuore. 
   
L'opera ha ricevuto il premio Oscar 2019 come miglior film e come migliore sceneggiatura originale. 
   
In conclusione, un vero capolavoro che costituisce un duro e severo monito verso quanti interpretano i rapporti interrazziali ed etnici con lo sguardo di Caino. Per gretto calcolo politico o per semplice ignoranza culturale, alimentando campagne di odio e fomentando l'atavica e immotivata paura dell'”uomo nero”, questi pericolosi terroristi presenti nelle nostre società tentano di trapiantare, anche a latitudini immuni dai pregiudizi sul colore della pelle, l'odioso e meschino bacillo del razzismo. 

Il film è disponibile su DVD e su Sky Prima Fila.

REGIA: PETER FARRELLY
SCENEGGIATURA: PETER FARRELLY, BRIAN HAYES CURRIE, NICK VALLELONGA
FOTOGRAFIA: SEAN PORTER
MUSICA: KRIS BOWERS
INTERPRETI:  VIGGO MORTENSEN
                           MAHERSHALA ALI
                           LINDA CARDELLINI
PRODUZIONE:  USA, 2018

'Il Traditore': la recensione


di FREDERIC PASCALI - Molto spesso si fa fatica a immedesimarsi nelle scelte della vita di un uomo fino a tal punto che si è costretti a ripiegare su quelle che non sono altro che delle mere interpretazioni. Marco Bellocchio, alla sua  ventisettesima regia di lungometraggio, cerca di spingersi oltre rappresentando, con il suo consueto stile dalle forti connotazioni introspettive, la vita e il pensiero di Tommaso Buscetta, il più famoso pentito di mafia della storia della nostra repubblica.

La messa in primo piano del personaggio principale è un lavoro ai fianchi che parte da lontano e porta con sé il retaggio di un flashback che è la sintesi perfetta della personalità dell’uomo e del mafioso.

“La mafia non dimentica”, “la vecchia mafia non uccideva donne e bambini”, sono questi due postulati di un modus vivendi che non abbandona mai i ragionamenti di Buscetta e ne sviscera la parte più banalmente legata alla sua formazione e alla sua cultura di stampo criminale.
Il percorso narrativo della pellicola ruota attorno a questi presunti dogmi e si fa carico di condurci per mano attraverso le fasi di una vita che, anche nei momenti più duri, sembra accompagnarsi ad un’aura di intangibilità la quale, complice la bella colonna sonora di Nicola Piovani, veicola gli accadimenti con la levità tipica delle cose ineluttabili.

In questo contesto risulta particolarmente brillante la prova di Pierfrancesco Favino impegnato in un’interpretazione sicuramente non agevole. Il suo “Don Masino” ha una personalità che sin da subito cattura l’attenzione e prende in mano le redini di una sceneggiatura, scritta dallo stesso Bellocchio con Ludovica Rampoldi, Valia Santella e Francesco Piccolo, che sconta la spada di Damocle della sintesi contornando e tratteggiando con mano lieve le figure di pressoché tutti gli altri personaggi, compreso un Giovanni Falcone forse troppo monocorde. Nella buona performance complessiva del cast una citazione è d’obbligo per il bravissimo  Luigi Lo Cascio, “Totuccio Contorno”, e Maria Fernanda Cândido, “Cristina”, che danno un tocco ulteriore al realismo della trama, così come la fotografia di Vladan Radovic e i suoi chiaroscuri impegnati a disegnare in filigrana il senso di un animo, quello di Buscetta, inquieto e indomabile.

Cinema: Bangla, TorPigna

di WALTER CANNELLONI - ROMA - Phaim è un bel giovanotto musulmano di ventidue anni, “cinquanta per cento bengalese, cinquanta per cento italiano, cento per cento TorPigna”. A fare da sfondo complice a questa storia d'amore interrazziale c'è infatti il quartiere di Torpignattara, periferia sud di Roma, quartiere multietnico per eccellenza, attraversato dal tramvetto sferragliante e dagli archi di Roma imperiale. 

Qui Phaim vive con il padre venditore ambulante, che sta sempre fuori casa, con la madre dittatrice “alla Corea del Nord”, che sogna di trasferirsi a Londra e alla sorella che sta per convolare a nozze, non si sa quanto felici, con un connazionale bengalese, che forse non ama (“è giusto così per tutti” sentenzia lei). 
  
Phaim campa con i soldi di un impiego come steward in un museo e coltiva l'hobby della stupenda musica “bangla” in un complessino alle prime armi. E' proprio durante una delle serate del gruppo che Phaim conosce Asia, italiana e romana di Roma Nord da diverse generazioni. 

Tra i due il colpo di fulmine reciproco scatta immediatamente: cominciano a frequentarsi assiduamente e il loro rapporto si consolida. Ma c'è un ostacolo tra i due innamorati: Phaim è un musulmano osservante e oltre all'obbligo di non bere alcoolici, di non mangiare carne di maiale e di non fumare, c'è anche quello quello, coercitivo al massimo per un individuo, di non avere rapporti sessuali prima del matrimonio. 

Phaim alza una cortina di ferro su questo punto e Asia, per amore, accetta questa limitazione al loro fidanzamento. Asia invita Phaim a casa sua e gli fa conoscere il padre, con velleità di cantante, e la madre, che ha abbandonato lei e il marito quando la piccola aveva sei anni, per una relazione gay con una compagna lesbica. 

