Gazzetta, c’è Cairo?

(Getty)
di FRANCESCO GRECO - BARI. Cinque milioni per la “Gazzetta”: tre volte l’ingaggio del “Gallo” Belotti. Sarebbe l’offerta dell’editore piemontese (Alessandria, 21 maggio 1957) Urbano Cairo alla “Edisud S.p.A.” del siciliano Mario Ciancio Sanfilippo (ma oggi la storica testata meridionale è in “amministrazione controllata”) per rilevare il giornale nato nel 1887, in crisi da 6 mesi, con i circa 300 fra redattori e poligrafici pagati con gli “acconti”, fra stipendi ridotti del 40%, scioperi che hanno tenuto più volte il giornale lontano dalle edicole e appelli alle istituzioni (Mattarella). 
   
Sarebbe stata formulata la scorsa settimana, e includerebbe anche le rotative della tipografia di Viale Scipione l’Africano, 264. 
   
Cairo non è il primo a manifestare interesse per il giornale di Puglia e Basilicata, in crisi vertiginosa di lettori: in pochi anni è precipitato da 60/50mila copie alle attuali 15mila copie.
   
Nei mesi scorsi, l’editore di ”Libero”, “Il Tempo”, il “Corriere dell’Umbria”, ecc. e proprietario della catena di cliniche private “San Raffaele”, Antonio Angelucci, aveva messo sul piatto il doppio: 10 milioni. Ma il giornale dev’essersi, nel frattempo, ulteriormente svalutato. 
   
Si era fatta avanti anche la Lega delle Cooperative, ma si ignora la cifra offerta. Mentre abortì l’idea di una società cooperativa fra poligrafici e un piano di prepensionamenti. Suggestiva, poetica, “pittoresca”, come direbbe Karl Kraus, l’idea di pagare gli stipendi con i patrimoni immobiliari che lo Stato blocca perché sospetti. 
   
Lo stesso Silvio Berlusconi si era mostrato partecipe delle sorti della “Gazzetta del Mezzogiorno”, suscitando l’astiosa reazione dei redattori del “Giornale”, house organ a sua volta in crisi, di copie e pubblicità, tanto da ipotizzare la chiusura della redazione romana. Ma il suo corteggiamento forse è rimasto a livello embrionale, o il Cavaliere si è fatto scoraggiare dall’ostilità pregiudiziale annunciata dai redattori.
   
Non che Cairo e Angelucci siano estranei, distanti dalla costellazione e lo storytelling berlusconiani: l’editore – che “nasce” come uomo Fininvest “dopo un colloquio” col Cavaliere nel 1981 dice la leggenda - era stato accreditato dallo stesso in pole position per la sua “successione” al timone del centrodestra quando avesse deciso di autopensionarsi (e badare solo alle sorti del Monza in C). 
   
La tiepida reazione di Cairo ai rumors e alla possibile “investitura” aveva convinto i più del suo pensiero in materia: l’editoria ha più potere della politica, anche al tempo della sottintesa e pervicace “normalizzazione” dell’informazione, scritta e parlata, da parte del governo Lega-M5S (il sottosegretario grillino alla Presidenza del Consiglio con delega all’editoria, senatore Vito Crimi, ha il ghigno di un mastino messo lì per la bisogna). 
   
Angelucci (1944), da parte sua, è stato per tre legislature deputato del Pdl-Forza Italia, eletto in Basilicata, ma a marzo 2018 non si è ripresentato.
   
Il tutto avviene, è il caso di rammentarlo, a pochi giorni dal rilancio del “Corriere del Mezzogiorno”, il dorso pugliese del “Corriere”, ora arricchito da due pagine sulla Basilicata.
   
Cairo è un magnate dell’editoria e della comunicazione: dall’estate del 2016 è presidente e amministratore delegato della RCS che edita il “Corriere della Sera”. Sempre RCS la casa editrice “Solferino”. E’ proprietario de La7, della casa editrice che porta il suo nome e che edita un plateau di settimanali, quindicinali e mensili  (DiPiù, Diva e Donna, Tv mia, Giallo, Airone, Bell’Europa, ecc.). 
Inoltre è presidente del Torino F.C. 
   
L’anno scorso entrò nel pour-parler del fallimento della S.S. Bari (oggi in D), ma fu “bruciato” da De Laurentiis che lo rilevò per 2 milioni. Il tutto mentre i marchi indigeni, come le famose stelle di Cronin, stanno a guardare ritagliandosi il ruolo meno impegnativo e rischioso di ascari, peraltro estraneo al dna e alla storia della città.
   
Insomma, un impero mediatico bello congruo, com’è nell’exprit del capitalismo del III Millennio, per stare dignitosamente sui mercati e competere con i colossi mediatici e le piattaforme planetarie. Peraltro, già oggi “RCS MediaGroup S.p.A.” raccoglie la pubblicità nazionale per la testata barese (“Mediterranea S.p.A.” quella locale). 
   
Cairo è detto “Mani di forbice”: appena arrivò al “Corriere”, una delle prime cose che fece fu tagliare i vaccini antinfluenzali per i redattori. Come dire: morale francescana, spartana, massima attenzione ai conti in ordine.
   
I rumors che annunciano lo sbarco della corazzata Potemkin di Cairo a Bari (“San Nicola ama i forestieri”) giurano e spergiurano che procederà a un pesante, radicale restyling: la “Gazzetta” ha quasi gli stessi redattori del “Corriere”, otto edizioni (e rispettive redazioni): il che è un’anomalia evidente al tempo dei pixel e della viralità, in anni di vacche magre, anche perché la testata rinuncia ai finanziamenti, diretti e indiretti, della legge 250/90, inseguendo una purezza retorica anche per l’apollineo Parsifal. 
   
Sanare il bilancio, fissare il break-even, riposizionare la testata nel panorama funesto dell’editoria italiana e meridiana (venti anni fa i quotidiani vendevano 5-6 milioni di copie al giorno, oggi meno di 2) sarà una vera impresa degna del suo spirito imprenditoriale.

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