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Avengers Endgame, le ragioni di un successo


di FREDERIC PASCALI - Esiste la storia delle storie? Quella da potersi apparentare con aggettivi del calibro di “incredibile”, “fantastico” o “meraviglioso”? Secondo i fratelli Anthony e Joe Russo,registi di tutti gli ultimi capitoli della saga dedicata ai “Vendicatori” dell’universo Marvel, pare proprio di sì. 

La chiusura del cerchio nell’ultimo kolossal di poco più di tre ore e con, al momento, oltre 2,2 miliardi di dollari incassati in tutto il mondo, porta con sé una carica emotiva che è il non plus ultra del credo Marvel. Fin dagli albori gli eroi immaginati dai leggendari Stan Lee e Jack Kirby avevano la particolarità di coniugare i loro superpoteri con le fragilità tipiche di un qualsiasi altro essere umano, riuscendo, pur di portare a compimento la propria missione, a sublimarne gli aspetti deteriori. La lotta epocale contro Thanos, nella quale si decide il destino dell’umanità e la sopravvivenza di alcuni degli stessi Avengers, sviscera con insistenza questa linea narrativa facendo leva sugli affetti e i legami familiari che strutturano le vite di tutti i protagonisti. 

I fratelli Russo manovrano una specie di mixer delle coscienze e, con una buona scelta di tempo, riescono a ritagliare gli spazi necessari per i pensieri e le riflessioni su quello che è giusto e su quello che è sbagliato, stemperando il clamore degli effetti speciali e il clangore dei colpi quando i primi piani si fanno serrati e i ricordi diventano speranza. 

Gli espedienti di sceneggiatura pescano a piene mani nel sempiterno “Viaggio dell’eroe” di Voegler e nelle tematiche morali che si annidano in ogni favola che si rispetti. Allo spettatore è lasciato il compito di seguire e parteggiare per i destini dei singoli eroi,   l’ampio spettro di personalità permette a chiunque di avere un “preferito”, senza essere costretto a porsi troppe domande foriere di lunghe risposte. Poco importa che rispetto al fumetto originale vi sia qualche cambiamento o che non compaiano personaggi chiave come Adam Warlock, Galctus o Lady Morte, l’effetto seduttivo non cambia e, mai come in questa saga, al momento della battaglia finale, i buoni e i cattivi sono perfettamente riconoscibili. I dialoghi, tratteggiati dalla tipica ironia del cinema americano d’azione, chiudono il cerchio e, pur spalleggiando un po’ troppo il grottesco, inglobano infiniti mondi di un target principalmente giovanilistico.

Quel sindaco “adottato” dalla gente del suo paese

di FRANCESCO GRECO - Le api sono insetti molto intelligenti. Osservate la perfezione geometrica delle arnie, la loro architettura sociale e del lavoro, il senso di comunità. I Messapi, i nostri misteriosi antenati, furono grandi allevatori di api. 

Anche le formiche sono geniali: soffermatevi a guardare com’è fatto un formicaio. E’ un labirinto così strutturato e funzionale da far invidia all’archistar più celebre. Anche la loro vita sociale è rigida: senso dell’ordine, del dovere, il rigore delle relazioni, l’ossessione per il domani. 

Non per niente il poeta Tommaso Fiore ha detto di noi come di un “popolo di formiche”. 

Api e formiche sono il nostro dna, plasmano il patrimonio genetico: le loro virtù (su tutte la mistica del lavoro, la mission) sono la quintessenza più intima del nostro essere eredi di grandi civiltà. 

Il lavoro tenace, oscuro e prezioso, la solidarietà nei rapporti (avete mai visto una formica correre in aiuto dell’altra che trascina un chicco troppo grosso?). L’ansia di bellezza, il desiderio di volare verso l’orizzonte a inseguire sogni, speranze, utopie, spesso anche contro le leggi della Fisica, come fanno inspiegabilmente leggiadri i rozzi calabroni.

Le “memorie” di Antonio Lia trasfigurano l’icona di ciò che siamo: un pò api, un pò formiche. Un’intrigante osmosi fra pubblico e privato, mirabilmente intrecciati, dal centro (Roma, il Parlamento) alla periferia (Specchia, vista con amore, vissuta come ombelico del mondo). 

Una gallery di ricordi, belli e aspri, ricostruzioni di eventi in cui rivive mezzo secolo del suo vissuto di uomo del Sud dentro le istituzioni a tutti i livelli. 

Ma nella sua complessa, barocca parabola, umana e politica, per transfert leggiamo anche la storia di una terra, il suo desiderio di libertà, di autostima, l’ansia di essere protagonista del suo destino, la base della piramide sociale che prende coscienza de quel che è e lotta per il progresso, per l’emancipazione da antichi conquistatori e nuovi colonizzatori.

L’educazione cattolica lo porta a sovrapporre Cristo a Marx, trovando punti di contatto nei loro “messaggi”. Ma infinite sono le chiavi d’accesso a questo libro rapido e sapido, semanticamente affollato, cosparso di una vitalità che è quella del Sud migliore, a tratti pregno di un magnetismo magmatico, dalle scansioni polisemiche: storiche, sociali, politiche, sociologiche, antropologiche, etiche, psicologiche e quant’altro. Ognuno può leggerlo come vuole. 

Intrecciando i livelli di decodificazione, la storia di Specchia, un paese di Terra d’Otranto sospso fra Europa e Mediterraneo, diviene così la pregna metafora di un Sud cosciente delle sue potenzialità, che si batte per uscire da un’atavica marginalità, ma come Gulliver, è immobilizzato da mille impedimenti, culturali e politici. 

Nelle dinamiche interne di questo saggio di Antonia Lia, “Il paese che era la mia casa”, Youcanprint Tricase/Lecce, 2019, pp. 128, euro 12 (copertina di Annalisa Scarcia), appare un universo dalle specificità uniche, tenuto insieme da una strana energia, una misteriosa alchimia: algoritmi segreti per i quali basterebbe poco – la storia di Specchia lo insegna anche agli scettici, gli ipercritici, moralisti, disfattisti, masochisti – per farlo decollare, credendo a se stesso, avendo più autostima. 

Il volo del calabrone di cui si diceva. 