Asia, che pure accetta la rinuncia al sesso, non può però restare indifferente quando Phaim le confessa maldestramente di non aver detto nulla alla sua famiglia della loro relazione, per paura della riprovazione dei genitori e della sorella. 

I due, ognuno sulle proprie posizioni, si lasciano a male parole e in una maniera che ferisce, ignorandosi completamente per un paio di mesi. Ma Phaim, che sta per partire per l'Inghilterra, capisce finalmente che quella con Asia è “la storia” della sua vita e si presenta a sorpresa a casa sua dopo aver attraversato di corsa Roma, bloccata dall'ennesimo sciopero dei mezzi pubblici del venerdì. 
  
Trafelato e ansimante, viene dapprima trattato male da Asia che, però, dopo quella sfuriata iniziale, lo invita ad abbracciarla in silenzio senza profferire parola. Il film ci lascia intuire che i due avranno un rapporto sessuale completo a sigillo della loro unione. 
  
Phaim, che non ha paura del futuro, che immagina con Asia come moglie, e con numerosi bambini a rallegrarli, definisce quella scelta di campo “un bellissimo casino”. L'Amore trionfa, al di sopra di tutto e di tutti: beata giovinezza, del doman non v'è certezza. 
  
Il giovanissimo regista Phaim Bhuiyan, che è anche attore protagonista nei panni di Phaim, con i suoi intelligentissimi occhi di faina, ci consegna un piccolo gioiello che, socialmente, dà un calcio al cerchio e uno alla botte: se vengono messe a nudo le incongruità della politica e della cultura occidentale nei confronti di questi italiani di ultima generazione (basti pensare alla mancata concessione di una legge di civiltà come lo “ius soli”), dall'altra smaschera le contraddizioni e l'ipocrisia di una morale sessuale, quella rigidamente islamica, ormai superata dai tempi e dalle circostanze attuali, che gli stessi credenti ortodossi fanno una fatica boia ad accettare. 

Insomma, un film che lascia pensare con il sorriso sulle labbra, come quando Phaim, per fare colpo sulle amiche di Asia, ingurgita dieci spritz per poi vomitare anche l'anima. Bravissimi i protagonisti di questa pellicola che ammicca felicemente al Nanni Moretti degli esordi: la seducente ed espressiva Carlotta Antonelli è un'Asia disinibita e che non canta in coro, che sa mettere Phaim di fronte alle proprie responsabilità costringendolo a una scelta di vita. 
  
La morale del film è che si può mischiare la pasta con il riso, ottenendo una squisita pietanza speziata che non ha nulla da invidiare ai piatti sentimentali tradizionali.

REGIA: PHAIM BHUIYAN
SCENEGGIATURA: PHAIM BHUIYAN,  VANESSA PICCIARELLI
FOTOGRAFIA: SIMONE D'ONOFRIO
MUSICA: CARLO LANZELLOTTI
INTERPRETI: PHAIM BHUIYAN
            CARLOTTA ANTONELLI
            PIETRO SERMONTI
            SHAILA MOHIUDDI
PRODUZIONE: ITALIA,  2019

Avengers Endgame, le ragioni di un successo


di FREDERIC PASCALI - Esiste la storia delle storie? Quella da potersi apparentare con aggettivi del calibro di “incredibile”, “fantastico” o “meraviglioso”? Secondo i fratelli Anthony e Joe Russo,registi di tutti gli ultimi capitoli della saga dedicata ai “Vendicatori” dell’universo Marvel, pare proprio di sì. 

La chiusura del cerchio nell’ultimo kolossal di poco più di tre ore e con, al momento, oltre 2,2 miliardi di dollari incassati in tutto il mondo, porta con sé una carica emotiva che è il non plus ultra del credo Marvel. Fin dagli albori gli eroi immaginati dai leggendari Stan Lee e Jack Kirby avevano la particolarità di coniugare i loro superpoteri con le fragilità tipiche di un qualsiasi altro essere umano, riuscendo, pur di portare a compimento la propria missione, a sublimarne gli aspetti deteriori. La lotta epocale contro Thanos, nella quale si decide il destino dell’umanità e la sopravvivenza di alcuni degli stessi Avengers, sviscera con insistenza questa linea narrativa facendo leva sugli affetti e i legami familiari che strutturano le vite di tutti i protagonisti. 

I fratelli Russo manovrano una specie di mixer delle coscienze e, con una buona scelta di tempo, riescono a ritagliare gli spazi necessari per i pensieri e le riflessioni su quello che è giusto e su quello che è sbagliato, stemperando il clamore degli effetti speciali e il clangore dei colpi quando i primi piani si fanno serrati e i ricordi diventano speranza. 

Gli espedienti di sceneggiatura pescano a piene mani nel sempiterno “Viaggio dell’eroe” di Voegler e nelle tematiche morali che si annidano in ogni favola che si rispetti. Allo spettatore è lasciato il compito di seguire e parteggiare per i destini dei singoli eroi,   l’ampio spettro di personalità permette a chiunque di avere un “preferito”, senza essere costretto a porsi troppe domande foriere di lunghe risposte. Poco importa che rispetto al fumetto originale vi sia qualche cambiamento o che non compaiano personaggi chiave come Adam Warlock, Galctus o Lady Morte, l’effetto seduttivo non cambia e, mai come in questa saga, al momento della battaglia finale, i buoni e i cattivi sono perfettamente riconoscibili. I dialoghi, tratteggiati dalla tipica ironia del cinema americano d’azione, chiudono il cerchio e, pur spalleggiando un po’ troppo il grottesco, inglobano infiniti mondi di un target principalmente giovanilistico.

