“Il mosaico della felicità” oscilla tra l’anima scientifica di Dario Cianci e quella poetica di Santa Fizzarotti Selvaggi

di FILIPPO MARIA BOSCIA - Un libro particolare che unisce la leggerezza della poesia alla serietà della scienza. Da un lato l’anima poetica di Santa, in continua oscillazione tra sogno e realtà, dall’altro l’anima scientifica di Dario, intenta a non farci mancare alcuna preziosa nozione. Una proficua collaborazione nata da un incontro, al tempo stesso fortuito e fortunato, della curatrice professoressa Santa Fizzarotti Selvaggi con l’altro autore professore Dario Cianci, purtroppo scomparso. Possiamo tranquillamente affermare che il connubio, senza dubbio insolito, è molto ben riuscito. Infatti dappertutto traspare il notevole impegno profuso, sia dall’uno che dall’altra, per le citazioni dotte.

Nel volume  «Il mosaico della felicità» ( Levante editori, Bari, 2019)   la prosa di Santa è un percorso difficile che transita dai tanti ricordi mitologici alle originali interpretazioni personali. A partire dalla “materia vivente che si fa corpo e corporeità generata da elementi primordiali: l’acqua, l’aria, la terra e il fuoco”. (32)
 
 Particolare la sua immagine dell’umanità: “Ma chi siamo noi se non l’insieme di luce e tenebre, essere e non essere, bene e male, odio e amore, vita e morte, frammento del tutto quale segno della natura, quale creatura alla ricerca di sé nella continua trasformazione delle cose?”. (37) E ancora: “Immagino spesso che noi siamo “stelle viventi”, risultato di un processo dinamico e misterioso in cui gli elementi si fanno carne e sangue sicché i nostri occhi possano guardare il Cielo e i nostri sensi possano godere dei colori del giorno e dell’oscurità della notte. Ed è così che vivo nella speranza che al di là della dissoluzione della materia, del nostro corpo i pensieri possano migrare nell’universo e come le stelle ricomporsi in altri corpi dando vita, attraverso i sensi, a nuovi pensieri, e così all’infinito. Il sogno dell’eternità!”. (39)

Perché “Non c’è mai fine o principio, ma forse solo la trasformazione dell’esistente all’interno di una “Ragione” a noi sconosciuta.” Una ricerca dell’Assoluto certamente per lei non nuova. In questo “Le Arti, la Poesia, quali sogni ad occhi aperti, sono un modo di venire al mondo, di far nascere nuove parti di sé, di trarre dalla notte della nostra anima la luce di nuovi giorni nella speranza di scrivere il nostro nome nel Cielo e consegnarlo alle Stelle”. (43)
   
Per Santa “La Poesia è l’emozione dell’originario. Il suo linguaggio scaturisce dal desiderio di ritrovare un luogo perduto, di risentire un tempo vissuto, di ricomporre l’arcaico oggetto d’amore, di svelare le trame sconosciute e segrete del cuore” … “La Poesia nasce dal prodigio del niente, quale metafora di una immaginaria sacralità infranta: l’unione impossibile svanita nella realtà del divenire. Non più illusione di un’atemporale eternità, né onnipotente rappresentazione del mondo, ma simbolo di perdita e separazione”. (73) “La Poesia è corpo e corporeità, sentimento e ragione: intelligere. In tal senso è radicata nella stessa esistenza umana e costruisce nuovi legami fondati sulla molteplicità delle rappresentazioni del mondo. E’ pensiero che appartiene per principio all’arcaicità e alla tragicità del destino che tenta di rappresentare”. (74) “L’uomo, nella sua totalità, è abitato dal soffio della Poesia che nasce dal silenzio per iscrivere il testo della Natura nella sua complessità”. (75) “Poesia, pittura e musica sono sogno ad occhi aperti di luoghi perduti e lontani, di scenari futuri che germinano in quel vento cosmico pregno di fecondità che trasforma il mondo”. (82) “La Poesia è figlia della nostalgia, delle acque perdute della beatitudine…”. (86) “Acqua, Vento, Fuoco (da lei definiti i simboli del mistero): dal nulla delle fluttuazioni nel vuoto la materia appare, si aggrega, si infiamma e genera l’intero Universo, le stelle e i pianeti, gli uomini e le cose, le Arti e la Coscienza”. (89) “Ed è la Natura che produce l’Idea rappresentata, a sua volta, dall’Arte”. (91) “L’arte è parola di luce, di un nuovo intelligere la natura delle cose e le profondità chiaroscurali della mente”. (92)
   
Dopo questa ristoratrice lode dell’Arte in generale e della Poesia “Pillole di profonde riflessioni a cui Santa è indubbiamente più legata, in particolare, vengono descritti in modo molto positivo gli Artisti “sono coloro che tentano di riformulare i segreti dell’abisso, di porre ordine al caos, di trovare e di trascrivere tutto ciò che già esiste!”.