Quando al bar di un paese “piccola capitale”, noto intra ed extra moenia, puoi dare del “tu” a Carlo Rubbia e nell’atrio di un palazzo avito porgere brevi manu il manoscritto a Inge Feltrinelli, vuol dire che api e formiche hanno lavorato bene, che è accaduto qualcosa di magico, un mood invidiabile, un circuito virtuoso si è misteriosamente attivato, e tutto il territorio, solo se lo vuole, può goderne i frutti. 

Forse dovremmo precipitarci a chieder loro la formula magica, l’aleph, il vello d’oro. Magari una full immersion per farci dire come si fa a dar corpo alle proprie visioni, afferrare la materia dei propri sogni. 

Ma nemo propheta in patria (Freud la chiamerebbe “invidia del pene”). 

Quasi mai api e formiche, figli del popolo come Masaniello, sono stati compresi. 

Così sono stati combattuti, dall’esterno, ma anche dal “fuoco amico”, dai “nati bene”, le cicale che vivono di rendita, quelli di cui Bukowski dice “non hanno mai avuto un mal di denti né una gomma a terra”, i mediocri, i “mediani” che non conoscono la fatica, i sacrifici, le privazioni, le umiliazioni. 

Noi basilischi che se ci indicano la luna guardiamo il dito, abbiamo così ostacolato api e formiche per partito preso, per grettezza d’animo, vaghezza culturale. Con una veemenza iconoclasta degna di cause più nobili. Vero è che l’asprezza dello scontro politico dettato dalle ideologie che hanno insanguinato il Novecento e abbrutito l’uomo – formattate, almeno nel loro etimo primitivo – ha fatto da canovaccio. Ma ci abbiamo messo del nostro. 

E non ci siamo accorti che negando i meriti acquisiti sul campo a umili formiche e api infaticabili che hanno lavorato per la comunità (mentre altri politici badavano ai cavoli loro, come Mani Pulite ha mostrato), invidiandoli forse perché lasceranno una traccia, combattendo gli uomini del fare, il loro pragmatismo appassionato e generoso, abbiamo tagliato il ramo dov’eravamo seduti e così siamo ricaduti nella marginalità, nella colonìa.

La colpa di api e formiche è stata di non adeguarsi allo stereotipo della sconfitta, l’archetipo che hanno costruito su di noi e che è diventato nostro: la rassegnazione, la (sotto)cultura del lasciar correre, viversi addosso, girarsi dall’altra parte, il fatalismo del “chi me lo fa fare”. In una parola: la conservazione dello status quo.

Ma se Eichendorff ha scritto che “solo un grande dolore permette di aprirsi un varco attraverso il tempo”, api e formiche hanno continuato a lavorare nonostante le ferite sanguinanti, a credere che i destini possono cambiare, la dignità possibile, il pane conquistato.

Oggi che i politici paiono clonati e anonimi nella loro irrilevanza (grazie anche a sistemi elettorali perversi), algidi ectoplasmi privi di pathos, ripiegati sulle loro esigue carriere, garantiti dai “listini” non dai cittadini conquistati uno a uno, blindati nella virtualità dei social dove si dedicano al loro ego claudicante. Oggi che tutto pare perduto, corrotto, brutto e volgare, le parole svuotate di senso, la koinè è quella di chi ci domina, forse avremmo bisogno di api laboriose e di formiche appassionate, dall’energia inesauribile. 

Per tentare di rinascere, ritrovare la dignità perduta, prenderci il pane che ci negano per noi e i nostri figli, disfare il trolley pronto per partire desertificando la nostra terra. Per “riveder le stelle”. 



E se un’utopia si può ancora osare, se speranza c’è, solo con le api e le formiche potremo costruirle. Il libro sarà presentato mercoledì 1 maggio al Castello Risolo (ore 19. 30), con con l’introduzione di Francesco Caccetta (che firma l’introduzione) e le letture dell’attrice leccese Carla Guido. 

Captive State: la recensione

di FREDERIC PASCALI - L’espressione e le movenze di John Goodman, tratteggiate come in una qualche detective story di rango, già basterebbero per assegnare una cifra di notevole favore al lavoro diretto da Rupert Wyatt. La sua è una storia di libertà che usa la fantascienza per affondare le radici in un thriller destinato a cambiare gli equilibri e a tracimare nel territorio dell’inusuale.

In un parallelo presente distopico una forza aliena ha preso il controllo del pianeta Terra. Dopo una breve lotta gli Stati Uniti sono pervenuti a un armistizio lasciando a loro, i “Legislatori”, il governo della nazione. Ma non tutti si sono rassegnati a questo stato di cose e nove anni dopo, nel 2025, William Mulligan, capitano della polizia di Chicago, vuole scoprire se una qualche organizzazione clandestina è ancora in essere. Lo fa seguendo i movimenti di Gabriel, un giovane ragazzo di colore figlio del suo ex collega morto anni prima in un tentativo di fuga.

“Captive State”, con l’etichetta di cult movie già pronta, è senza dubbio una delle produzioni di fantascienza più interessanti degli ultimi anni. Secca come un pugno nello stomaco, la sceneggiatura, dello stesso Wyatt e della moglie Erica Beeney, senza indugiare troppo con gli effetti speciali fa scivolare con grande efficacia tutto il repertorio del thriller innescando, già dalle prime battute, una tensione narrativa che in ogni sequenza pare sempre pronta a esplodere. 

Efficaci sparring partner si rivelano la cupa fotografia di Alex Disenhof, che tratteggia la luce con tale caustica espressività da sembrare voler trasformare il colore nei più asettico dei bianco e nero, e la musica sottilmente martellante di Rob Simonsen che costantemente preannuncia e inchioda tutti al proprio destino. Conclude il quadro un cast decisamente all’altezza con il già citato John Goodman, “Mulligan”, assoluto padrone della scena, affiancato, tra gli altri, dagli ottimi Ashton Sanders, “Gabriel”, Jonathan Majors, “Rafe”, Vera Farmiga, “Jane”, e Kevin Dunn, “Il Commissario”.

Domani è un altro giorno: la recensione

di FREDERIC PASCALI - La normalità della vita a volte scivola via senza darci il tempo di rendercene conto pienamente, senza la possibilità di riconoscerla se non quando ormai è troppo tardi. Simone Spada ne affronta le sfumature più complesse confermando la spiccata sensibilità registica e l’attitudine alla sintesi dei sentimenti. “Domani è un altro giorno”, dramedy sceneggiato da Luca Vendruscolo e Giacomo Ciarrapico, è il remake di “Truman - un vero amico è per sempre”, un successo spagnolo – argentino del 2015. 