Quel sindaco “adottato” dalla gente del suo paese

di FRANCESCO GRECO - Le api sono insetti molto intelligenti. Osservate la perfezione geometrica delle arnie, la loro architettura sociale e del lavoro, il senso di comunità. I Messapi, i nostri misteriosi antenati, furono grandi allevatori di api. 

Anche le formiche sono geniali: soffermatevi a guardare com’è fatto un formicaio. E’ un labirinto così strutturato e funzionale da far invidia all’archistar più celebre. Anche la loro vita sociale è rigida: senso dell’ordine, del dovere, il rigore delle relazioni, l’ossessione per il domani. 

Non per niente il poeta Tommaso Fiore ha detto di noi come di un “popolo di formiche”. 

Api e formiche sono il nostro dna, plasmano il patrimonio genetico: le loro virtù (su tutte la mistica del lavoro, la mission) sono la quintessenza più intima del nostro essere eredi di grandi civiltà. 

Il lavoro tenace, oscuro e prezioso, la solidarietà nei rapporti (avete mai visto una formica correre in aiuto dell’altra che trascina un chicco troppo grosso?). L’ansia di bellezza, il desiderio di volare verso l’orizzonte a inseguire sogni, speranze, utopie, spesso anche contro le leggi della Fisica, come fanno inspiegabilmente leggiadri i rozzi calabroni.

Le “memorie” di Antonio Lia trasfigurano l’icona di ciò che siamo: un pò api, un pò formiche. Un’intrigante osmosi fra pubblico e privato, mirabilmente intrecciati, dal centro (Roma, il Parlamento) alla periferia (Specchia, vista con amore, vissuta come ombelico del mondo). 

Una gallery di ricordi, belli e aspri, ricostruzioni di eventi in cui rivive mezzo secolo del suo vissuto di uomo del Sud dentro le istituzioni a tutti i livelli. 

Ma nella sua complessa, barocca parabola, umana e politica, per transfert leggiamo anche la storia di una terra, il suo desiderio di libertà, di autostima, l’ansia di essere protagonista del suo destino, la base della piramide sociale che prende coscienza de quel che è e lotta per il progresso, per l’emancipazione da antichi conquistatori e nuovi colonizzatori.

L’educazione cattolica lo porta a sovrapporre Cristo a Marx, trovando punti di contatto nei loro “messaggi”. Ma infinite sono le chiavi d’accesso a questo libro rapido e sapido, semanticamente affollato, cosparso di una vitalità che è quella del Sud migliore, a tratti pregno di un magnetismo magmatico, dalle scansioni polisemiche: storiche, sociali, politiche, sociologiche, antropologiche, etiche, psicologiche e quant’altro. Ognuno può leggerlo come vuole. 

Intrecciando i livelli di decodificazione, la storia di Specchia, un paese di Terra d’Otranto sospso fra Europa e Mediterraneo, diviene così la pregna metafora di un Sud cosciente delle sue potenzialità, che si batte per uscire da un’atavica marginalità, ma come Gulliver, è immobilizzato da mille impedimenti, culturali e politici. 

Nelle dinamiche interne di questo saggio di Antonia Lia, “Il paese che era la mia casa”, Youcanprint Tricase/Lecce, 2019, pp. 128, euro 12 (copertina di Annalisa Scarcia), appare un universo dalle specificità uniche, tenuto insieme da una strana energia, una misteriosa alchimia: algoritmi segreti per i quali basterebbe poco – la storia di Specchia lo insegna anche agli scettici, gli ipercritici, moralisti, disfattisti, masochisti – per farlo decollare, credendo a se stesso, avendo più autostima. 

Il volo del calabrone di cui si diceva. 

Quando al bar di un paese “piccola capitale”, noto intra ed extra moenia, puoi dare del “tu” a Carlo Rubbia e nell’atrio di un palazzo avito porgere brevi manu il manoscritto a Inge Feltrinelli, vuol dire che api e formiche hanno lavorato bene, che è accaduto qualcosa di magico, un mood invidiabile, un circuito virtuoso si è misteriosamente attivato, e tutto il territorio, solo se lo vuole, può goderne i frutti. 

Forse dovremmo precipitarci a chieder loro la formula magica, l’aleph, il vello d’oro. Magari una full immersion per farci dire come si fa a dar corpo alle proprie visioni, afferrare la materia dei propri sogni. 

Ma nemo propheta in patria (Freud la chiamerebbe “invidia del pene”). 

Quasi mai api e formiche, figli del popolo come Masaniello, sono stati compresi. 

Così sono stati combattuti, dall’esterno, ma anche dal “fuoco amico”, dai “nati bene”, le cicale che vivono di rendita, quelli di cui Bukowski dice “non hanno mai avuto un mal di denti né una gomma a terra”, i mediocri, i “mediani” che non conoscono la fatica, i sacrifici, le privazioni, le umiliazioni. 

Noi basilischi che se ci indicano la luna guardiamo il dito, abbiamo così ostacolato api e formiche per partito preso, per grettezza d’animo, vaghezza culturale. Con una veemenza iconoclasta degna di cause più nobili. Vero è che l’asprezza dello scontro politico dettato dalle ideologie che hanno insanguinato il Novecento e abbrutito l’uomo – formattate, almeno nel loro etimo primitivo – ha fatto da canovaccio. Ma ci abbiamo messo del nostro. 