In un ulteriore registro culturale riflettere sulle difficoltà del mistero che avvolge l’arte: “Gli artisti, come tutti, tentano di conoscere il mistero dell’umanità attraverso l’atto del “creare”. In tal modo essi si illudono di ri-creare il mondo”, sebbene alla fine riconosca che “L’atto creativo è una necessità per sentirsi liberi e trovare nuovi scenari nel mondo”. (94)

Come si vede la visione generale è complessa e non può sempre essere facilmente interpretata. Le mie impressioni partono dalle tante righe che mi hanno colpito e che vanno studiate a fondo perché cariche di sentimenti nascosti. Certamente la poesia di Santa rende palpabile ciò che descrive e si caratterizza per la dovizia di particolari. E’ come se stessimo lì dov’è lei in quel momento, sia esso alba o tramonto, tanto da vivere quasi le sue stesse emozioni. Perché la natura, le piante - le sue piante di quel giardino incantato che ha tanto ben descritto ne “Il giardino del melograno” - la emozionano, la intrigano, soffrono e gioiscono con lei. “Il giardino è l’orchestra vivente della Terra e del Cielo che esegue concerti diversi, sinfonie e polifonie sempre nuove ed infinite: rossi, verdi, gialli, un insieme meraviglioso di suoni, voci, strumenti, emozioni. Si tratta del canto della Natura che sussurra all’uomo suoi segreti.” (149)

Dei numerosi, originalissimi componimenti, intercalati qua e là, volutamente non parlo. Lascio ai curiosi lettori la piacevole scoperta! Continuo invece a seguire Santa che, con la sua arca di scienza, affronta nel suo peregrinare immaginifico, le meraviglie di un’altra arte rilevante la musicalità dell’universo: speditamente lancia un ormeggio e osservando dalla sua arca lancia l’appiglio all’ampio discorso sulla natura tenuto con grande maestria da Dario Cianci a partire dalla biodiversità.

Oggi si parla tanto di biodiversità, un concetto relativamente recente, pur se sono passati più di trent’anni da quando fu coniato tale termine, (117) e se ne auspica fortemente il mantenimento, che è uno dei compiti più importanti dell’ecologia, una scienza anch’essa relativamente giovane, inquadrato nel rispetto dello sviluppo sostenibile. (118) La biodiversità, citata già nel sottotitolo del libro, è illustrata molto bene dal punto di vista scientifico, con tutte le sue conseguenzialità, che si tralasciano per non tediare oltre il consentito l’auditorio, ma che saranno giustamente apprezzate dal lettore più interessato.

La biodiversità o diversità biologica è, per dirla in maniera semplificata e più facilmente intellegibile, come lo stesso autore fa, “l’insieme di tutti gli organismi viventi e dei complessi ecologici che essi costituiscono”. (117) Ma com’è nata la vita? E’ l’antico dilemma, filosofico e scientifico, sulle origini del mondo. Anche Dario si pone la domanda ricorrente: è nato prima l’uovo o la gallina? (45) E’ l’eterno dissidio tra creazionisti ed evoluzionisti, o se vogliamo tra credenti e non credenti.  Egli comunque decide di evitare dubbi atavici e angoscianti (“Beato colui che non ha dubbi; dormirà sonni tranquilli.”), (47) pur ritenendo che si debba evitare il conflitto tra le due opposte fazioni e contrastanti  posizioni per mantenere aperto il dialogo. Alla ricerca della soluzione, di un problema ancora irrisolto e forse irrisolvibile. Per cui conclude: “Le argomentazioni ideologiche, filosofiche o teologiche non possono sostituire la base empirica per dimostrare che hanno ragione gli evoluzionisti o i creazionisti. Senza pregiudizi e preconcetti, il modello che si adatta meglio ai reperti che saranno resi disponibili deve essere accettato come il più plausibile”. (72)
 