La storia, praticamente uguale alla versione originale, narra le vicende di due grandi amici che loro malgrado la vita costringe a dirsi addio. Tommaso vince la sua paura di volare e dal Canada, dove vive ormai da anni, torna a Roma per incontrare Giuliano, malato terminale di un cancro ai polmoni. Spronato da Paola, la sorella di lui, Tommaso ha a disposizione 4 giorni per convincere l’amico a non interrompere le cure e sperare ancora.

I confini di una grande amicizia, le tante facce del dolore, la solitudine del morente, la disperazione dell’amore sono gli ingredienti fondamentali di cui si nutre “Domani è un altro giorno” senza mai tracimare nell’enfasi o nella recitazione sopra le righe, semplicemente affidandosi al naturale corso delle emozioni. In questo piano d’intenti fondamentale è il ruolo dei due protagonisti interpretati da Marco Giallini, “Giuliano”, e Valerio Mastandrea, “Tommaso”. La coppia, come il resto del cast, funziona egregiamente e porta in dote una complicità innata che ben tratteggia i profili dei loro personaggi. La loro naturale carica di disincantata ironia, frutto anche di una “romanità” mai assente, al momento giusto sopperisce a qualche dialogo troppo vicino ai margini del “me l’aspettavo”. In uno scenario complessivo tenue e mai frenetico, la macchina da presa sembra voler fermare il tempo, custodire il più a lungo possibile ogni istante, far dimenticare il senso della fine. La fotografia complice di Maurizio Calvesi ne disegna la luce delle strutture portanti, senza scossoni, senza iperboli, rispettandone il dolore e la presa di coscienza.

'Green book': la recensione

di FREDERIC PASCALI - C’è un viale del tramonto che attende di essere percorso fino in fondo, laddove il coraggio, la volontà e la curiosità di uomini a loro modo straordinari è in grado di cambiare il corso delle storie e della Storia. Peter Farelly, ispirandosi a un episodio del passato, ripercorre una di queste vicende andando a ritroso fino  all’America complessa e divisa del 1962 con gli Stati del Sud ostaggio di una segregazione razziale che da più di un secolo ne anima usi e costumi.

Tony “Lip” Vallelonga, buttafuori di professione al Copacabana di New York, dotato di modi bruschi e di un cuore generoso, viene ingaggiato da Don Shirley, virtuoso del pianoforte e musicista di grande successo, per fargli da autista in una torunée nel profondo Sud,in quei territori che il nero della sua pelle rende decisamente ostili.  Due mesi in cui dividere gli applausi del pubblico con le umiliazioni più disparate. È l’inizio di un’avventura alla scoperta di sé stessi e con il solo aiuto di una piccola essenziale guida per viaggiatori di colore: il “Green Book”.

Candidato a 5 premi Oscar, “Green Book” è un film confezionato con estrema cura che si avvale di due grandi interpreti: il protagonista  Viggo Mortensen, “Tony Lip”, e il “quasi” protagonista Mareshala Alì, “Don Shirley”.  Entrambi “nominati” viaggiano in perfetta sintonia  e  sviluppano il classico copione del transfert tra due personalità agli antipodi che alla fine si “incontrano” e si cambiano vicendevolmente. Sceneggiata sulla falsariga del dramedy da Nick Vallelonga, il figlio del vero “Lip”, con il contributo di Brian Currie e del regista stesso, la pellicola di Farrelly muove la macchina da presa con la stessa eleganza dei vestiti indossati da Don Shirley, coadiuvata egregiamente dalla fotografia a tema di Sean Porter. Il montaggio di Patrick J. Don Vito è il collante più efficace per un lavoro che merita il plauso e i consensi raccolti pur non riuscendo a scardinare la sensazione di una ribalta destinata a perdersi presto nell’oblio. 

'Rex - Un Cucciolo a Palazzo': la recensione

Parliamo oggi del film dal titolo "Rex - Un Cucciolo a Palazzo" di genere animazione, avventura del 2019, diretto da Ben Stassen, con Jack Whitehall e Julie Walters e distribuito da Eagle Pictures.
"Rex - Un cucciolo a palazzo", diretto da Ben Stassen, è un film d'animazione con protagonista Rex, il cane più amato dalla Regina Elisabetta II.

Da quando ha fatto il suo ingresso a Buckingham Palace, Rex conduce una vita immersa nel lusso. Dotato di uno spirito da capobranco, ha rimpiazzato il posto dei tre Corgi nel cuore di Sua Maestà. La sua arroganza può risultare alquanto irritante e, suo malgrado, si trova a essere la causa di un problema diplomatico durante una cena ufficiale con il presidente degli Stati Uniti, e questo errore gli costerà caro: tradito da uno dei suoi colleghi a quattro zampe, Rex diventa uno dei randagi delle strade di Londra.

Persa la via di casa e lontano dalla monarca, il piccolo corgi si imbatterà in un gruppo di cani da combattimento.

Deciso a far ritorno tra le mura del palazzo reale e le braccia della sua padrona, Rex affronterà un viaggio che lo cambierà profondamente.

'Non ci resta che il crimine': la recensione


di FREDERIC PASCALI - Un ponte di Einstein – Rosen, o cunicolo spazio–temporale, è essenzialmente una scorciatoia da un punto dell’universo a un altro. Una strada che nel cinema non capita di rado di percorrere, spesse volte con esiti imprevedibili.

Non fa eccezione la storia diretta da Massimiliano Bruno nella quale tre amici di vecchia data attraversando il retro di un bar nel cuore di Roma si trovano catapultati indietro nel tempo fino all’estate del 1982. Sebastiano, Moreno e Giuseppe dopo un primo momento di sconcerto decidono di restare nel passato e di mettervi a frutto le loro conoscenze. In pieno mundial spagnolo dovranno fare i conti con la banda della Magliana in carne ed ossa, da sempre il sogno turistico di Moreno,e la voglia di cambiare il proprio futuro.

Tante citazioni per un lungometraggio ibrido che rivela una natura quasi impalpabile, con una struttura narrativa che pesca un po’ ovunque e fatica a identificarsi in un genere specifico. Ci si ritrova così a fare il verso ai poliziotteschi degli anni ’70 infarciti, complice l’avvenente presenza della brava Ilenia Pastorelli, “La donna del boss”, di alcune trovate tipiche della commedia all’italiana degli anni ’80. Un incrocio non da poco che poggia le sue fondamenta sull’omaggio a due supercult quali il “Non ci resta che piangere” di Benigni e Troisi,  e il “Ritorno al futuro” di Robert Zemeckis. L’amalgama non è così scontato e il rischio di declivio verso la farsa è una costante che non abbandona mai le sorti della pellicola.