E non ci siamo accorti che negando i meriti acquisiti sul campo a umili formiche e api infaticabili che hanno lavorato per la comunità (mentre altri politici badavano ai cavoli loro, come Mani Pulite ha mostrato), invidiandoli forse perché lasceranno una traccia, combattendo gli uomini del fare, il loro pragmatismo appassionato e generoso, abbiamo tagliato il ramo dov’eravamo seduti e così siamo ricaduti nella marginalità, nella colonìa.

La colpa di api e formiche è stata di non adeguarsi allo stereotipo della sconfitta, l’archetipo che hanno costruito su di noi e che è diventato nostro: la rassegnazione, la (sotto)cultura del lasciar correre, viversi addosso, girarsi dall’altra parte, il fatalismo del “chi me lo fa fare”. In una parola: la conservazione dello status quo.

Ma se Eichendorff ha scritto che “solo un grande dolore permette di aprirsi un varco attraverso il tempo”, api e formiche hanno continuato a lavorare nonostante le ferite sanguinanti, a credere che i destini possono cambiare, la dignità possibile, il pane conquistato.

Oggi che i politici paiono clonati e anonimi nella loro irrilevanza (grazie anche a sistemi elettorali perversi), algidi ectoplasmi privi di pathos, ripiegati sulle loro esigue carriere, garantiti dai “listini” non dai cittadini conquistati uno a uno, blindati nella virtualità dei social dove si dedicano al loro ego claudicante. Oggi che tutto pare perduto, corrotto, brutto e volgare, le parole svuotate di senso, la koinè è quella di chi ci domina, forse avremmo bisogno di api laboriose e di formiche appassionate, dall’energia inesauribile. 

Per tentare di rinascere, ritrovare la dignità perduta, prenderci il pane che ci negano per noi e i nostri figli, disfare il trolley pronto per partire desertificando la nostra terra. Per “riveder le stelle”. 



E se un’utopia si può ancora osare, se speranza c’è, solo con le api e le formiche potremo costruirle. Il libro sarà presentato mercoledì 1 maggio al Castello Risolo (ore 19. 30), con con l’introduzione di Francesco Caccetta (che firma l’introduzione) e le letture dell’attrice leccese Carla Guido. 

Captive State: la recensione

di FREDERIC PASCALI - L’espressione e le movenze di John Goodman, tratteggiate come in una qualche detective story di rango, già basterebbero per assegnare una cifra di notevole favore al lavoro diretto da Rupert Wyatt. La sua è una storia di libertà che usa la fantascienza per affondare le radici in un thriller destinato a cambiare gli equilibri e a tracimare nel territorio dell’inusuale.

In un parallelo presente distopico una forza aliena ha preso il controllo del pianeta Terra. Dopo una breve lotta gli Stati Uniti sono pervenuti a un armistizio lasciando a loro, i “Legislatori”, il governo della nazione. Ma non tutti si sono rassegnati a questo stato di cose e nove anni dopo, nel 2025, William Mulligan, capitano della polizia di Chicago, vuole scoprire se una qualche organizzazione clandestina è ancora in essere. Lo fa seguendo i movimenti di Gabriel, un giovane ragazzo di colore figlio del suo ex collega morto anni prima in un tentativo di fuga.

“Captive State”, con l’etichetta di cult movie già pronta, è senza dubbio una delle produzioni di fantascienza più interessanti degli ultimi anni. Secca come un pugno nello stomaco, la sceneggiatura, dello stesso Wyatt e della moglie Erica Beeney, senza indugiare troppo con gli effetti speciali fa scivolare con grande efficacia tutto il repertorio del thriller innescando, già dalle prime battute, una tensione narrativa che in ogni sequenza pare sempre pronta a esplodere. 

Efficaci sparring partner si rivelano la cupa fotografia di Alex Disenhof, che tratteggia la luce con tale caustica espressività da sembrare voler trasformare il colore nei più asettico dei bianco e nero, e la musica sottilmente martellante di Rob Simonsen che costantemente preannuncia e inchioda tutti al proprio destino. Conclude il quadro un cast decisamente all’altezza con il già citato John Goodman, “Mulligan”, assoluto padrone della scena, affiancato, tra gli altri, dagli ottimi Ashton Sanders, “Gabriel”, Jonathan Majors, “Rafe”, Vera Farmiga, “Jane”, e Kevin Dunn, “Il Commissario”.

Domani è un altro giorno: la recensione

di FREDERIC PASCALI - La normalità della vita a volte scivola via senza darci il tempo di rendercene conto pienamente, senza la possibilità di riconoscerla se non quando ormai è troppo tardi. Simone Spada ne affronta le sfumature più complesse confermando la spiccata sensibilità registica e l’attitudine alla sintesi dei sentimenti. “Domani è un altro giorno”, dramedy sceneggiato da Luca Vendruscolo e Giacomo Ciarrapico, è il remake di “Truman - un vero amico è per sempre”, un successo spagnolo – argentino del 2015. 