Dario ci ricorda che “La biodiversità è fondamentale per lo sviluppo sostenibile perché influenza l’equilibrio e la produttività dell’ecosistema, la sua economia e la sfera etico-culturale. La conservazione delle popolazioni autoctone è la condizione per il processo evolutivo, che si sviluppa con un continuo adattamento alle mutate condizioni dell’ambiente”. (121) In natura le specie descritte sono circa due milioni mentre quelle stimate ma non ancora catalogate sarebbero oltre cento milioni. Sembrano tante, eppure oggi più che mai si teme per la loro estinzione. Si è ormai perso più del novanta per cento delle specie cosiddette “addomesticate”: ad esempio, si coltivano solo cinque diversi tipi di pere, ed è un un male, perché se un insetto attacca una specie, quella non si salva. “La perdita è oggi molto più rapida che in passato ed è dovuta soprattutto all’azione dell’uomo sull’ecosistema sempre più legata al sovra sfruttamento delle risorse.” (133)
 
L’Autore poi parla dell’importanza delle razze animali autoctone, in riferimento a quelli che definisce animali da reddito, purtroppo geneticamente alterate anche in Italia dall’introduzione di razze esotiche, esaltate ed imitate, contro cui ci ricorda di essersi battuto personalmente a livello del CNR (Consiglio Nazionale delle Ricerche) per la difesa delle razze autoctone che ci assicurano prodotti alimentari più validi e meno inquinati rispetto all’uso/abuso di addittivi alimentari quali, ad esempio, l’uso di antibiotici. Tra l’altro le razze esotiche risultano per le loro caratteristiche naturali, ma anche più resistenti. (164)
 
Fondamentali anche in questo campo sono risultati i progressi della genetica: l’archeogenomica in particolare permette di conoscere “come i genomi e gli organismi si siano separati ed adattati nelle varie ere geologiche” (174), consentendo di ricostruire la storia evolutiva e demografica delle varie razze attuali. Di grande utilità è pure l’ingegneria genetica che consente di ottenere popolazioni animali o vegetali geneticamente modificate, i cosiddetti OGM (organismi geneticamente modificati), al fine di potenziare le capacità riproduttive o la resistenza a patologie (184), pratica che a suo parere non va demonizzata: “deve essere evitato il dualismo tra scienziato e bioetico; lo scienziato conosce i problemi scientifici e deve saper proporre coscientemente i limiti etici; deve evitare di fondare le scelte su ideologie preconcette e di sacralizzare la natura; ma non può consentire tutto senza domandarsi dove gli interventi possono portare.” (203) Anche perché pure per l’uomo “la genetica molecolare consente la programmazione di terapie personalizzate sulla base della conoscenza della predisposizione genetica… e… la conoscenza del genoma degli agenti patogeni può favorire la lotta con medicine adeguate”. (187)
 
Segue una parentesi a quattro mani dedicata agli animali d’affezione, oggi a grande diffusione, soprattutto i cani (in particolare Santa narra del suo cagnolino Glikà), e ai quali si tende a concedere molti più diritti che in passato, a volte forse anche più del dovuto, rispetto ad ogni altra specie vivente, vegetale o animale che sia. Certamente ci “fanno compagnia, favoriscono la socializzazione e l’esercizio fisico, trasmettono la voglia di vivere e l’ottimismo ed allontanano lo stress, i problemi, la depressione”. (298).

In questa occasione viene espresso il dissenso di entrambi contro l’utilizzo e lo sfruttamento degli animali per finalità circensi, esibizionistiche (come negli zoo) ed agonistiche (in gare di ogni tipo). “A noi tocca la gioia di sentire, comprendere e custodire le Creature che ci tengono compagnia; ai poeti, ai pittori, ai musicisti è risarvato il compito di fermare in un istante d’eternità il loro divenire lasciando rivivere tra fiori e frutti il mistero dell’origine.” (232)

Poi Dario affronta il problema alimentazione umana che mette in relazione all’area geografica e al suo clima che si può compendiare nella frase: “le esigenze alimentari dell’uomo sono compatibili con le risorse naturali del proprio ambiente e la qualità delle produzioni delle razze autoctone gestite nelle condizioni naturali rispondono pienamente alle necessità nutrizionali dell’uomo della propria area”. (254)
 