Molti passaggi scenici basculano tra ambientazioni fintissime e incommensurabili sforzi di fantasia regalando alla sceneggiatura firmata da Andrea Bassi, Nicola Guaglianone, Menotti e dallo stesso regista una ulteriore patina di surreale opacità che stride con alcuni richiami alla realtà dei nostri giorni. 

Alla resa dei conti l’operazione nostalgia di “Non ci resta che il crimine” intravede un barlume di consistenza soprattutto grazie al carisma e l’ottima intesa dei tre interpreti principali. Alessandro Gassmann,”Sebastiano”, Gianmarco Tognazzi, “Giuseppe”, e Marco Giallini, “Moreno”, trascinano tutto il cast, peraltro ben sostenuto da un Edoardo Leo, “Renatino De Pedis”, in gran forma, a una bella prova corale dettata dai temi disincantati della colonna sonora, con il ritorno del tormentone di Valeria Rossi, e dall’elegante fotografia di Federico Schlatter.

'The Old Man & The Gun': la recensione


di FREDERIC PASCALI - Il viale del tramonto è, in genere, lastricato di riflessioni accurate su quello che è stato o che avrebbe potuto essere. Un ultimo gioco concesso a ogni essere umano prima di imboccare il rettilineo finale, lo stesso che Forrest Tucker sembra non voler percorrere, intento a lottare con i pensieri di una vita che come una centrifuga impazzita lo inchiodano all’ultima curva senza poterla mai superare. “The Old man & The Gun” nasce da un soggetto ispirato direttamente dalla realtà,lo porta alla luce un articolo di David Grann apparso nel 2003 sul “New Yorker”, e si configura come un lavoro di fusione, un po’biopic e un po’ dramedy. Il protagonista, Forrest Tucker, interpretato da un Robert Redford che oltre la consueta elegante e bella prova d’attore sembra quasi declinare un lungo e ininterrotto sguardo sulla propria carriera, è uno di quegli antieroi che spesso restano nascosti nelle pieghe di qualche cronaca locale destinata a spegnere il suo clamore nell’inevitabile sopravanzare delle cose dell’uomo.

Essere sé stessi sempre, al di là delle circostanze e dei momenti bui, non rinunciare al proprio talento e coltivarlo fino in fondo, anche nel caso si tratti di rapinare banche. David Lowery sfrutta questo assioma e realizza una pellicola con dedica a due grandi specialisti del loro campo, ben coadiuvato da un piccolo manipolo di star, Ben Affleck, Danny Glover, Tom Waitz, Sissy Spacek, Keith Carradine, Elisabeth Moss, non necessità di particolari orpelli enfatici e sviluppa un impianto narrativo che pone il suo fulcro essenziale nei dialoghi,il punto sensibile dell’intero lavoro. Tuttavia, l’operazione non riesce perfettamente e in alcuni tratti, specie nel lungo passaggio introduttivo, fa decisamente fatica a superare indenne tutti gli impasse legati al ritmo della storia.

In questo contesto la fotografia di Joe Anderson è una garanzia ma non tale da riuscire a superare quell’eccesso di struggimento che accompagna costantemente le sequenze di quello che resta ufficialmente il passo d’addio di uno dei più grandi attori del nostro tempo.


'Santiago, Italia': la recensione

di FREDERIC PASCALI - Prima dell’undici settembre, di cui tutti abbiamo ancora piena memoria,ce n’era stato un altro che aveva segnato per sempre la vita di una nazione e delle generazioni vissute a cavallo di quella data.

Il documentario che segna il ritorno di un lavoro di Nanni Moretti nelle sale cinematografiche aggiunge un nuovo capitolo di commento a quel drammatico giorno del 1973 quando un golpe militare segnò per sempre la storia contemporanea del Cile ponendo fine, in un lasso di tempo brevissimo, alla presidenza di Salvador Allende. Eletto democraticamente nel 1970, il presidente cileno non sopravvisse all’attacco, restano non del tutto chiare le circostanze della sua morte, e, dopo il bombardamento del Palacio de La Moneda da parte della sua stessa aviazione, divenne il simbolo di un popolo che aveva creduto di poter fare da sé all’interno dei complessi scenari politico-economici della guerra fredda. Una stagione di grande esuberanza civile che Moretti ricostruisce concentrandosi soprattutto su quello che successe nel “dopo” narrando, attraverso una serie di efficaci interviste,comprese quelle ad alcuni ex generali di Pinochet, il percorso che da protagonisti trasformò in perseguitati numerosi esponenti e attivisti del partito di Allende.

Con il piglio secco e diretto tipico della sua poetica, il regista italiano si sofferma su alcune vicende personali di coloro che scamparono, almeno in parte, alle repressioni e alle purghe della dittatura di Pinochet rifugiandosi nell’ambasciata italiana, viatico per il successivo approdo nel Bel Paese. Presente e passato si fondono e la memoria dei reduci ricorda un’Italia che rispetto ad allora si è persa in infiniti distinguo. Nello sguardo velato di malinconia, nella commozione che spesso attanaglia il racconto delle donne e degli uomini intervistati da Moretti passa la sincera dedizione verso una causa ormai lontana di un tempo in cui loro stessi erano “Re”, in cui,inebriante, felice, poi aspra e dolorosa la rappresentazione di una delle libertà possibili coincideva con la loro stessa vita. Un teatro che la storia ha ormai chiuso senza tuttavia tarpare le ali ai ricordi che Moretti è bravo a lasciar scorrere senza enfasi e artifizi di sorta, scevri di ogni tentazione retorica e ben quadrati dalla fotografia di Maura Morales Bergmann e il montaggio di Clelio Benvenuto.

'Alla salute': la recensione

di FREDERIC PASCALI - La rappresentazione del dolore, da tempo immemore, accompagna la natura umana e il suo percorso di consapevolezza e attitudine alla vita. Il film documentario diretto da Brunella Filì approfondisce e suggella questo aspetto plasmando la realtà attraverso un gusto estetico elegante e asciutto che punta diritto al messaggio insito nell’icona stessa definita dal corpo aggredito del suo protagonista: lo chef Nick Difino.