La storia, praticamente uguale alla versione originale, narra le vicende di due grandi amici che loro malgrado la vita costringe a dirsi addio. Tommaso vince la sua paura di volare e dal Canada, dove vive ormai da anni, torna a Roma per incontrare Giuliano, malato terminale di un cancro ai polmoni. Spronato da Paola, la sorella di lui, Tommaso ha a disposizione 4 giorni per convincere l’amico a non interrompere le cure e sperare ancora.

I confini di una grande amicizia, le tante facce del dolore, la solitudine del morente, la disperazione dell’amore sono gli ingredienti fondamentali di cui si nutre “Domani è un altro giorno” senza mai tracimare nell’enfasi o nella recitazione sopra le righe, semplicemente affidandosi al naturale corso delle emozioni. In questo piano d’intenti fondamentale è il ruolo dei due protagonisti interpretati da Marco Giallini, “Giuliano”, e Valerio Mastandrea, “Tommaso”. La coppia, come il resto del cast, funziona egregiamente e porta in dote una complicità innata che ben tratteggia i profili dei loro personaggi. La loro naturale carica di disincantata ironia, frutto anche di una “romanità” mai assente, al momento giusto sopperisce a qualche dialogo troppo vicino ai margini del “me l’aspettavo”. In uno scenario complessivo tenue e mai frenetico, la macchina da presa sembra voler fermare il tempo, custodire il più a lungo possibile ogni istante, far dimenticare il senso della fine. La fotografia complice di Maurizio Calvesi ne disegna la luce delle strutture portanti, senza scossoni, senza iperboli, rispettandone il dolore e la presa di coscienza.

'Green book': la recensione

di FREDERIC PASCALI - C’è un viale del tramonto che attende di essere percorso fino in fondo, laddove il coraggio, la volontà e la curiosità di uomini a loro modo straordinari è in grado di cambiare il corso delle storie e della Storia. Peter Farelly, ispirandosi a un episodio del passato, ripercorre una di queste vicende andando a ritroso fino  all’America complessa e divisa del 1962 con gli Stati del Sud ostaggio di una segregazione razziale che da più di un secolo ne anima usi e costumi.

Tony “Lip” Vallelonga, buttafuori di professione al Copacabana di New York, dotato di modi bruschi e di un cuore generoso, viene ingaggiato da Don Shirley, virtuoso del pianoforte e musicista di grande successo, per fargli da autista in una torunée nel profondo Sud,in quei territori che il nero della sua pelle rende decisamente ostili.  Due mesi in cui dividere gli applausi del pubblico con le umiliazioni più disparate. È l’inizio di un’avventura alla scoperta di sé stessi e con il solo aiuto di una piccola essenziale guida per viaggiatori di colore: il “Green Book”.

Candidato a 5 premi Oscar, “Green Book” è un film confezionato con estrema cura che si avvale di due grandi interpreti: il protagonista  Viggo Mortensen, “Tony Lip”, e il “quasi” protagonista Mareshala Alì, “Don Shirley”.  Entrambi “nominati” viaggiano in perfetta sintonia  e  sviluppano il classico copione del transfert tra due personalità agli antipodi che alla fine si “incontrano” e si cambiano vicendevolmente. Sceneggiata sulla falsariga del dramedy da Nick Vallelonga, il figlio del vero “Lip”, con il contributo di Brian Currie e del regista stesso, la pellicola di Farrelly muove la macchina da presa con la stessa eleganza dei vestiti indossati da Don Shirley, coadiuvata egregiamente dalla fotografia a tema di Sean Porter. Il montaggio di Patrick J. Don Vito è il collante più efficace per un lavoro che merita il plauso e i consensi raccolti pur non riuscendo a scardinare la sensazione di una ribalta destinata a perdersi presto nell’oblio. 

'Rex - Un Cucciolo a Palazzo': la recensione

Parliamo oggi del film dal titolo "Rex - Un Cucciolo a Palazzo" di genere animazione, avventura del 2019, diretto da Ben Stassen, con Jack Whitehall e Julie Walters e distribuito da Eagle Pictures.
"Rex - Un cucciolo a palazzo", diretto da Ben Stassen, è un film d'animazione con protagonista Rex, il cane più amato dalla Regina Elisabetta II.

Da quando ha fatto il suo ingresso a Buckingham Palace, Rex conduce una vita immersa nel lusso. Dotato di uno spirito da capobranco, ha rimpiazzato il posto dei tre Corgi nel cuore di Sua Maestà. La sua arroganza può risultare alquanto irritante e, suo malgrado, si trova a essere la causa di un problema diplomatico durante una cena ufficiale con il presidente degli Stati Uniti, e questo errore gli costerà caro: tradito da uno dei suoi colleghi a quattro zampe, Rex diventa uno dei randagi delle strade di Londra.

Persa la via di casa e lontano dalla monarca, il piccolo corgi si imbatterà in un gruppo di cani da combattimento.

Deciso a far ritorno tra le mura del palazzo reale e le braccia della sua padrona, Rex affronterà un viaggio che lo cambierà profondamente.

'Non ci resta che il crimine': la recensione


di FREDERIC PASCALI - Un ponte di Einstein – Rosen, o cunicolo spazio–temporale, è essenzialmente una scorciatoia da un punto dell’universo a un altro. Una strada che nel cinema non capita di rado di percorrere, spesse volte con esiti imprevedibili.