Le pagine successive sono dedicate ad alcuni alimenti in particolare. La carne, (245 e seguenti) che è stata fondamentale per lo sviluppo dell’encefalo negli ominidi, a merito del suo contenuto in acidi grassi polinsaturi a catena lunga, cosa che dovrebbe superare ogni pensiero vegano. Importante nella dieta bilanciata un suo adeguato consumo per l’apporto di nutrienti chiave (proteine, che arrivano sino al venti per cento del totale, nobili come valina, leucina e isoleucina, indispensabili per l’efficienza dell’apparato locomotore e la sintesi di neurotrasmettitori, molecole antisenescenza, come la carnosina, contro l’invecchiamento e la degenerazione cellulare, minerali (ferro e zinco) e vitamine, soprattutto a funzione antianemica). Il latte, (237 e seguenti) fonte di vita e di salute secondo i medici medievali, migliore quello di ovini e caprini, per sapore e qualità, condizionata sia da fattori genetici che extra genetici (come il clima e il foraggio), in particolare quello prodotto nella Murgia Barese, a noi tanto cara, sede di produzione di ottimi formaggi, come il canestrato e il caciocavallo, di cui tesse le lodi e il cui consumo rappresenta un ritorno alle antiche tradizioni alimentari.

Dario infine parla di due animali, l’asino (233 e seguenti) e il dromedario (283 e seguenti). L’asino, oggetto di culto nei popoli orientali ed africani, prescelto anche da Gesù come simbolo di mansuetudine per l’ingresso in Gerusalemme. Dopo la grande riduzione numerica nella seconda metà del Novecento, dovuta al fatto che non si è più usato per lavoro, occorre oggi recuperarne la variabilità genetica, a scopo alimentare, soprattutto per il latte, molto simile a quello della donna.
La storia racconta di tanti neonati salvati grazie alle proprietà nutrizionali di questo latte, tra l’altro “indicato contro l’acidità di stomaco e per rigenerare la flora intestinale, per calmare la tosse e la pertosse, per prevenire anemia e aterosclerosi e nel trattamento dei disturbi immuno-mediati … agisce sui disturbi della pelle e favorisce la cicatrizzazione delle ferite”. (295). Dario, profondo e acuto studioso, tesse quindi l’elogio del dromedario, ed anche del cammello, cui aveva già dedicato un importante libro, definendoli “macchine animali perfette”, in quanto “entrambi combinano una grandissima resistenza alla fatica con la straordinaria capacità di sopravvivere in ambiente difficile dovuta la minimo consumo di acqua e di nutrienti”. (284) Anche il latte di cammello ha delle sue peculiari prerogative: il suo consumo “presso i popoli islamici è sostenuto da motivi religiosi e dalla convinzione di forza e virilità da esso trasmesse, confortata oggi dalla scoperta nel latte di cammello di nuclei endorfinici in quantità interessanti, e dalla credenza che mantenga a lungo la giovinezza in colui che lo consuma”. (301) Ancora, lo si prescrive ai diabetici “non come cura ma perché consente di ridurre le dosi di insulina”. (302)
 
“Se l’essere umano, in un’epoca dominata dall’egoismo narcisistico e dalla assoluta deriva delle identità, ricordasse qual è il destino di ogni essere vivente forse imparerebbe ad amare, a rispettare “nostra Madre Terra la quale ci sostenta e governa e produce diversi frutti con coloriti fiori ed erba” a prendersi amorevolmente cura dell’ambiente non solo perché in noi ci sono gli Altri e negli Altri ci siamo noi ma perché solo in questo modo avremo una possibilità in più per diventare Uomini trascendendo la nostra stessa natura”. 

E’ l’augurio conclusivo di Santa. In fondo fedelmente interpreta lo stesso discorso di Papa Francesco che recentemente ha richiamato tutti, credenti e non credenti, al rispetto della natura con l’enciclica Laudato sì. Sono sentimenti che si ritrovano anche nelle nuove sensibilità mostrate dalle generazioni più giovani, di cui forse è emblema Greta Thunberg, e che costituiscono vere speranze per un domani migliore.

Il corposo volume di cui queste mie note sono solo un assaggio si conclude con tre menu di epoche diverse (cena egizia, cena greca, cena romana) ma ancora attuali e, dulcis in fundo (è proprio il caso di dirlo!) dolci e liquore di famiglia (i cannoli della mamma e il liquore di cannella della zia) che ci riportano al senso della famiglia e alle preziosità di questa splendida istituzione che va tutelata e sostenuta. E se dopo sentite un peso sullo stomaco … il digestivo di Nerone. Buona digestione e proficua lettura a tutti!
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