La necessità di Nick di documentare, dare voce, suono e immagini al suo imbattersi in una terribile e inaspettata malattia,un linfoma Non-Hodgkin,a partire dalla diagnosi per proseguire poi con il calvario della cura debilitante, e per certi versi invalidante,dipinge sul grande schermo una testimonianza di specie atipica che trova la sua assoluta originalità nella raffigurazione di uno spaccato dell’individuo attraverso quelli che potremmo definire i suoi “usi e costumi”.

Grazie al sapiente lavoro di sceneggiatura della regista  e di Antonella Gaeta, affiancati dallo stesso Difino, il racconto biografico evita il declivio dell’autoreferenzialità e mutua nella descrizione delle diverse sfumature della condizione umana filtrate attraverso le relazioni sociali, le proprie origini e tradizioni nelle quali il cibo, strettamente correlato con il corpo, assume un valore catartico prolungando la sensazione condivisa di poter usufruire di momenti di serenità anche all’interno del più profondo dei drammi.
La macchina da presa gira senza fare troppi sconti e trasmette con efficacia il senso di una sfida che la fotografia di Davide Micocci rende cinematografica senza intaccare la suggestione di una narrazione che supera l’alchimia del montaggio e diventa parte istantanea del nostro tempo.
Pluripremiata al recente Biografilm di Bologna, “Alla salute” è una pellicola destinata a lasciare il segno grazie anche alla sua garbata semplicità concettuale che commuove e fa sorridere senza commistioni di campo e senza pretendere nulla se non la voglia di non gettare mai la spugna anche quando sembra che ormai si attenda solo il suono dell’ultimo gong.

'Una storia senza nome': la recensione

di FREDERIC PASCALI - Un arcano mai chiarito e un intrigo criminale che attraversa una lunga stagione della nostra Repubblica. È un po’ questo l’incipit del nuovo lavoro di Roberto Andò che firma la sceneggiatura, insieme ad Angelo Pasquini, di una storia che fatica ad assumere una sua precisa identità e barcolla costantemente nel campo dell’indefinito. Una commedia thriller che insegue e omaggia la bellezza del cinema come connubio imprescindibile di finzione ed arte in grado di doppiare la realtà in infinite rappresentazioni. Un solco d’intenti in cui non mancano le citazioni del passato e l’utilizzo di una guest star d’eccezione come il regista polacco Jerzy Skolimowski, “Leone d’oro” alla carriera nella Mostra del Cinema di Venezia del 2016.

Valeria Tremonti,timida e introversa segretaria di una casa di produzione cinematografica, è in realtà il ghost writer delle sceneggiature del celeberrimo Alessandro Pes, autore acclamato e con un notevole appeal sul genere femminile, Valeria compresa. Questa routine subisce un inaspettato contraccolpo quando la donna viene avvicinata da un misterioso signore, Alberto Rak, che si dice in grado di fornirle un storia di assoluto valore riguardo alla scomparsa avvenuta molti anni prima di uno dei dipinti più preziosi del patrimonio artistico italiano: “la natività” di Caravaggio.

In realtà,“Una storia senza nome” appare vittima della sua stessa indole con l’effetto matrioska in bilico costantemente tra il farsesco e il grottesco senza mai riuscire a ottenere un aiuto decisivo dai suoi interpreti, non sempre a loro agio nel gestire le continue sfumature del racconto. Non fa eccezione Micaela Ramazzotti, “Valeria”,che non appare pienamente centrata nel ruolo così come lo stesso Renato Carpentieri,”Alberto Rak”, che non dà mai la sensazione di possedere con estrema naturalezza il proprio personaggio. Al contrario, sia Laura Morante, “Amalia Roberti”, che Alessandro Gassmann, “Alessandro Pes”,dimostrano un approccio più naturale ed efficace per una sceneggiatura che anche nei dialoghi fatica a trovare punti di forza. Per contro,pochi dubbi suscita la fotografia di Maurizio Calvesi con la luce che, anche quando è relegata in scene dallo spunto tipicamente televisivo, non perde il suo appeal cromatico e la capacità di sottolineare adeguatamente le differenti tensioni narrative.

'Gotti - Il Primo Padrino': la recensione

di FREDERIC PASCALI - A volte ci si lascia andare al flusso e al ritmo dei pensieri associandoli, ossessivamente, a una folta selva di parole racchiuse in dialoghi nati per essere monologhi, come quando l’irreale banalità del male viene dipinta con corpi che minacciano armi e con volti prigionieri di ogni possibile stereotipo mafioso.

È questo il cliché che adottano sia il regista Kevin Connelly che gli sceneggiatori Leo Rossi e Lem Dobbs, per una pellicola che appare stentorea nel suo svilupparsi faticosamente tra le rigide strutture predefinite tipiche della narrazione di una crime story e un biopic con la libertà di poter vagare tra le profondità d’espressione della condizione umana.

La vicenda prende avvio dalla fine. John Gotti, l’ex padrino capo dei capi della mafia newyorkese, giace in un carcere di massima sicurezza invecchiato e gravemente malato di cancro. Per l’ultima volta incontra il figlio John Junior che dopo aver, in un primo momento, raccolto la sua eredità criminale è ora deciso a chiudere con il passato e ad accettare il patteggiamento che gli offre la Procura.

I consigli coincidono con i ricordi e la mente del Padrino corre a ritroso fino al giorno in cui offrì i suoi servigi alla famiglia di Carlo Gambino.

Il lavoro diretto da Connelly sceglie la strada della voce narrante, quella dello stesso Gotti, come elemento di suturazione dei differenti punti di svolta della trama. L’espediente, tuttavia, non aggiunge nulla di più a una tensione filmica che persino nelle sequenze più efferate sembra irrimediabilmente imbolsita nei suoi “appelli” e nei suoi luoghi comuni.

Nella stessa interpretazione di John Travolta, “Gotti”, si fa fatica a cogliere quella naturale fluidità di immedesimazione peculiare bagaglio di un attore della sua caratura. Il resto del cast si adegua alle impostazioni dettate dalla sceneggiatura e svolge il suo compito con buona disinvoltura, pur non lesinando il rischio di qualche scivolone nel grottesco. La citazione finale va alla fotografia di Michael Barrett che mette tutti d’accordo plasmando la luce con le tonalità più adeguate e configurandosi come l’elemento più realistico dell’intera pellicola.