Non fa eccezione la storia diretta da Massimiliano Bruno nella quale tre amici di vecchia data attraversando il retro di un bar nel cuore di Roma si trovano catapultati indietro nel tempo fino all’estate del 1982. Sebastiano, Moreno e Giuseppe dopo un primo momento di sconcerto decidono di restare nel passato e di mettervi a frutto le loro conoscenze. In pieno mundial spagnolo dovranno fare i conti con la banda della Magliana in carne ed ossa, da sempre il sogno turistico di Moreno,e la voglia di cambiare il proprio futuro.

Tante citazioni per un lungometraggio ibrido che rivela una natura quasi impalpabile, con una struttura narrativa che pesca un po’ ovunque e fatica a identificarsi in un genere specifico. Ci si ritrova così a fare il verso ai poliziotteschi degli anni ’70 infarciti, complice l’avvenente presenza della brava Ilenia Pastorelli, “La donna del boss”, di alcune trovate tipiche della commedia all’italiana degli anni ’80. Un incrocio non da poco che poggia le sue fondamenta sull’omaggio a due supercult quali il “Non ci resta che piangere” di Benigni e Troisi,  e il “Ritorno al futuro” di Robert Zemeckis. L’amalgama non è così scontato e il rischio di declivio verso la farsa è una costante che non abbandona mai le sorti della pellicola.

Molti passaggi scenici basculano tra ambientazioni fintissime e incommensurabili sforzi di fantasia regalando alla sceneggiatura firmata da Andrea Bassi, Nicola Guaglianone, Menotti e dallo stesso regista una ulteriore patina di surreale opacità che stride con alcuni richiami alla realtà dei nostri giorni. 

Alla resa dei conti l’operazione nostalgia di “Non ci resta che il crimine” intravede un barlume di consistenza soprattutto grazie al carisma e l’ottima intesa dei tre interpreti principali. Alessandro Gassmann,”Sebastiano”, Gianmarco Tognazzi, “Giuseppe”, e Marco Giallini, “Moreno”, trascinano tutto il cast, peraltro ben sostenuto da un Edoardo Leo, “Renatino De Pedis”, in gran forma, a una bella prova corale dettata dai temi disincantati della colonna sonora, con il ritorno del tormentone di Valeria Rossi, e dall’elegante fotografia di Federico Schlatter.

'The Old Man & The Gun': la recensione


di FREDERIC PASCALI - Il viale del tramonto è, in genere, lastricato di riflessioni accurate su quello che è stato o che avrebbe potuto essere. Un ultimo gioco concesso a ogni essere umano prima di imboccare il rettilineo finale, lo stesso che Forrest Tucker sembra non voler percorrere, intento a lottare con i pensieri di una vita che come una centrifuga impazzita lo inchiodano all’ultima curva senza poterla mai superare. “The Old man & The Gun” nasce da un soggetto ispirato direttamente dalla realtà,lo porta alla luce un articolo di David Grann apparso nel 2003 sul “New Yorker”, e si configura come un lavoro di fusione, un po’biopic e un po’ dramedy. Il protagonista, Forrest Tucker, interpretato da un Robert Redford che oltre la consueta elegante e bella prova d’attore sembra quasi declinare un lungo e ininterrotto sguardo sulla propria carriera, è uno di quegli antieroi che spesso restano nascosti nelle pieghe di qualche cronaca locale destinata a spegnere il suo clamore nell’inevitabile sopravanzare delle cose dell’uomo.

Essere sé stessi sempre, al di là delle circostanze e dei momenti bui, non rinunciare al proprio talento e coltivarlo fino in fondo, anche nel caso si tratti di rapinare banche. David Lowery sfrutta questo assioma e realizza una pellicola con dedica a due grandi specialisti del loro campo, ben coadiuvato da un piccolo manipolo di star, Ben Affleck, Danny Glover, Tom Waitz, Sissy Spacek, Keith Carradine, Elisabeth Moss, non necessità di particolari orpelli enfatici e sviluppa un impianto narrativo che pone il suo fulcro essenziale nei dialoghi,il punto sensibile dell’intero lavoro. Tuttavia, l’operazione non riesce perfettamente e in alcuni tratti, specie nel lungo passaggio introduttivo, fa decisamente fatica a superare indenne tutti gli impasse legati al ritmo della storia.

In questo contesto la fotografia di Joe Anderson è una garanzia ma non tale da riuscire a superare quell’eccesso di struggimento che accompagna costantemente le sequenze di quello che resta ufficialmente il passo d’addio di uno dei più grandi attori del nostro tempo.


'Santiago, Italia': la recensione

di FREDERIC PASCALI - Prima dell’undici settembre, di cui tutti abbiamo ancora piena memoria,ce n’era stato un altro che aveva segnato per sempre la vita di una nazione e delle generazioni vissute a cavallo di quella data.

Il documentario che segna il ritorno di un lavoro di Nanni Moretti nelle sale cinematografiche aggiunge un nuovo capitolo di commento a quel drammatico giorno del 1973 quando un golpe militare segnò per sempre la storia contemporanea del Cile ponendo fine, in un lasso di tempo brevissimo, alla presidenza di Salvador Allende. Eletto democraticamente nel 1970, il presidente cileno non sopravvisse all’attacco, restano non del tutto chiare le circostanze della sua morte, e, dopo il bombardamento del Palacio de La Moneda da parte della sua stessa aviazione, divenne il simbolo di un popolo che aveva creduto di poter fare da sé all’interno dei complessi scenari politico-economici della guerra fredda. Una stagione di grande esuberanza civile che Moretti ricostruisce concentrandosi soprattutto su quello che successe nel “dopo” narrando, attraverso una serie di efficaci interviste,comprese quelle ad alcuni ex generali di Pinochet, il percorso che da protagonisti trasformò in perseguitati numerosi esponenti e attivisti del partito di Allende.

