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Quel sindaco “adottato” dalla gente del suo paese

di FRANCESCO GRECO - Le api sono insetti molto intelligenti. Osservate la perfezione geometrica delle arnie, la loro architettura sociale e del lavoro, il senso di comunità. I Messapi, i nostri misteriosi antenati, furono grandi allevatori di api. 

Anche le formiche sono geniali: soffermatevi a guardare com’è fatto un formicaio. E’ un labirinto così strutturato e funzionale da far invidia all’archistar più celebre. Anche la loro vita sociale è rigida: senso dell’ordine, del dovere, il rigore delle relazioni, l’ossessione per il domani. 

Non per niente il poeta Tommaso Fiore ha detto di noi come di un “popolo di formiche”. 

Api e formiche sono il nostro dna, plasmano il patrimonio genetico: le loro virtù (su tutte la mistica del lavoro, la mission) sono la quintessenza più intima del nostro essere eredi di grandi civiltà. 

Il lavoro tenace, oscuro e prezioso, la solidarietà nei rapporti (avete mai visto una formica correre in aiuto dell’altra che trascina un chicco troppo grosso?). L’ansia di bellezza, il desiderio di volare verso l’orizzonte a inseguire sogni, speranze, utopie, spesso anche contro le leggi della Fisica, come fanno inspiegabilmente leggiadri i rozzi calabroni.

Le “memorie” di Antonio Lia trasfigurano l’icona di ciò che siamo: un pò api, un pò formiche. Un’intrigante osmosi fra pubblico e privato, mirabilmente intrecciati, dal centro (Roma, il Parlamento) alla periferia (Specchia, vista con amore, vissuta come ombelico del mondo). 

Una gallery di ricordi, belli e aspri, ricostruzioni di eventi in cui rivive mezzo secolo del suo vissuto di uomo del Sud dentro le istituzioni a tutti i livelli. 

Ma nella sua complessa, barocca parabola, umana e politica, per transfert leggiamo anche la storia di una terra, il suo desiderio di libertà, di autostima, l’ansia di essere protagonista del suo destino, la base della piramide sociale che prende coscienza de quel che è e lotta per il progresso, per l’emancipazione da antichi conquistatori e nuovi colonizzatori.

L’educazione cattolica lo porta a sovrapporre Cristo a Marx, trovando punti di contatto nei loro “messaggi”. Ma infinite sono le chiavi d’accesso a questo libro rapido e sapido, semanticamente affollato, cosparso di una vitalità che è quella del Sud migliore, a tratti pregno di un magnetismo magmatico, dalle scansioni polisemiche: storiche, sociali, politiche, sociologiche, antropologiche, etiche, psicologiche e quant’altro. Ognuno può leggerlo come vuole. 

Intrecciando i livelli di decodificazione, la storia di Specchia, un paese di Terra d’Otranto sospso fra Europa e Mediterraneo, diviene così la pregna metafora di un Sud cosciente delle sue potenzialità, che si batte per uscire da un’atavica marginalità, ma come Gulliver, è immobilizzato da mille impedimenti, culturali e politici. 

Nelle dinamiche interne di questo saggio di Antonia Lia, “Il paese che era la mia casa”, Youcanprint Tricase/Lecce, 2019, pp. 128, euro 12 (copertina di Annalisa Scarcia), appare un universo dalle specificità uniche, tenuto insieme da una strana energia, una misteriosa alchimia: algoritmi segreti per i quali basterebbe poco – la storia di Specchia lo insegna anche agli scettici, gli ipercritici, moralisti, disfattisti, masochisti – per farlo decollare, credendo a se stesso, avendo più autostima. 

Il volo del calabrone di cui si diceva. 

Quando al bar di un paese “piccola capitale”, noto intra ed extra moenia, puoi dare del “tu” a Carlo Rubbia e nell’atrio di un palazzo avito porgere brevi manu il manoscritto a Inge Feltrinelli, vuol dire che api e formiche hanno lavorato bene, che è accaduto qualcosa di magico, un mood invidiabile, un circuito virtuoso si è misteriosamente attivato, e tutto il territorio, solo se lo vuole, può goderne i frutti. 

Forse dovremmo precipitarci a chieder loro la formula magica, l’aleph, il vello d’oro. Magari una full immersion per farci dire come si fa a dar corpo alle proprie visioni, afferrare la materia dei propri sogni. 

Ma nemo propheta in patria (Freud la chiamerebbe “invidia del pene”). 

Quasi mai api e formiche, figli del popolo come Masaniello, sono stati compresi. 

Così sono stati combattuti, dall’esterno, ma anche dal “fuoco amico”, dai “nati bene”, le cicale che vivono di rendita, quelli di cui Bukowski dice “non hanno mai avuto un mal di denti né una gomma a terra”, i mediocri, i “mediani” che non conoscono la fatica, i sacrifici, le privazioni, le umiliazioni. 

Noi basilischi che se ci indicano la luna guardiamo il dito, abbiamo così ostacolato api e formiche per partito preso, per grettezza d’animo, vaghezza culturale. Con una veemenza iconoclasta degna di cause più nobili. Vero è che l’asprezza dello scontro politico dettato dalle ideologie che hanno insanguinato il Novecento e abbrutito l’uomo – formattate, almeno nel loro etimo primitivo – ha fatto da canovaccio. Ma ci abbiamo messo del nostro. 

E non ci siamo accorti che negando i meriti acquisiti sul campo a umili formiche e api infaticabili che hanno lavorato per la comunità (mentre altri politici badavano ai cavoli loro, come Mani Pulite ha mostrato), invidiandoli forse perché lasceranno una traccia, combattendo gli uomini del fare, il loro pragmatismo appassionato e generoso, abbiamo tagliato il ramo dov’eravamo seduti e così siamo ricaduti nella marginalità, nella colonìa.

La colpa di api e formiche è stata di non adeguarsi allo stereotipo della sconfitta, l’archetipo che hanno costruito su di noi e che è diventato nostro: la rassegnazione, la (sotto)cultura del lasciar correre, viversi addosso, girarsi dall’altra parte, il fatalismo del “chi me lo fa fare”. In una parola: la conservazione dello status quo.

Ma se Eichendorff ha scritto che “solo un grande dolore permette di aprirsi un varco attraverso il tempo”, api e formiche hanno continuato a lavorare nonostante le ferite sanguinanti, a credere che i destini possono cambiare, la dignità possibile, il pane conquistato.

Oggi che i politici paiono clonati e anonimi nella loro irrilevanza (grazie anche a sistemi elettorali perversi), algidi ectoplasmi privi di pathos, ripiegati sulle loro esigue carriere, garantiti dai “listini” non dai cittadini conquistati uno a uno, blindati nella virtualità dei social dove si dedicano al loro ego claudicante. Oggi che tutto pare perduto, corrotto, brutto e volgare, le parole svuotate di senso, la koinè è quella di chi ci domina, forse avremmo bisogno di api laboriose e di formiche appassionate, dall’energia inesauribile. 

Per tentare di rinascere, ritrovare la dignità perduta, prenderci il pane che ci negano per noi e i nostri figli, disfare il trolley pronto per partire desertificando la nostra terra. Per “riveder le stelle”. 



E se un’utopia si può ancora osare, se speranza c’è, solo con le api e le formiche potremo costruirle. Il libro sarà presentato mercoledì 1 maggio al Castello Risolo (ore 19. 30), con con l’introduzione di Francesco Caccetta (che firma l’introduzione) e le letture dell’attrice leccese Carla Guido.