Mission: Impossible - Fallout: la recensione

di FREDERIC PASCALI - È un incipit ad alta gradazione emotiva quello che introduce il nuovo episodio della “Mission Impossible” più adrenalinica di sempre.

Tom Cruise, imprescindibile Ethan Hunt, nonostante l’avanzare delle sfumature del tempo , regge ancora egregiamente il ruolo e performa probabilmente la sua miglior prestazione nella saga. Merito anche della direzione, nel doppio ruolo di regista e sceneggiatore, di Christopher McQuarrie, efficace nell’esprimere l’azione e la suspense in una relazione d’equilibrio.

Etan Hunt, Benji e Luther, impegnati a Belfast nell’ennesima missione per l’IMF, si perdono tre capsule di plutonio che finiscono nelle mani di John Lark e di una nuova organizzazione terroristica: “Gli Apostoli”. Ritrovarle non sarà facile, tanto più che a complicare le cose rispunta la figura di Solomon Lane, l’ex agente britannico nemico giurato di Hunt, le diffidenze della direttrice della Cia, Erica Sloane, e la presenza in campo de “la vedova bianca”, una misteriosa intermediaria dal ruolo indefinito.

“Mission: Impossible - Fallout” è una pellicola che, pur mostrando sostanzialmente la consueta struttura narrativa del genere, rispolvera, con una certa eleganza,alcuni connotati dei “polizieschi” degli anni ’70. Le scene degli inseguimenti per le vie di Parigi, con un accattivante punto di vista della macchina da presa, ne sono l’esempio più fulgido e spettacolare.

Per gli amanti delle avventure di Ethan Hunt il lavoro diretto da McQuarrie rappresenta senza dubbio una piacevole sorpresa nella quale, fatto salvo l’inevitabile sforzo di sospensione della realtà,i tratti psicologici dei protagonisti hanno maggiori attenzioni del solito fruendo dell’ausilio insistito dei primi piani, con le espressioni e i solchi dei volti magistralmente dipinti dalla bella e calda fotografia griffata Bob Hardy. Tutti all’altezza del compito gli interpreti, giusto qualcosa in meno Alec Baldwin,con, nel settore femminile, un accento in più per la britannica Vanessa Kirby, “La vedova bianca”, che con il suo magnetismo, già apprezzato nella serie televisiva “The Crown”, domina la scena e si assicura una fiche per il prossimo episodio. Le musiche di Lorne Balfe e il montaggio di Eddie Hamilton si iscrivono di diritto negli elogi finali prima dei titoli di coda.

Darkest Minds: la recensione

di FREDERIC PASCALI - L’adolescenza, con le sue molteplici sfaccettature è stata, da sempre, al servizio di storie che ne esaltassero le peculiarità ad uso e consumo di una propria indipendenza e dignità rispetto al mondo degli adulti. Un po’ quello che accade nella pellicola diretta da Jennifer Yuh Nelson, adattamento cinematografico di uno dei romanzi della saga creata da Alexandra Bracken.

La narrazione, strutturata dalla poco convincente sceneggiatura della stessa Bracken e di Chad Hodge, prende avvio in un futuro inquietante nel quale per una strana, e inspiegabile, epidemia la maggior parte dei bambini e degli adolescenti è deceduta mentre quelli che restano ancora in vita risultano dotati di poteri speciali che il governo americano ritiene possano rappresentare una minaccia per la collettività. I ragazzi sopravvissuti vengono rinchiusi in speciali centri di raccolta e divisi in colori a seconda della loro presunta pericolosità. Tra di loro c’è anche Ruby, ormai sedicenne e prigioniera da quando di anni ne aveva 10. Grazie ai suoi poteri riesce a celare il suo colore corrispondente, il temutissimo arancione, fino a quando qualcuno non l’aiuta a scappare.

Alla resa dei conti la pellicola della Nelson, con alle spalle già una brillante carriera nel cinema di animazione, sconta più difetti che pregi perdendosi in una sorta di canovaccio narrativo che più che dal cinema sembra attingere ai primordi della televisione degli eroi per ragazzi, alla stagione d’oro dei telefilm degli anni 70/80, dall’asiatico “Megaloman” agli immarcescibili “Power Rangers” della Saban Entertainement. Come allora, all’interno di un unico episodio si muovono diversi temi di racconto coadiuvati da una macchina da presa che  con estrema “pulizia”, attenendosi pedissequamente allo svolgimento del compito, tratteggia i personaggi con voluta superficialità sfruttando al massimo, in questo caso, l’impalpabile realismo della fotografia di Kramer Morgenthau. Tuttavia, una nota di merito va senz’altro spesa per la protagonista, Amandia Stenberg, “Ruby”, che sostiene il ruolo con il piglio della veterana e dà un po’ di personalità a frangenti troppo spesso scontati.

Ocean’s 8: la recensione

di FREDERIC PASCALI - Nella bacheca delle “occasioni mancate”, di cui è piena la storia del cinema, un posto speciale spetta senz’altro alla pellicola diretta da Gary Ross e sceneggiata insieme a Olivia Milch.

Forte degli episodi precedenti e con un’egida che rasenta l’idea dello spin off, “Ocean’s 8” è un “falso nueve”, un sequel che cerca il colpaccio mettendo in campo una squadra di superstar al femminile all’interno di un canovaccio che miscela action movie e thriller nel segno della commedia. Seppure la sensazione del colpo di scena aleggi costantemente in ogni sequenza, la realtà dei fatti è ben diversa e la convinzione di ritrovarsi con un pugno di mosche in mano resta presente fin dopo i titoli di coda. 

La trama prende avvio dalle vicende personali di Debbie Ocean, la sorella del più famoso, e apparentemente passato a miglior vita, Danny, che dopo 5 anni di carcere niente affatto complicati, mette in piedi una squadra di 7 donne per dar corpo al suo piano teso a compiere il furto di una delle collane più famose della Maison Cartier: la Jeanne Toussaint.