Con il piglio secco e diretto tipico della sua poetica, il regista italiano si sofferma su alcune vicende personali di coloro che scamparono, almeno in parte, alle repressioni e alle purghe della dittatura di Pinochet rifugiandosi nell’ambasciata italiana, viatico per il successivo approdo nel Bel Paese. Presente e passato si fondono e la memoria dei reduci ricorda un’Italia che rispetto ad allora si è persa in infiniti distinguo. Nello sguardo velato di malinconia, nella commozione che spesso attanaglia il racconto delle donne e degli uomini intervistati da Moretti passa la sincera dedizione verso una causa ormai lontana di un tempo in cui loro stessi erano “Re”, in cui,inebriante, felice, poi aspra e dolorosa la rappresentazione di una delle libertà possibili coincideva con la loro stessa vita. Un teatro che la storia ha ormai chiuso senza tuttavia tarpare le ali ai ricordi che Moretti è bravo a lasciar scorrere senza enfasi e artifizi di sorta, scevri di ogni tentazione retorica e ben quadrati dalla fotografia di Maura Morales Bergmann e il montaggio di Clelio Benvenuto.

'Alla salute': la recensione

di FREDERIC PASCALI - La rappresentazione del dolore, da tempo immemore, accompagna la natura umana e il suo percorso di consapevolezza e attitudine alla vita. Il film documentario diretto da Brunella Filì approfondisce e suggella questo aspetto plasmando la realtà attraverso un gusto estetico elegante e asciutto che punta diritto al messaggio insito nell’icona stessa definita dal corpo aggredito del suo protagonista: lo chef Nick Difino.

La necessità di Nick di documentare, dare voce, suono e immagini al suo imbattersi in una terribile e inaspettata malattia,un linfoma Non-Hodgkin,a partire dalla diagnosi per proseguire poi con il calvario della cura debilitante, e per certi versi invalidante,dipinge sul grande schermo una testimonianza di specie atipica che trova la sua assoluta originalità nella raffigurazione di uno spaccato dell’individuo attraverso quelli che potremmo definire i suoi “usi e costumi”.

Grazie al sapiente lavoro di sceneggiatura della regista  e di Antonella Gaeta, affiancati dallo stesso Difino, il racconto biografico evita il declivio dell’autoreferenzialità e mutua nella descrizione delle diverse sfumature della condizione umana filtrate attraverso le relazioni sociali, le proprie origini e tradizioni nelle quali il cibo, strettamente correlato con il corpo, assume un valore catartico prolungando la sensazione condivisa di poter usufruire di momenti di serenità anche all’interno del più profondo dei drammi.
La macchina da presa gira senza fare troppi sconti e trasmette con efficacia il senso di una sfida che la fotografia di Davide Micocci rende cinematografica senza intaccare la suggestione di una narrazione che supera l’alchimia del montaggio e diventa parte istantanea del nostro tempo.
Pluripremiata al recente Biografilm di Bologna, “Alla salute” è una pellicola destinata a lasciare il segno grazie anche alla sua garbata semplicità concettuale che commuove e fa sorridere senza commistioni di campo e senza pretendere nulla se non la voglia di non gettare mai la spugna anche quando sembra che ormai si attenda solo il suono dell’ultimo gong.

'Una storia senza nome': la recensione

di FREDERIC PASCALI - Un arcano mai chiarito e un intrigo criminale che attraversa una lunga stagione della nostra Repubblica. È un po’ questo l’incipit del nuovo lavoro di Roberto Andò che firma la sceneggiatura, insieme ad Angelo Pasquini, di una storia che fatica ad assumere una sua precisa identità e barcolla costantemente nel campo dell’indefinito. Una commedia thriller che insegue e omaggia la bellezza del cinema come connubio imprescindibile di finzione ed arte in grado di doppiare la realtà in infinite rappresentazioni. Un solco d’intenti in cui non mancano le citazioni del passato e l’utilizzo di una guest star d’eccezione come il regista polacco Jerzy Skolimowski, “Leone d’oro” alla carriera nella Mostra del Cinema di Venezia del 2016.

Valeria Tremonti,timida e introversa segretaria di una casa di produzione cinematografica, è in realtà il ghost writer delle sceneggiature del celeberrimo Alessandro Pes, autore acclamato e con un notevole appeal sul genere femminile, Valeria compresa. Questa routine subisce un inaspettato contraccolpo quando la donna viene avvicinata da un misterioso signore, Alberto Rak, che si dice in grado di fornirle un storia di assoluto valore riguardo alla scomparsa avvenuta molti anni prima di uno dei dipinti più preziosi del patrimonio artistico italiano: “la natività” di Caravaggio.

In realtà,“Una storia senza nome” appare vittima della sua stessa indole con l’effetto matrioska in bilico costantemente tra il farsesco e il grottesco senza mai riuscire a ottenere un aiuto decisivo dai suoi interpreti, non sempre a loro agio nel gestire le continue sfumature del racconto. Non fa eccezione Micaela Ramazzotti, “Valeria”,che non appare pienamente centrata nel ruolo così come lo stesso Renato Carpentieri,”Alberto Rak”, che non dà mai la sensazione di possedere con estrema naturalezza il proprio personaggio. Al contrario, sia Laura Morante, “Amalia Roberti”, che Alessandro Gassmann, “Alessandro Pes”,dimostrano un approccio più naturale ed efficace per una sceneggiatura che anche nei dialoghi fatica a trovare punti di forza. Per contro,pochi dubbi suscita la fotografia di Maurizio Calvesi con la luce che, anche quando è relegata in scene dallo spunto tipicamente televisivo, non perde il suo appeal cromatico e la capacità di sottolineare adeguatamente le differenti tensioni narrative.

'Gotti - Il Primo Padrino': la recensione

di FREDERIC PASCALI - A volte ci si lascia andare al flusso e al ritmo dei pensieri associandoli, ossessivamente, a una folta selva di parole racchiuse in dialoghi nati per essere monologhi, come quando l’irreale banalità del male viene dipinta con corpi che minacciano armi e con volti prigionieri di ogni possibile stereotipo mafioso.

È questo il cliché che adottano sia il regista Kevin Connelly che gli sceneggiatori Leo Rossi e Lem Dobbs, per una pellicola che appare stentorea nel suo svilupparsi faticosamente tra le rigide strutture predefinite tipiche della narrazione di una crime story e un biopic con la libertà di poter vagare tra le profondità d’espressione della condizione umana.

La vicenda prende avvio dalla fine. John Gotti, l’ex padrino capo dei capi della mafia newyorkese, giace in un carcere di massima sicurezza invecchiato e gravemente malato di cancro. Per l’ultima volta incontra il figlio John Junior che dopo aver, in un primo momento, raccolto la sua eredità criminale è ora deciso a chiudere con il passato e ad accettare il patteggiamento che gli offre la Procura.

I consigli coincidono con i ricordi e la mente del Padrino corre a ritroso fino al giorno in cui offrì i suoi servigi alla famiglia di Carlo Gambino.

Il lavoro diretto da Connelly sceglie la strada della voce narrante, quella dello stesso Gotti, come elemento di suturazione dei differenti punti di svolta della trama. L’espediente, tuttavia, non aggiunge nulla di più a una tensione filmica che persino nelle sequenze più efferate sembra irrimediabilmente imbolsita nei suoi “appelli” e nei suoi luoghi comuni.

Nella stessa interpretazione di John Travolta, “Gotti”, si fa fatica a cogliere quella naturale fluidità di immedesimazione peculiare bagaglio di un attore della sua caratura. Il resto del cast si adegua alle impostazioni dettate dalla sceneggiatura e svolge il suo compito con buona disinvoltura, pur non lesinando il rischio di qualche scivolone nel grottesco. La citazione finale va alla fotografia di Michael Barrett che mette tutti d’accordo plasmando la luce con le tonalità più adeguate e configurandosi come l’elemento più realistico dell’intera pellicola.

Mission: Impossible - Fallout: la recensione

di FREDERIC PASCALI - È un incipit ad alta gradazione emotiva quello che introduce il nuovo episodio della “Mission Impossible” più adrenalinica di sempre.

Tom Cruise, imprescindibile Ethan Hunt, nonostante l’avanzare delle sfumature del tempo , regge ancora egregiamente il ruolo e performa probabilmente la sua miglior prestazione nella saga. Merito anche della direzione, nel doppio ruolo di regista e sceneggiatore, di Christopher McQuarrie, efficace nell’esprimere l’azione e la suspense in una relazione d’equilibrio.

Etan Hunt, Benji e Luther, impegnati a Belfast nell’ennesima missione per l’IMF, si perdono tre capsule di plutonio che finiscono nelle mani di John Lark e di una nuova organizzazione terroristica: “Gli Apostoli”. Ritrovarle non sarà facile, tanto più che a complicare le cose rispunta la figura di Solomon Lane, l’ex agente britannico nemico giurato di Hunt, le diffidenze della direttrice della Cia, Erica Sloane, e la presenza in campo de “la vedova bianca”, una misteriosa intermediaria dal ruolo indefinito.

“Mission: Impossible - Fallout” è una pellicola che, pur mostrando sostanzialmente la consueta struttura narrativa del genere, rispolvera, con una certa eleganza,alcuni connotati dei “polizieschi” degli anni ’70. Le scene degli inseguimenti per le vie di Parigi, con un accattivante punto di vista della macchina da presa, ne sono l’esempio più fulgido e spettacolare.

Per gli amanti delle avventure di Ethan Hunt il lavoro diretto da McQuarrie rappresenta senza dubbio una piacevole sorpresa nella quale, fatto salvo l’inevitabile sforzo di sospensione della realtà,i tratti psicologici dei protagonisti hanno maggiori attenzioni del solito fruendo dell’ausilio insistito dei primi piani, con le espressioni e i solchi dei volti magistralmente dipinti dalla bella e calda fotografia griffata Bob Hardy. Tutti all’altezza del compito gli interpreti, giusto qualcosa in meno Alec Baldwin,con, nel settore femminile, un accento in più per la britannica Vanessa Kirby, “La vedova bianca”, che con il suo magnetismo, già apprezzato nella serie televisiva “The Crown”, domina la scena e si assicura una fiche per il prossimo episodio. Le musiche di Lorne Balfe e il montaggio di Eddie Hamilton si iscrivono di diritto negli elogi finali prima dei titoli di coda.

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