“Ocean’s 8” è ossessivamente legato al suo compito narrativo fino al punto di restarne ingabbiato, vittima di una struttura rigida e dai volumi manifestamente appariscenti riconducibili alle silhouette e agli sguardi ammiccanti delle sue dive che dominano le scene laccate dalla fotografia patinata di Eigil Bryld. Le due protagoniste principali, Sandra Bullock, “Debbie Ocean”, e Cate Blanchett, “Lou”, ne sono l’esempio più fulgido. Insieme ad Anne Hathaway,”Daphne kluger”, e a tutte le altre, agiscono come incastonate in una fama riflessa che affascina ma non riesce a umanizzare e tanto meno a sorprendere. Un peccato senza assoluzione per una pellicola che al di là della lunga passerella con continui cambi d’abito, glamour e guest star non riesce a trasmettere altre emozioni in grado di ribaltare la sensazione di una storia stantia che procede per espedienti e falsi miti. 

Papillon: la recensione

di FREDERIC PASCALI - Esistono storie che sono naturalmente portatrici di un fascino e di una visione fuori dal comune che le rendono costantemente vicine ai confini di quello che definiamo impossibile. Una di esse è senza dubbio quella autobiografica raccontata da Henri Charrière, per tutti “Papillon”, e pubblicata nel 1969. Un bestseller che il cinema ha già fatto suo con una pellicola del 1973 il cui attuale remake, diretto da Michael Noer, stenta non poco a rinverdirne gli allori.

Papillon nella Parigi degli anni ’30 è dedito alla bella vita grazie ai furti di preziosi che mette costantemente a frutto su commissione. Ma dopo aver passato una notte con la sua amante, una giovane ballerina di nome Nenette, viene arrestato dalla polizia con l’accusa di aver assassinato un uomo. È innocente ma è stato incastrato dal suo capo e le prove schiaccianti contro di lui lo portano alla condanna ai lavori forzati nella lontana “isola del Diavolo”, nella Guayana francese. Nel viaggio conosce Louis Dega, un milionario divenuto tale imbrogliando e falsificando titoli finanziari. È l’inizio di quella che diventerà una grande amicizia e di un racconto che darà vita alla sua leggenda.

Michael Noer gira con il piglio hollywoodiano e la fotografia patinata e ordinata di Hagen Bogdanski lasciando molti rimpianti per quello che avrebbe potuto essere e non è stato. Sin dalle prime battute appare chiaro che le scelte stilistiche e di regia condurranno sulla strada dell’avventura “mordi e fuggi”, nella quale le attenzioni maggiori si materializzano sulle prove fisiche da affrontare e sul piglio un po’ “spaghetti western” di cui sembra essere afflitto il protagonista. Un effetto che assorbe totalmente i 133 minuti della pellicola snaturando l’aspetto umano preponderante nel precedente lavoro diretto da Franklin Schaffner. Tuttavia, nonostante le scelte di sceneggiatura, di Aaron Guzikowski, Charlie Human, “Papillon”, e Rami Malek, “Louis Dega”, forniscono una discreta prova recitativa e in parte rendono meno gravoso l’incombere del peso dei loro predecessori, Steve Mc Queen e Dustin Hoffman.


Loro 1: la recensione

di FREDERIC PASCALI - Il probabile e l’improbabile si sfiorano, si toccano, si mescolano e finiscono per coincidere in una realtà che riempie un dietro le quinte già ricolmo di maschere e comparse, pronte a sgomitare e a farsi largo in una sorta di limbo dove l’impossibile sembra possibile, fino all’approdo al palcoscenico dove “Lui” è l’unico incontrastato protagonista.

L’atteso ritorno alla regia di Paolo Sorrentino si concretizza in una storia che fa da anfitrione alla figura di un Silvio Berlusconi settantenne alle prese con il rapporto sfilacciato con la moglie Veronica, mentre sullo sfondo si agitano e vivono i numerosi figuranti che ne circondano le seconde e le terze schiere di fedelissimi.

“Loro 1”,  prima tranche di un film distribuito in Italia in due parti, poggia su di un lungo prologo costruito sulla figura di Sergio Morra, un giovane piccolo imprenditore tarantino senza scrupoli che, insieme alla moglie Tamara, è alla ricerca del salto di qualità per abbandonare la sua realtà di provincia e puntare tutto sul tavolo romano, raggiungere l’inarrivabile: “Lui”, Silvio Berlusconi.

Sceneggiata da Sorrentino stesso insieme al fedele Umberto Contarello, la struttura narrativa di “Loro 1” sembra muoversi sulla falsariga di un racconto a metà tra fiaba e favola. Senza voler esplicitare una morale, lasciandola decantare nella trama degli eventi, vi è una componente magica che muove e avviluppa tutti i personaggi che appaiono costantemente al di sopra delle righe, imprigionati in dei corpi dove l’umanità ha lasciato spazio all’ Es freudiano, libero di gestire ogni rapporto unicamente nel recinto “bestiale” delle pulsioni erotiche. In questo contesto non manca, come ne “La Grande Bellezza”, la presenza di animali umanizzati in una dimensione surreale.

La pecora che guarda il quiz di Mike, in un loop lynchiano su di un televisore di villa Certosa, ne è un esempio lampante che fa da proscenio alla presenza del Silvio Berlusconi magistralmente incarnato da Tony Servillo. È il padrone del castello in cui tutti vogliono entrare, dove il tempo sembra scorrere senza alcuna frenesia, irreggimentato nelle letture della moglie Veronica o in una giostra che lentamente riprende il lembo di un passato destinato a diventare solitudine. Detto della bella fotografia alternata di Luca Bigazzi, toni caldi e vischiosi per “Loro” e nitidezza algida per “Lui”, un plauso speciale meritano le prove interpretative di Riccardo Scamarcio, “Sergio Morra”, e Fabrizio Bentivoglio, “Santino Recchia”.

Ready Player One: la recensione

di FREDERIC PASCALI - Steven Spielberg torna a occuparsi di fantascienza celebrando un’epoca, quella identificabile tra il tramonto degli anni ’70 e gli spensierati anni ’80, attraverso la presentazione di uno dei suoi frontespizi più pop: l’universo dei videogame. Un’operazione nostalgia, costantemente in bilico tra mondo reale e virtuale, che, dettata dalla trasposizione cinematografica dell’omonimo romanzo di Ernest Cline, nell’occasione sceneggiatore insieme a Zak Penn, scorre serrata senza inciampi e titubanze.

Negli Stati Uniti del 2045, nella città di Columbus, vive Wade Watts, un giovane disagiato che, come gran parte della popolazione terrestre, abita una seconda vita in un luccicante e complesso mondo virtuale chiamato “Oasis”. Qui il suo alter ego immateriale, Parzival, è impegnato nella grande gara indetta da James Halliday,il defunto e geniale creatore del programma. Alla fine di un percorso di prove quasi insuperabili si trova un “Easter Egg”, un livello segreto, che consente, a chi lo raggiunga, di ottenere il controllo dell’intero sistema. Aiutano Wade un gruppo di amici tra cui l’affascinante Art3mis/Samantha e il corpulento Aech, in versione reale nulla di più che una fanciulla di nome Helen. Per riuscire dovranno superare anche la concorrenza spietata della “IOI”, la multinazionale tecnologica capitanata dal perfido Nolan Sorrento.

“Ready Player One”, seppure affascini per la sua capacità di coniugare con estrema semplicità i diversi piani del racconto, assomiglia più a un “divertissement” che, muovendosi tra spunti di riflessione e morali più o meno celate, punta a gemellare differenti generazioni nell’unico solco del “piacere del giocare insieme”. Un’impalcatura di innumerevoli citazioni d’ogni tipo sostiene l’intero impianto narrativo, dal richiamo a “Space Invaders”, il mitico videogioco della fine degli anni ’70, agli omaggi ripetuti a Robert Zemeckis e il suo “Ritorno al futuro”, a Stanley Kubrick con il sempiterno “Shinning”, a “Terminator”, a “Il signore degli anelli”; una pletora di rimandi cui non fa eccezione il volto virtuale di Parzival, che sembra ispirarsi a David Bowie, e quello de “Il Curatore” con i tratti alla Alberto Sordi.

All’altezza della situazione risultano le prove di tutti gli interpreti, di spicco quella di Tye Sheridan, “Wade”, e del caratterista Ben Mendelsohn, “Sorrento”; sconfinano nell’eccellenza le musiche di John Williams e la fotografia di Janusz Kaminski.

Lady Bird: la recensione

di FREDERIC PASCALI - Declinare la poesia dell’adolescenza, scegliendo i versi più appropriati per darne sentore senza tralasciare alcun aspetto della sua grande potenza espressiva, è uno dei compiti più ardui che spetta a chiunque si cimenti nell’impresa. Greta Gerwig, all’esordio alla regia ma già brillante nella sua breve carriera d’attrice, lo fa dispensando talento a piene mani e, complice la bravissima Saoirse Ronan, “Lady Bird”/”Christine”, costruisce una pellicola di notevole fattura che, nonostante presenti una trama tesa a inglobare tutto il possibile in una rapida definizione degli eventi,snoda con la giusta intensità i punti di svolta che sferzano l’intero racconto.

Christine, per tutti “Lady Bird”, è un’adolescente di Sacramento che seppur frequenti il liceo cattolico a due passi da casa sua, è costantemente attratta dalla possibilità di trasferirsi nella East Coast e trovare finalmente una sua dimensione. Insofferente all’ordine costituito, alla ricerca di uno sbocco per il suo talento, decide di iscriversi alla compagnia di teatro della scuola e con l’amica Julie intraprende un percorso di emancipazione che diventa fonte di un costante conflitto con la madre.

Pur non riuscendo a trasformare alcuna delle sue cinque Nomination in una statuetta, “Lady Bird” resta un film di fattura pregevole che nel novero di quelli dedicati al mondo dell’adolescenza, i cosiddetti “teen movie”, guadagna senz’altro uno dei gradini più alti del podio. Una pellicola moderna, ambientata nel 2002 del dopo “11 settembre”, che è perfettamente a suo agio con movimenti della macchina da presa molto classici che nulla tolgono alla sua inclinazione ribelle, incastonata in un’ aurea di sensibilità, di cui quasi tutti i protagonisti sembrano pervasi. La fotografia di Sam Levy mutua in una luce dai temi caldi la forza di una narrazione che, strettamente correlata alla biografia della regista, corre sul filo di un anticonformismo mai sguaiato o autoreferenziale. La sceneggiatura, della stessa Gerwig, pur nutrendo qualche passaggio ansiogeno, sposa efficacemente il conflitto generazionale genitori – figli sottolineandone gli aspetti salienti anche grazie all’eccellente performance di Laurie Metcalf, la “madre di Lady Bird”. 

La forma dell’acqua: la recensione

di FREDERIC PASCALI - Il meraviglioso mondo di Amélie Poulain ha un suo alter ego distopico, con una nuova protagonista confinata in un  microcosmo di piccole e solitarie abitudini vissute con il piglio dei semplici di cuore. È il mondo di Guillermo Del Toro che dirige la sua fiaba dai contorni noir con un’eleganza tale che tutti gli interpreti sembrano essere elementi di una perfetta coreografia danzante. Non pochi sono i rimandi e le citazioni, da i fratelli Coen a Hitchcock (il “mcguffin” dell’uovo), che convergono nel tema del “diverso”, materia forgiante dell’intero racconto nel quale confluiscono sia lo spirito drammatico che quello romantico.

La storia ambientata nel 1962,in piena guerra fredda, segue la vicenda di Elisa, una donna affetta da mutismo, non più giovanissima, impiegata come addetta alle pulizie di un super segreto laboratorio governativo americano. Prigioniera di una routine quotidiana ossessivamente ripetitiva, confortata della presenza di soli due amici, la collega Zelda e il vicino di casa Giles, un anziano artista dall’omosessualità celata, casualmente si imbatte in una creatura dalle sembianze di uomo anfibio frutto di un qualche maldestro esperimento. È l’inizio di un legame inedito e impensabile.

“La forma dell’acqua” ha una indubbia natura poetica e ironica esaltata dalla bravura degli interpreti,a cominciare dalla superba Sally Hawkins, “Elisa”, empatica con la fotografia cupa e acida di Dan Laustsen,  agli irresistibili caratteristi Michael Shannon,”Richard Strickland”, e Richard Jenkins, “Giles”, per finire con Octavia Spencer, “Zelda”. Vincitore del Leone d’Oro all’ultimo Festival di Venezia, la pellicola di Guillermo Del Toro si avvicina alla notte degli Oscar con il record di Nomination, tredici, senza, tuttavia, riuscire a fugare completamente la sensazione ricorrente di dèjà vu che ne attanaglia tutti i passaggi di sceneggiatura,a cura di Vanessa Taylor e dello stesso regista, che spingono le caratteristiche drammatico avventurose fino a lambire pericolosamente i margini del grottesco. Alcun dubbio invece per la musica di Alexandre Desplat che, oltre la candidatura alla statuetta, raccoglie ancora una volta plausi ed elogi.

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